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Colpo d’Africa: la storia e le cause dei golpe che hanno cambiato il volto del Sahel

2020 Getty Images 
Un’ondata di colpi di Stato ha stravolto la regione. Protagonisti militari formati da Europa e Usa. Radiografia di un fenomeno non inedito ma con molte novità. Inquietanti
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In Africa negli ultimi anni le potenze occidentali hanno avuto un’unica preoccupazione: istruire i militari locali e renderli capaci di combattere i guerriglieri jihadisti. Un impegno che è diventato prioritario nel 2012 dopo la caduta di Timbuctu nelle mani delle schiere islamiste. I fanti maliani che dovevano fermarle non avevano neppure le scarpe: marciavano con le infradito, impugnando controvoglia kalasnikhov tarlati dalla ruggine. Oggi i soldati di Bamako hanno scarponi tattici, tute mimetiche e armi moderne. Un decennio di addestramento impartito dai berretti verdi americani e dai parà europei, assieme a cospicue forniture belliche, li hanno resi un corpo agguerrito e motivato. Che infatti ha messo a segno due colpi di Stato in meno di tre anni.


Il loro modo di impadronirsi del potere è più o meno lo stesso che caratterizza l’ultima ondata di golpe, diffusa nel Continente come un virus. Sta contagiando soprattutto i Paesi del Sahel e quelli della costa atlantica: Burkina Faso, …

In Africa negli ultimi anni le potenze occidentali hanno avuto un’unica preoccupazione: istruire i militari locali e renderli capaci di combattere i guerriglieri jihadisti. Un impegno che è diventato prioritario nel 2012 dopo la caduta di Timbuctu nelle mani delle schiere islamiste. I fanti maliani che dovevano fermarle non avevano neppure le scarpe: marciavano con le infradito, impugnando controvoglia kalasnikhov tarlati dalla ruggine. Oggi i soldati di Bamako hanno scarponi tattici, tute mimetiche e armi moderne. Un decennio di addestramento impartito dai berretti verdi americani e dai parà europei, assieme a cospicue forniture belliche, li hanno resi un corpo agguerrito e motivato. Che infatti ha messo a segno due colpi di Stato in meno di tre anni.


Il loro modo di impadronirsi del potere è più o meno lo stesso che caratterizza l’ultima ondata di golpe, diffusa nel Continente come un virus. Sta contagiando soprattutto i Paesi del Sahel e quelli della costa atlantica: Burkina Faso, Niger, Ciad, Guinea, Gabon e Sudan. Sono quasi tutte rivolte incruente, senza sparare un colpo: l’indicatore di come in quelle nazioni i militari abbiano maturato una sorta di “coscienza di classe” che li rende uniti rispetto alla fragilità di ogni altra istituzione. E questa è una grande novità: con l’eccezione del Sudan, nessuno li ha contrastati; né altre milizie, né partiti politici o entità tribali. Persino le piazze hanno visto solo manifestazioni di solidarietà, fino alla surreale sfilata notturna dei reparti gabonesi diretti verso la residenza presidenziale nello scorso agosto: un corteo preceduto dalla fanfara con tamburi e trombe, seguito da bambini e famiglie festose.


C’era una volta Gheddafi

I coup d’etat sono una sindrome dell’Africa post coloniale. Hanno generato figure sinistramente famose, dal colonnello Gheddafi in Libia al parigrado Bokassa nella Repubblica centrafricana o al generale Amin Dada in Uganda. Campioni di crudeltà e di sfarzo eccentrico: Bokassa si è addirittura proclamato imperatore. Le statistiche sono impressionanti. Delle 486 rivolte militari avvenute nel mondo dal 1950, il continente ne registra 214: 106 di queste hanno avuto successo, un primato assoluto. Ben 45 dei 54 Paesi africani hanno subìto almeno una sollevazione dell’esercito: il record in Sudan, dove sono state 17. Ma nel nuovo millennio questa frenesia sembrava essersi placata, tanto che dal 2011 se ne sono contati abbastanza pochi, in media uno l’anno. Dopo una pausa decennale, è cominciato però “l’effetto domino”, travolgendo un governo dopo l’altro. Tanti putsch ravvicinati che hanno sorpreso sia Washington che le cancellerie europee.


Senza arbitri

Come quello avvenuto in Niger, considerato l’alleato più stabile dell’Occidente nella regione e un modello di sviluppo democratico che aveva permesso di eleggere il presidente Mohamed Bazoum e conciliare gli attriti etnici. Questo laboratorio si è dissolto ad agosto in poche ore per volontà del comandante della guardia, il generale Tiani, che ha subito messo d’accordo tutti i colleghi. La cosa paradossale è che Tiani è stato formato da istruttori francesi e americani, partecipando a numerose missioni dell’Onu; lo stesso curriculum dei vertici di aviazione, gendarmeria e forze speciali, che non hanno esitato a sostenerlo. Le lezioni a cui paiono essere stati più attenti sono quelle di “PsyOps”, le campagne di guerra psicologica per controllare l’opinione pubblica. Usano social e radio per diffondere i loro slogan, muovendo masse di manifestanti per ostentare il sostegno popolare. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: la “necessità di servire la patria” per liberarla da corruzione e insicurezza. In più, nel Sahel hanno aggiunto la rivalsa contro Parigi, presentata come sfruttatrice, ordinando l’immediata espulsione dei contingenti di Macron.

Pochi giorni fa, il presidente francese ha annunciato che le truppe di Parigi lasceranno il Niger a breve, dopo aver già chiuso nel giro di pochi mesi le operazioni in Mali, Burkina Faso e Repubblica centrafricana.
Il rapporto tra coup d’etat e situazione economica è netto. Secondo la Banca Mondiale, Burkina Faso, Guinea, Mali e Ciad hanno avuto nel 2020 un pil inferiore a venti miliardi di dollari mentre il Sudan ha toccato i ventuno: per avere un termine di paragone, quello italiano è di duemila miliardi. Povertà e arretratezza delle infrastrutture condizionano quei Paesi, dove le risorse – dal Niger ad esempio viene l’uranio per le centrali francesi mentre il Gabon ha giacimenti di petrolio – vengono gestite da gruppi stranieri in combutta con le cleptocrazie locali.


Ma c’è anche un legame diretto tra l’arroganza dei colonnelli e la debolezza delle istituzioni democratiche, prive di magistrature credibili e con partiti assetati di privilegi. Il Consiglio per la Pace e la sicurezza dell’Unione africana già nel 2014 aveva sottolineato come i coup spesso nascano dalle “deficienze nella governance”.


Cambi di casacca


Il professore Amadou Sadjo Barry, guineano, lo spiega così: «Nelle società democratiche sono le istituzioni a mediare e risolvere i conflitti. In posti come il Mali o la Guinea Equatoriale invece le strutture giudiziarie sono praticamente vuote. Altrimenti non avrebbero permesso a Alpha Condè di ottenere il terzo mandato, motivo che ha dato pretesto al golpe in Guinea. Di fatto, non ci sono altri arbitri al di fuori dei militari». Alpha Condè è il simbolo delle speranze tradite: un professore di Parigi diventato leader dell’opposizione ed eletto in maniera trasparente, per poi trasformarsi in un despota. Di fronte al caos e alla prospettiva di una guerra civile, nell’ottobre 2021 il colonnello Mamady Doumbouya lo ha deposto: anche lui era stato istruito dall’Occidente.


Ogni crisi si trasforma nell’occasione per dare un piedistallo ai militari: lo è stato l’irruzione armata islamica nel centro della capitale per il Burkina Faso. O le caserme dell’esercito espugnate dai battaglioni dell’Isis, trucidando i soldati, in Mali. E infine l’ennesima rielezione in Gabon di Ali Bongo Ondimba, che aveva ereditato la presidenza dal padre insediatosi nel 1967. I generali però non si mostrano più efficienti dei politici, né sul fronte economico né sul contrasto agli araldi del Califfato d’Africa.


L’ombra di Mosca

Tutti hanno dovuto fare i conti con la sospensione degli aiuti internazionali, rendendo ancora più drammatica la situazione. E molti hanno scelto di rivolgersi a un attore ricomparso sulla scena dopo oltre trent’anni: la Russia. Con una rapidità incredibile, i mercenari della Wagner hanno ripristinato l’influenza del Cremlino nel continente, tornando ai fasti dell’Urss. Sono partiti dalla Libia per poi allargarsi nella Repubblica centrafricana, nel Ciad, nel Mali, nel Burkina Faso e nel Sudan, dove sostengono la milizia Rsf in conflitto con l’armata golpista. Adesso stanno corteggiando le nuove giunte in Niger e Guinea: se riuscissero a sedurle, diventerebbero padroni dell’intero Sahel, dall’Atlantico al Mar Rosso. Ai golpisti promettono combattenti, armi sofisticate e strumenti di propaganda. In cambio ottengono concessioni minerarie e appoggio negli organismi internazionali per la linea russa. Il crollo delle democrazie e l’irruzione della Wagner, che prosegue anche dopo la morte del fondatore Prigozhin, sono due campanelli d’allarme per gli Stati Uniti e per l’Europa, più esposta all’onda lunga dell’instabilità africana. I finanziamenti ai programmi di sviluppo sono crollati dall’inizio della pandemia e non c’è attenzione ad impedire che gli aiuti finiscano nelle mani dei circoli del potere.


Insomma, nessuno si è preoccupato di incentivare i processi democratici mentre molto è stato fatto per migliorare gli eserciti. Ma all’orizzonte c’è qualcosa di peggio: il dilagare dello Stato Islamico. Ad agosto il nuovo capo dell’Isis, Abu Hafs al-Qurashi, ha indicato il Sahel come terra della riscossa del Califfato. E ci sono tutte le condizioni perché il suo disegno si concretizzi.

Sul Venerdì del 13 ottobre 2023

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