Il guru della tv Giovanni Benincasa: “Carramba! Ora so come si smette di fumare”
di Antonio DipollinaGiovanni Benincasa insieme a Gianni Boncompagni e Raffaella Carrà. Fotogramma
(fotogramma)Lui è un autore televisivo ma la definizione non rende l’idea. Carriera da paura, la Raffa dei Carramba, Arbore, Fiorello, Boncompagni: a cammino assai avviato gli sfizi sontuosi dei tempi recenti, lanciare Valerio Lundini (Una pezza di...), Emanuela Fanelli e prima il Battute?, che ci manca tanto, anche perché archiviato tra i rarissimi tentativi riusciti di essere post-Arbore. Giovanni Benincasa, nell’ambiente, appartiene al mito e in altri campi ha delle convinzioni forti. Una è questa: «La sigaretta è un genio. E invece tu, lo sappiamo in tanti, sei un cretino».
Tabagista furioso per quarant’anni e oltre, il tutto anche grazie a, ovvero per colpa di, un lavoro che brucia stress continuo, anni o decenni di stanze fumose in cui si costruiva lo show, della tv e della vita. «E non solo», dice, «quando con la Carrà mettevamo giù le scalette dei programmi, arrivati alla riga della pausa, invece di scrivere “pubblicità” o altro scrivevamo “Muratti Time”. Era il momento in cui si fumava».…
Lui è un autore televisivo ma la definizione non rende l’idea. Carriera da paura, la Raffa dei Carramba, Arbore, Fiorello, Boncompagni: a cammino assai avviato gli sfizi sontuosi dei tempi recenti, lanciare Valerio Lundini (Una pezza di...), Emanuela Fanelli e prima il Battute?, che ci manca tanto, anche perché archiviato tra i rarissimi tentativi riusciti di essere post-Arbore. Giovanni Benincasa, nell’ambiente, appartiene al mito e in altri campi ha delle convinzioni forti. Una è questa: «La sigaretta è un genio. E invece tu, lo sappiamo in tanti, sei un cretino».
Tabagista furioso per quarant’anni e oltre, il tutto anche grazie a, ovvero per colpa di, un lavoro che brucia stress continuo, anni o decenni di stanze fumose in cui si costruiva lo show, della tv e della vita. «E non solo», dice, «quando con la Carrà mettevamo giù le scalette dei programmi, arrivati alla riga della pausa, invece di scrivere “pubblicità” o altro scrivevamo “Muratti Time”. Era il momento in cui si fumava». Il libro è uscito per Bompiani e il titolo è: Smettere di f. Il sottotitolo è: I deliri di un tabagista.
Benincasa è una delle persone più divertenti, e divertite, in circolazione, ma anche un vulcano più o meno fumante in ebollizione costante. La questione è sì la sigaretta, ma questo non è un manuale di auto-aiuto. Lui racconta un fiume di cose, lo incrocia con altri affluenti di fantasia e l’invito è al lettore, possibilmente tabagista ma in realtà anche no, a farsi complice di chi scrive, per smettere insieme, per smettere tutti, per fregare la dannatissima sigaretta. A iniziare da quel titolo, con la F. puntata: meglio non esplicitarlo. Lei, la sigaretta, potrebbe accorgersene e parare il colpo.
L’intuizione forte è questa: la sigaretta è una dipendenza che riveste tutte le altre. Ho la dipendenza da un amore disperato, allora fumo. Sono dipendente dall’ansia del lavoro, fumo. E così via. «Un tabagista vero lo sa. Mangio per la sigaretta che ci sarà dopo, prendo il caffè per fumare, mi addormento pensando alla sigaretta al risveglio, dopo il caffè. Una catena infinita, che non si può spezzare con mezzi ordinari».
Il libro è composto da una miriade di racconti che intrecciano vita vera e fantasia. Lei inizia dicendo: smettere non è il punto, l’importante è decidere di smettere. E decide di decidere e sceglie una data.
«Il 25 aprile. Quel non so che di liberazione, era la fine del decennio scorso. Poi una settimana prima mi arriva un problema serio di salute e tutto quanto evolve in un’altra direzione».
Lasciamo l’incertezza. Ma Google non mente: c’è scritto che Fiorello è stato fondamentale nel suo tentativo.
«Ero in ospedale, mi chiamava tutti i giorni e soprattutto mi ha quasi minacciato, all’uscita, nel caso mi fossero venute strane idee riguardo alle sigarette».
Dice: per la mia esperienza, i fumatori sono più simpatici dei non fumatori. È una lobby.
«Certo che è così. Nei decenni da tabagista incallito non ho mai pensato nemmeno per un minuto che si potesse vivere senza fumare, o che si potessero compiere gesti quotidiani, anche normalissimi, facendone a meno».
Smettere si può.
«Io dico al lettore: prendiamoci per mano e facciamo questo pezzo di strada. Ti racconto com’è andata a me».
Un racconto torrenziale.
«Se la sigaretta non c’è più, allora bisogna riempire i vuoti che si aprono, inventarsi di tutto. Nella parte più grottesca mi invento anche il rapimento di un’intera squadra di calcio, l’Inter, per pensare ad altro. Oppure metto in piedi una compravendita di animali che non esistono e così via».
Ma racconta anche mille suggestioni vissute, c’è un incontro con Jorge Luis Borges, c’è Audrey Hepburn che incrocia ogni giorno intorno a casa sua e ogni volta un sorriso, di Audrey Hepburn. Ci sono avventure di vacanze folli...
«A Borges chiesi un incontro durante un suo soggiorno a Roma. Nell’attesa di vederlo fumai un intero pacchetto. Ovvero, la sigaretta sta lì come punto di riferimento, io faccio rimbalzare da essa un po’ di cose che mi sono successe o che mi sono inventato».
Ha scritto: ho realizzato Una pezza di Lundini senza toccare una sigaretta...
«Mi sembra ancora impossibile».
Cosa guarda oggi in televisione?
«Vado a cercare vecchie cose su RaiPlay. C’è una intervista di Carlo Mazzarella ad Alberto Sordi e Vittorio Gassman, insieme: fumano tutti e tre durante l’intervista. Li guardo, affascinato, come si guarda un mondo marziano».
Su RaiPlay è in arrivo tra l’altro il nuovo ciclo di La conferenza stampa, ennesimo suo laboratorio di tv laterale. E l’altra tv?
«Non la guardo, vedo un sacco di partite di calcio. E questa è la risposta ufficiale. Poi, ovvio, guardo Fiorello, mi piace Bonolis, mi piacciono quelli con un segno preciso: se c’è un programma di Chiambretti sai che è di Chiambretti anche se non lo sapevi prima. Oppure La7, che è l’unica tv con un’identità precisa».
E lei?
«Sono legato a una tv artigianale, nel senso dello spirito e del segno: oggi è diventato difficilissimo far passare un’idea, realizzare un progetto. Molti editori non sono un granché. Presentare una proposta e vederla realizzata: una volta servivano tempi ragionevoli, oggi biblici».
Le danno carta bianca, in senso buono: che programma s’inventa?
«Faccio arrivare in studio via via tutti quelli che si occupano di cibo e nutrizione in Italia. Li faccio dibattere e sfidare: le diete, quali funzionano e quali no, cosa è meglio mangiare, cosa evitare, scateno la rissa. Alla gente in fondo interessa soprattutto quello che gira intorno al cibo».
Il titolo?
«La pancia del Paese».