Il Nobel Jon Fosse: “per me scrivere è come pregare”
di Gennaro SerioAllo scrittore norvegese Jon Fosse, 64 anni, è appena andato il Premio Nobel per la Letteratura del 2023. In questa intervista tratta dal Venerdì di Repubblica del 22 gennaio 2021 presentava L’altro nome, Settologia I-II, primo volume uscito in Italia del suo romanzo in sette parti. Il secondo, Io è un altro, Settologia III_IV, uscirà martedì 10 ottobre, sempre per La Nave di Teseo.
Umberto Eco parlava spesso del processo di creazione letteraria come dello sviluppo di una «immagine seminale», paragonando quest’ultima a «una pallina che si fa partire su un piano inclinato: noi diamo il primo colpo ma poi la pallina, a seconda delle asperità del piano, va dove vuole». Deve avere avuto una genesi non troppo dissimile la Septologien di Jon Fosse. L’immagine con cui si apre questo monumentale romanzo è quella di un quadro dipinto dal protagonista: raffigura due linee di colore che «si intersecano al centro», con lo strato spesso di vernice a olio rovinosamente colato verso il basso.
Settol…
Allo scrittore norvegese Jon Fosse, 64 anni, è appena andato il Premio Nobel per la Letteratura del 2023. In questa intervista tratta dal Venerdì di Repubblica del 22 gennaio 2021 presentava L’altro nome, Settologia I-II, primo volume uscito in Italia del suo romanzo in sette parti. Il secondo, Io è un altro, Settologia III_IV, uscirà martedì 10 ottobre, sempre per La Nave di Teseo.
Umberto Eco parlava spesso del processo di creazione letteraria come dello sviluppo di una «immagine seminale», paragonando quest’ultima a «una pallina che si fa partire su un piano inclinato: noi diamo il primo colpo ma poi la pallina, a seconda delle asperità del piano, va dove vuole». Deve avere avuto una genesi non troppo dissimile la Septologien di Jon Fosse. L’immagine con cui si apre questo monumentale romanzo è quella di un quadro dipinto dal protagonista: raffigura due linee di colore che «si intersecano al centro», con lo strato spesso di vernice a olio rovinosamente colato verso il basso.
Settologia, romanzo in sette parti: La nave di Teseo pubblica adesso le prime due nel volume L’altro nome. Settologia I-II (traduzione di Margherita Podestà Heir; prossimamente le restanti cinque parti, suddivise in due volumi). Il libro si presenta come l’opus magnum di Fosse, scrittore norvegese già celebrato in patria e non solo (oggi vive in una lussuosa residenza reale assegnatagli dal monarca per meriti artistici).
Per chi teme di dover attendere chissà quanto prima di «vedere come va a finire», nessun problema: il romanzo non è di quelli da leggere per seguirne la trama, che anzi risulta quasi del tutto assente. In quel quasi, però, c’è dentro moltissimo. E in quell’immagine seminale – due linee di colore che si lambiscono l’un l’altra – è riassunta la struttura dell’intera opera: un pittore ritirato in un paesino tra i fiordi che osserva da lontano, sfiorandolo soltanto, un suo «Omonimo». Lo scambio tra prima e terza persona è la sola impalcatura che regge un’opera fatta di ricordi, dialoghi brevissimi, flussi di coscienza, divagazioni, preghiere. E quel quadro dipinto dal protagonista fa pensare proprio a un artista che aveva dichiarato di pensare a opere «come preghiere», l’americano Mark Rothko. Una suggestione che Fosse, rispondendo per iscritto ad alcune domande, accoglie volentieri. «Negli anni mi sono sentito vicino a diversi pittori, ma da un po’ di tempo mi sento prossimo a Rothko più che a chiunque altro. Per me scrivere riguarda essenzialmente la forma, come per lui dipingere. Nella buona scrittura forma e contenuto sono inseparabili. Come nella musica, e ovviamente nella pittura. In Rothko c’è un modo di addensare la vita che appartiene, credo, anche alla mia scrittura».
Letteratura come forma di preghiera?
«Scrivere è un modo di pensare: non nella forma dei concetti, ma in quella delle azioni, e attraverso il linguaggio figurale. E sì, per me è come pregare. La prima volta che l’ho pensato mi suonava come qualcosa di molto stupido. Poi ho letto che Kafka l’aveva detto prima di me. Tutto ciò che ho scritto intreccia diversi aspetti del cristianesimo, mi riconosco in una lunga tradizione della cultura e della letteratura europea che risale fino a Meister Eckhart (teologo tedesco nato nel 1260, ndr)».
Si sente uno scrittore europeo?
«Certo. Ho una formazione essenzialmente europea, ho vissuto in Grecia e in Irlanda e per anni ho avuto casa a Vienna – esattamente al centro del continente, per così dire. Il luogo più europeo di tutti, comunque, per me resta il villaggio sul fiordo dove sono cresciuto, Strandebarm, nella Norvegia occidentale, dove locale e universale si fondono perfettamente».
Il protagonista di L’altro nome, Asle, è spesso al volante ed elegge l’automobile a suo personale luogo di riflessione. Ha trovato l’ultimo luogo di raccoglimento a disposizione dell’uomo occidentale?
«Di sicuro è così per alcuni, forse persino per molti di noi. Il protagonista vive fuori città in un luogo fittizio, nei pressi di Bjørgvin, che tuttavia è il nome medievale dell’odierna Bergen. Per capire Asle occorre specificare che, fino ad alcuni decenni fa, al tempo in cui si svolge il romanzo, le strade di quella zona erano in pessime condizioni, strette e con molte curve. Ancora oggi è così in diversi punti».
Per buona parte del romanzo Asle descrive un suo «doppio», un pittore che ha il suo stesso nome e vive non lontano da casa sua, anche se la sua vita sembra aver preso una direzione più oscura: si isola, è un alcolizzato, il ricordo della sua infanzia è macchiato da un trauma tremendo.
«Possiamo considerarla una variante del topos letterario del doppelgangër, in un certo senso. Questi due pittori, entrambi chiamati Asle, sono in parte la stessa persona, in parte persone diverse. Siamo forse in presenza di due versioni della stessa vita, o due possibili vite della stessa persona. In alcune tradizioni il doppio "malvagio” è visto come un presagio di morte: alla fine della Settologia questo punto sarà più chiaro».
Per la ricchezza di digressioni e non solo, Settologia I-II sembra scritta senza una struttura predeterminata, come se privilegiasse il flusso della prosa e del pensiero.
«Non pianifico mai niente prima di iniziare a scrivere. Lascio che la scrittura vada per conto suo. Si tratta soprattutto di ascoltare. Quando ho scritto alcune pagine, cerco di ascoltare ciò che esse sembrano voler dire. Scrivendo ho la sensazione precisa di ciò che è giusto mettere sulla pagina e ciò che invece sarebbe sbagliato. Adorno diceva che nella buona scrittura tutti gli elementi hanno la stessa distanza dal centro: lo penso anch’io. A un certo punto ho la sensazione che quello che sto scrivendo sia già lì da qualche parte, e che devo solo scriverlo prima che scompaia».
Da quali scrittori si sente influenzato maggiormente?
«Dai filosofi Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein. Altri autori fondamentali per me sono Samuel Beckett, il poeta austriaco Georg Trakl e lo scrittore norvegese Tarjei Vesaas. Naturalmente mi sento debitore di molti altri – di tutto quello che ho letto, in un certo senso – ma quelli che ho citato sono quelli che nella mia consapevolezza mi hanno influenzato di più».
Pensa che Settologia possa essere in qualche modo la sua opera «definitiva»?
«Spero di no. Ma temo di sì».