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Antonella Pesce Delfino: in moto o a cavallo risolvo cold case

La cdriminologa barese Antonella Pesce Delfino nel suo studio

 
La criminologa ha fatto riaprire le indagini su Nada Cella e sul dottor Montanari. E ora molti le chiedono aiuto. «Ma io accetto un giallo per volta». Intervista
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Da Chiavari a Modena, l’obiettivo è sempre lo stesso: far riaprire vecchi casi irrisolti sepolti negli archivi dei palazzi di giustizia. E la cosa le riesce piuttosto bene. Antonella Pesce Delfino si fa conoscere al grande pubblico nel 2021, quando il giallo della morte di Nada Cella, una giovane uccisa nel 1996, viene ripreso in mano dai magistrati genovesi grazie alla sua tenacia. Lo stesso vale per l’omicidio di Giorgio Montanari – primario a Modena, fu ucciso a colpi di pistola nel 1981 all’uscita dall’ospedale – che vede oggi un nuovo indagato. Nonostante i successi, resta con i piedi per terra e finora non si è mai seduta nei salotti tv. Ricorda un po’ Lisbeth, la hacker della trilogia Millennium di Stieg Larsson, e infatti è facile vederla sfrecciare con la moto per le strade di Bari, dove vive e lavora. Oppure in sella a uno dei suoi cavalli con cui vince numerosi concorsi di salto ostacoli.

Da Chiavari a Modena, l’obiettivo è sempre lo stesso: far riaprire vecchi casi irrisolti sepolti negli archivi dei palazzi di giustizia. E la cosa le riesce piuttosto bene. Antonella Pesce Delfino si fa conoscere al grande pubblico nel 2021, quando il giallo della morte di Nada Cella, una giovane uccisa nel 1996, viene ripreso in mano dai magistrati genovesi grazie alla sua tenacia. Lo stesso vale per l’omicidio di Giorgio Montanari – primario a Modena, fu ucciso a colpi di pistola nel 1981 all’uscita dall’ospedale – che vede oggi un nuovo indagato. Nonostante i successi, resta con i piedi per terra e finora non si è mai seduta nei salotti tv. Ricorda un po’ Lisbeth, la hacker della trilogia Millennium di Stieg Larsson, e infatti è facile vederla sfrecciare con la moto per le strade di Bari, dove vive e lavora. Oppure in sella a uno dei suoi cavalli con cui vince numerosi concorsi di salto ostacoli.

Come si risolve un delitto di 42 anni fa?

«Calma, il caso del dottor Montanari non è risolto: c’è un indagato, una persona mai sospettata, il cui figlio ha riportato delle lesioni durante il parto proprio nella clinica che la vittima dirigeva. Il mio lavoro ora è finito, la palla è in mano agli inquirenti».

E il suo lavoro in cosa consiste?

«Parte tutto dalla rilettura delle carte dell’inchiesta. Di solito è là dentro che si trova quel filo rosso che porta a una pista mai presa in considerazione o approfondita prima».

Fa quello che non è riuscito a giudici e polizia?

«No, non è così. Chi fa il mio mestiere ha la grande fortuna di avere il quadro generale dell’evento, dall’omicidio fino a tutto quello che accade dopo. Mentre spesso nelle indagini ufficiali le persone cambiano, si avvicendano. Non è così semplice».

Ha un metodo che si può applicare a tutti i casi?

«Parlare di metodo sarebbe un po’ superbo, forse. Le inchieste sugli omicidi sono formate da tanti piccoli eventi: interrogatori ai familiari, ai sospettati, a chi passava di lì. Di solito circoscrivo tutti questi piccoli eventi e cerco di incrociarli. Qualcosa di inedito spesso emerge. Poi tocca sporcarsi le mani».

Ovvero?

«Inizio a cercare le persone con cui vorrei confrontarmi. Con la speranza che abbiano voglia di parlare con una sconosciuta. Per Montanari non è stato facile rintracciare alcuni colleghi: ho preso molti treni e aerei».

Perché si è interessata a questa vicenda?

«Ero in pausa pranzo e sullo smartphone ho visto una vecchia puntata di Telefono giallo di Augias. Ho contattato un giornalista in pensione che ha lavorato a lungo alla vicenda e mi ha mandato per mail tutto il fascicolo. Prima però ho voluto sentire la vedova di Montanari per avere il mandato. Lo stesso è successo con la madre di Nada Cella. Senza le famiglie non mi muovo. Questo non è un gioco».

Lei è diventata famosa proprio col caso di Nada Cella: come andò?

«Frequentavo un master in criminologia all’università di Genova. Al momento di scrivere la tesi, un amico giornalista mi disse: “Prova con Nada Cella, ma è difficile tirarne fuori qualcosa”».

Diciamo che qualcosa poi è successo, ora c’è un’indagata.

«Si tratta di una persona di cui quasi si ignorava l’esistenza. Eppure, i carabinieri fecero un’indagine parallela a quella della polizia proprio su di lei. Quel fascicoletto l’ho trovato per caso, era finito nel fondo di uno scatolone coperto da un volantino dei testimoni di Geova».

Ora ha altri casi per le mani?

«Ho finito da poco due relazioni su un paio di delitti del nord Italia. Uno dovrebbe essere riaperto a breve».

Ora che è famosa la cercano in molti?

«Capita che qualcuno mi chiami, tutte le famiglie colpite da un trauma del genere aspettano sempre qualcuno che racconti chi è stato e perché. Di risarcimenti o processi a loro non interessa quasi nulla. Però posso occuparmi di un caso alla volta, un po’ perché tendo a diventare insopportabile per chi vive con me. E poi ho anche altro da fare».

Lei lavora all’Università di Bari.

«Sono tecnico in biologia molecolare, mi occupo di genetica. Inizialmente mi sono laureata in Veterinaria».

Come mai?

«Ho sempre vissuto circondata dagli animali: nel cortile di casa c’erano somari, capre, cavalli e anche uno scimpanzé. Quasi per gioco ho iniziato a salire in groppa agli asini».

Poi è diventata una passione, tanto che ora insegna ad andare a cavallo e il salto ostacoli.

«Ho una piccola scuola con ragazzi tra i 15 e i 20 anni. Non sono molti perché per me è molto importante il rapporto personale con ognuno di loro».

Non solo cavalli, è anche una biker.

«Ho dovuto fare di necessità virtù. Quando ero una ragazzina da casa mia non passavano né autobus né altri mezzi pubblici. Quindi appena ho potuto, ho cominciato a spostarmi in moto. Cosa che faccio ancora oggi. Ho una Shadow 600, ci ho fatto anche qualche viaggio».

L’interesse per la criminologia da dove arriva?

«Mio padre era un medico e fin da piccola ho sentito parlare di Dna e genetica. Pensi che aveva sviluppato un software per analisi morfologiche e su come ricostruire dall’ossatura un volto umano. Si era occupato anche della Sindone, fece vari esperimenti».

Ovvero?

«Era convinto che si trattasse di un telo bruciato su un bassorilievo, quindi un falso. Fece mille prove a casa. A un certo punto ci siamo trovati tutte le federe, le lenzuola e i cuscini del divano con l’immagine della sindone. Tanto che mia nonna, che era una donna di fede, diceva che eravamo dei dissacratori. Si arrabbiava tantissimo».

Un caso che le piacerebbe affrontare in futuro?

«Non c’è un caso che desidero, se c’è qualcuno che chiede una mano provo ad aiutarlo. Tutto qui».

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