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A Bologna c’è un posto dove sanno sempre che tempo che fa

Il direttore, il francese (nato da genitori italiani) Matteo Dell’Acqua (Stefano Marzoli/Parallelo Zero)

 
Viaggio nel centro bolognese che elabora previsioni per tutta l’europa. Per scoprire, tra le varie altre cose, che i meteorologi non si fidano delle app. Tanto meno di quelle italiane. Perché? Inchiesta
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La notizia è che i meteorologi non usano le app meteo. Non quelle italiane, almeno. Matteo Dell’Acqua che, a dispetto del nome, è nato da genitori pugliesi a Rouen, nell’umida Normandia, lo ammette candidamente: «Il motivo è che qui, a differenza del resto d’Europa, non è ancora in funzione un servizio meteo nazionale. E delle app commerciali non mi fido perché non so con quali metodi facciano le previsioni. Consulto giusto Yr, la app del meteo norvegese, mentre quando lavoravo a Tolosa usavo quella di Météo-France, con la sua bellissima funzione che ti dice quante probabilità ci sono che piova entro la prossima ora. E mi consentiva di decidere, al minuto, quando rientrare a casa in motorino senza beccarmi neppure una goccia di pioggia». Quando si dice avere il mondo in tasca. Con il cielo a portata di clic. Un lusso che, pur nell’orgia di applicazioni ormai pubblicizzate anche in tv (o forse proprio per questa superfetazione), ci resta sostanzialmente precluso. Tot app, tot sententia…

La notizia è che i meteorologi non usano le app meteo. Non quelle italiane, almeno. Matteo Dell’Acqua che, a dispetto del nome, è nato da genitori pugliesi a Rouen, nell’umida Normandia, lo ammette candidamente: «Il motivo è che qui, a differenza del resto d’Europa, non è ancora in funzione un servizio meteo nazionale. E delle app commerciali non mi fido perché non so con quali metodi facciano le previsioni. Consulto giusto Yr, la app del meteo norvegese, mentre quando lavoravo a Tolosa usavo quella di Météo-France, con la sua bellissima funzione che ti dice quante probabilità ci sono che piova entro la prossima ora. E mi consentiva di decidere, al minuto, quando rientrare a casa in motorino senza beccarmi neppure una goccia di pioggia». Quando si dice avere il mondo in tasca. Con il cielo a portata di clic. Un lusso che, pur nell’orgia di applicazioni ormai pubblicizzate anche in tv (o forse proprio per questa superfetazione), ci resta sostanzialmente precluso. Tot app, tot sententiae, parafrasando un vecchio brocardo. Con la netta sensazione, smentita però da Dell’Acqua, che dirige la sede italiana dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (Ecmrwf), che negli ultimi anni l’affidabilità delle previsioni sia addirittura peggiorata. Circostanza decisamente controintuitiva giacché più aumenta la capacità di calcolo dei computer e la sofisticazione dei modelli, più dovrebbe crescere l’attendibilità del risultato. Eppure il dubbio, appiccicoso, resta.

Dentro l’ex manifattura

Siamo nella spoglia sala riunioni dell’Ecmrwf, via Stalingrado, 10 minuti a nord della stazione, in quella che una volta era la gigantesca Manifattura tabacchi bolognese. Sei anni fa l’Emilia Romagna ha vinto la gara per accasare qui il centro di calcolo del celebre centro meteo europeo, stracciando la concorrenza di finlandesi, islandesi e britannici (tra i punti forti la presenza nei paraggi di un altro supercomputer Cineca che oggi, assieme a quello del meteo, fornirebbe quasi l’80 per cento della potenza di calcolo nazionale). Dell’Acqua, magro, scamiciato, con un delizioso accento francese che ingentilisce l’eloquio tecnico, non si capacita del fatto che da noi sia tutto un cacciucco di servizi meteo regionali, alcuni dei quali funzionano benissimo (tra tutti Toscana ed Emilia) e altri molto meno. Con un incomprensibile spreco di risorse dovuto a duplicazioni e italico campanilismo su cui torneremo dopo.

Nell’attesa che il miracolo dell’unificazione dei meteo si compia, l’attività dell’Ecmrwf procede indisturbata. Mettendo a disposizione di 35 Stati europei che a vario titolo fanno parte del consorzio, il proprio modello previsionale: «Medium range vuol dire da 3 a 15 giorni. Short range da 0 a 3». È il migliore al mondo anche considerando il Gfs 27 americano. In estrema sintesi funziona così. Per prima cosa qui ricevono giornalmente 800 milioni di “osservazioni”, ovvero dati da stazioni meteo sparse per il pianeta, satelliti, aerei e altri sensori dell’atmosfera. Poi li ripuliscono, scartandone con cognizione di causa nove su dieci (per non sovraccaricare il sistema) e li fanno processare dalla batteria di super-computer che sono i veri ospiti di riguardo di questi locali. Per aumentare l’affidabilità delle previsioni il modello matematico ne calcola anche cinquanta versioni diverse, il cosiddetto Ensemble, con alcuni parametri leggermente modificati. Alla fine, tenendo conto delle rilevazioni dirette e dell’insieme delle variazioni, il sistema scodella quattro previsioni al giorno, ogni sei ore, che diventano la base dei meteo pubblici europei e di una serie di clienti commerciali.

A volte basta un laghetto

Allora com’è, gli chiedo mostrandogli tre app diverse, che nonostante tutto questo ben di dio le app ancora litighino sul fatto se tra 48 ore pioverà? Dell’Acqua è imperturbabile: «Intanto possono usare modelli diversi. Ma anche se usano il nostro, che divide l’atmosfera in scatole da nove chilometri per lato, il cumulonembo che può causare un temporale semplicemente non lo vedono». È una questione di risoluzione: una nuvola, in una fetta di cielo da 82 chilometri quadrati, senza neppure contare la terza dimensione, è un punto che si perde. In più c’è la topografia: basta una collina, un boschetto, un laghetto per avere ripercussioni sull’atmosfera sovrastante. Ancora il meteorologo: «Meteo France ha una griglia più stretta, di 2,5 km, che gli permette di vedere spesso anche le nuvole temporalesche. Lo stesso vale per alcuni servizi meteo regionali, come il Lamma toscano e l’Arpae emiliano, che vedono a 2 km. Per la pioggia meglio chiedere a loro. Resta, però, che le nostre previsioni sono ormai affidabili tra il 90-95 per cento entro le 48 ore e sopra il 95 per cento entro le 24». Tuttavia, insisto, oggi più di ieri, in particolare per la pioggia non sembra andare sempre così: in questa percepita maggiore imprevedibilità non potrebbero entrarci anche i cambiamenti climatici? «Sugli eventi estremi senz’altro. L’alluvione delle Marche non l’abbiamo beccata perché i modelli erano tarati su precipitazioni sui venti millimetri che stavolta sono state nell’ordine delle centinaia di millimetri. Però credo anche che abbiamo una memoria scarsa del tempo e che, rispetto a una volta in cui c’era solo il colonnello Bernacca (a proposito, moriva il 15 settembre di 30 anni fa) oggi siamo bombardati da previsioni, di fonti diverse, e ciò aumenta esponenzialmente il “rumore” rispetto al “segnale”, il responso corretto».

Un trasloco da 175 milioni

Ovviamente migliorare la risoluzione si potrebbe, ma con un costo alto. Quattro anni fa, quando ero andato in visita al loro quartier generale britannico, i quadrati della griglia erano grandi il doppio (18 km) e i cicli giornalieri di previsione la metà (due invece di quattro). Il trasloco del centro di calcolo da Reading a Bologna, costato 175 milioni di euro, ha a che fare proprio con un robusto potenziamento delle macchine, che sostituiscono ogni 4-5 anni. In questa specie di gigantesco alveare che le ospita metà dello spazio è lasciato vuoto proprio per accogliere i nuovi computer che prenderanno il posto degli attuali senza che ci sia mai un’interruzione del servizio – che è come se lasciaste metà della cucina sgombra in attesa dell’upgrade dei fuochi pur continuando a cucinare fino all’allaccio. «Approssimando, per arrivare a una griglia di 4,5 km rispetto ai 9 attuali bisognerebbe moltiplicare per dieci la potenza di calcolo attuale» dice Dell’Acqua. Un altro modo per aumentare l’affidabilità a prezzi minori, anche di dieci volte, sarà l’uso dell’Intelligenza artificiale: «Quei modelli usano solo una piccola campionatura di dati, concentrandosi su sei parametri (tra cui umidità, pressione, vento) rispetto ai nostri 80. Quindi il loro sforzo computazionale è incommensurabile. Google, Huawei e Nvidia fanno già girare sull’Ia modelli completi che ancora non capiscono le dinamiche dell’atmosfera. Ciononostante ottengono risultati quasi accurati quanto i nostri. È facile prevedere che questa sarà la vera rivoluzione». Non a caso se la dotazione di computer attuali è al 95 per cento composta da Cpu, processori tradizionali, contro un 5 per cento di Gpu, chip ottimizzati per l’Ia, la prossima del 2026/7 sarà probabilmente metà e metà. L’Ecmrwf sta già testando un modello sull’Ia e alcuni ricercatori si sono divertiti a farlo girare su un normale computer. Con risultati piuttosto promettenti a giudicare dal sorriso sardonico, alla “non mi faccia parlare”, di Dell’Acqua.

L’altra cosa grossa e nuova che li tiene occupati è Destination Earth, ovvero un “gemello digitale” della Terra, una specie di doppio virtuale che suddivide l’atmosfera in una griglia strettissima di 1-2 chilometri. Grazie all’Intelligenza artificiale e a un “modello non idrostatico”, che considera in maniera molto più precisa la velocità con cui l’aria sale o scende, riuscirà a prevedere meglio i fenomeni convettivi (piogge, grandini, etc.) e dovrebbe migliorare la previsione di eventi estremi e la mitigazione del cambiamento climatico. Tutti questi calcoli assorbono una spaventosa quantità di energia. «Sopra i 6 megawattora al giorno, con picchi di 8 in questa calda estate, ma credo che andremo presto verso i 10 MWh, ovvero il fabbisogno di un Paese da 3-4.000 famiglie» quantifica Dell’Acqua mentre mi scorta tra i locali semi-deserti del data centre.

Fuori dalle volte a botte dell’ex Manifattura ci sono due impianti di raffreddamento ad acqua che pompano acqua a 35 gradi intorno ai gusci dei chip per raffreddarli ed evitare che, superati i 39 gradi, vadano in tilt. Una delle aree più scenografiche è quella dei gruppi di continuità: contengono ruote da tre tonnellate il cui solo movimento perpetuo, che produce un rumore da mostro delle caverne, in caso di interruzione di corrente trasformerebbe l’energia cinetica in elettricità per 15 secondi, ovvero il tempo che serve per far partire i motori diesel che la produrranno fino a tre giorni di seguito. Qui la parola d’ordine è immaginare sempre il peggio e prepararsi ad affrontarlo. Anche la zona computazione è governata dallo stesso principio: 4.000 nodi di calcolo di supercomputer Atos Sequana nella sala “operazioni” e altrettanti, identici, nella confinante sala “archivio” (con 700 Petabyte di serie storiche) dove, se qualcosa andasse storto nella prima, potrebbero traslocare immediatamente tutti i calcoli. Anche le app commerciali, è stato notato, propendono verso il negativo. Lo chiamano wet bias: tendono a segnalare più pioggia che no perché un utente si arrabbia di più a bagnarsi che per essersi trascinato dietro l’ombrello per niente.

Uno per tutti

Nel congedarmi, Dell’Acqua si raccomanda: «Parli con Carlo Cacciamani, l’uomo che sta mettendo in piedi il meteo nazionale». Quindi lo chiamo. Fisico, al culmine di una carriera tra servizio idrometeoclima emiliano, Protezione civile e insegnamento, l’hanno fatto presidente di Italia Meteo. L’agenzia creata con una legge del 2017, per superare il Servizio meteo dell’aeronautica che ha funzioni assai più limitate, ha iniziato a operare solo nell’estate del 2022 per essere decapitata dallo spoils system nel gennaio 2023 salvo la riconferma, quest’estate, da parte di Mattarella in persona, del suo numero uno (e sin qui unico). A che punto siamo? «Per adesso non ho potuto assumere nessuno perché mi devono approvare il budget. A regime avremo una cinquantina di dipendenti più trenta consulenti. Ma già con 2-3 consulenti e 10 tecnici saremo operativi, mi auguro entro qualche mese». Meteo France, per un confronto, ha 3.000 dipendenti. «Sì, ma non si può paragonare. Esiste da oltre mezzo secolo, figlia di una cultura meteo diversa. E se anche la legge avesse voluto creare di colpo un’agenzia più grande, con 500 persone di staff, forse non le avrebbe trovate perché solo ora cominciano a uscire dalle nostre università. Non è neanche detto che il nostro schema regionale, alla lunga, non abbia i suoi vantaggi. Ad esempio il servizio che dirigevo all’Arpa Emilia Romagna confluirà tale e quale in quello nazionale. E potranno esserci altri travasi. Insomma, constatando una certa disomogeneità sul territorio il legislatore ha detto: non si può smantellare tutto, fate funzionare un’orchestra con strumenti diversi». Non c’è verso di spillare a questo tetragono civil servant la benché minima critica a quello che sembra l’ennesimo capitolo di Kafka sul Reno (anche la neo-costituita agenzia avrà sede a Bologna). Alla fine ci sarà un meteo nazionale, ci saranno servizi dedicati per l’agricoltura, i trasporti, il turismo. Ci sarà anche una app («Ma fatta bene, educando anche gli utenti su cosa è lecito attendersi dai suoi responsi»). Quando tutto ciò avverrà è una profezia che va oltre la visibilità dei radar.

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