La politica riparte dalla televisione: parola di Pablo Iglesias, il codino più famoso di Spagna
dal nostro inviato Matteo PucciarelliPablo Iglesias arriva alla festa nazionale di Rifondazione comunista in T-shirt, rigorosamente rossa. Il famoso codino l’ha tagliato più di due anni fa. A Bologna il fondatore di Podemos ha vissuto e studiato 24 anni fa: «Entrai in una sede del Prc e chiesi la tessera: “sono un comunista spagnolo”» ci racconta sorridendo «e fecero questo atto irresponsabile di consegnarmela». Dopo la sconfitta subìta dal suo partito alle elezioni regionali di Madrid nel 2021, ha lasciato la politica attiva. Oggi è tornato a insegnare Scienze politiche all’Università di Madrid e ha fondato una tv, Canal red.
Fino a due anni fa lei era vicepresidente del governo spagnolo. Non è usuale vedere un politico lasciare una volta raggiunto l’apice, o quasi: rimpianti?
«Al contrario, sono felice, ora faccio quello che mi piace, mi vesto persino come voglio! Mi sento più libero. Io mi sono sempre sentito un militante che deve essere utile a un progetto. La mia utilità, come segretario del partito, stava diventando…
Pablo Iglesias arriva alla festa nazionale di Rifondazione comunista in T-shirt, rigorosamente rossa. Il famoso codino l’ha tagliato più di due anni fa. A Bologna il fondatore di Podemos ha vissuto e studiato 24 anni fa: «Entrai in una sede del Prc e chiesi la tessera: “sono un comunista spagnolo”» ci racconta sorridendo «e fecero questo atto irresponsabile di consegnarmela». Dopo la sconfitta subìta dal suo partito alle elezioni regionali di Madrid nel 2021, ha lasciato la politica attiva. Oggi è tornato a insegnare Scienze politiche all’Università di Madrid e ha fondato una tv, Canal red.
Fino a due anni fa lei era vicepresidente del governo spagnolo. Non è usuale vedere un politico lasciare una volta raggiunto l’apice, o quasi: rimpianti?
«Al contrario, sono felice, ora faccio quello che mi piace, mi vesto persino come voglio! Mi sento più libero. Io mi sono sempre sentito un militante che deve essere utile a un progetto. La mia utilità, come segretario del partito, stava diventando inutile. Ho pensato fosse più intelligente decidere personalmente quando lasciare e come proseguire».
E oggi si ritiene “utile” alla causa in che modo?
«Privilegio l’azione mediatica, con un podcast, una piccola tv e un piccolo giornale. La tv non ha rapporti organici con Podemos ma una visione comune sì. Sa, la sinistra non sempre capisce che i più grandi attori politici e ideologici oggi sono i media. Che non si limitano a raccontare fatti, ma formano idee e consenso. E penso a Berlusconi-Mediaset, Trump-Fox, Bolsonaro-Globo e così via».
La sua compagna, Irene Montero, è invece rimasta nella politica attiva: è ministra dell’Uguaglianza nel governo ad interim di Pedro Sánchez, anche se è stata esclusa dalle liste alle politiche di qualche mese fa. La sua scelta di lasciare è stato anche un gesto “femminista”?
«Voglio essere chiaro: il futuro della sinistra, secondo me, è delle donne. E Irene è un’attivista del femminismo internazionale. Un tempo per la sinistra il soggetto sociale della trasformazione era la classe operaia, con una sua rappresentazione fortemente maschile. Oggi credo che il patrimonio ideologico e morale necessario per contrastare la destra e il neofascismo si trovi invece nel movimento delle donne».
L’avventura di Podemos in Spagna cominciava circa dieci anni fa, sfruttando la mobilitazione degli “Indignados” che protestavano contro lo strapotere delle banche e chiedevano una democrazia più partecipativa. Oggi i partiti antisistema e la loro retorica sono monopolizzati dalla destra. Dove ha sbagliato la sinistra radicale?
«Gli Indignados aprirono una opportunità e noi fummo capaci di approfittarne. E siamo anche stati un fenomeno mediatico, grazie a quel ragazzo col codino che in tv utilizzava un linguaggio capace di dare voce a quel movimento. Ma poi, proprio dal sistema dei media, abbiamo subìto una violenza senza precedenti. Diciamo così: con gli indipendentisti abbiamo provato a cambiare il potere: ma il potere – giudiziario, militare, mediatico, economico – ha reagito».
E però come si spiega il divorzio tra il cosiddetto popolo e la sinistra? In Italia nei quartieri popolari si vota a destra, in quelli borghesi si sceglie il centrosinistra.
«Il mito della sinistra è sempre stato che la posizione di classe determina il comportamento elettorale. Non è vero, è l’ideologia che lo determina. E quindi è normale che i settori con buone opportunità di consumi culturali votino a sinistra. Ma in una società dove tutto il dibattito è centrato su sicurezza e migranti è inevitabile che la destra abbia successo. In particolare proprio dove non funzionano più i servizi pubblici e le scuole. La destra in questo è diventata davvero gramsciana».
E lei: quali sono gli errori politici che pensa di aver fatto personalmente?
«Tantissimi. Uno, molto grave, è stato permettere una mia successione senza garantire un processo democratico. Lasciai il mio posto a Yolanda Díaz (attuale leader della coalizione di sinistra Sumar, di cui Podemos è parte ma in maniera assai critica, ndr) ma se potessi tornare indietro avrei cercato di garantire un avvicendamento migliore, senza lasciare a soggetti esterni il potere di scegliere tra buoni e cattivi».
Ma lei ha votato Sumar?
«Ovviamente sì, siamo disciplinati, anche se non ci sono piaciute le certe decisioni calate dall’alto».
Lei ha visto e vissuto il potere da vicino. Che lezione ne ha tratto?
«Salvador Allende ai ragazzi del Mir diceva che stare al governo non è avere il potere. Il tribunale supremo cileno aveva più potere, alcuni giornalisti o capi della polizia lo stesso, senza parlare delle grandi imprese. Quando sei al governo capisci che puoi provare ad amministrare. Ma questo non è potere, al massimo è resistenza al potere».
Torniamo ai media: se sono in mano alla destra e a grandi gruppi industriali, questo significa che la sinistra non ha speranza?
«Una squadra di serie B può vincere una volta contro l’Inter o il Milan in coppa, capita, ma non partecipa né vince il campionato. Per questo prima va ricostruito un proprio potere mediatico e culturale, con un progetto ideologico a supporto».
Eppure in Spagna è stato posto un argine all’avanzata della destra radicale: come è accaduto?
«I flussi elettorali dicono che Catalogna e Paesi Baschi sono stati determinanti, altrimenti ovunque la destra è maggioranza. Non parlo solo di Vox, perché le loro idee hanno vampirizzato anche il Partito popolare, così come settori del potere giudiziario e dell’esercito. Non avere avuto la forza elettorale per governare non significa che la destra estrema non abbia più presa. E nel dibattito pubblico spesso la sinistra ne è condizionata».
Un esempio?
«La guerra: Yolanda Díaz ha detto sì all’invio di armi in Ucraina. Lo dice perché lo pensa? No, sa che altrimenti il giorno dopo tv, giornali e radio la tormenterebbero».
Un suo amico, il “Disobbediente” Luca Casarini, oggi si dice semplicemente cristiano. Il marxismo – ragiona lui – ha fallito e la Chiesa è l’unica organizzazione di massa a livello mondiale. Cosa ne pensa?
«Luca ha capito che lo strumento ideologico per difendere la giustizia nel suo campo di azione è l’identità cattolica. E rimane un attivista che ha fatto sua la lezione zapatista: fai vincere le tue idee indipendentemente dal simbolo che mostri».
Sul Venerdì del 6 ottobre 2023