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Vacanze in Georgia, la più amata dagli italiani

Negozio di souvenir al museo di Stalin a Gori (foto: Francesca Braghetta)

 
Ieri patria di Stalin, oggi del “napoletano” Kvara e del creativo di Balenciaga. Appunti di viaggio da un piccolo paese con il cuore a metà tra l’Asia e l’Europa. E che ora anche i turisti iniziano a scoprire
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Tbilisi. «Mi fa piacere che il mio Paese abbia attirato la sua attenzione». Ringrazia cordiale Ana Arabuli del Georgian National Tourism Administration. Una volta rientrati in Italia, su nostra richiesta ci invia i dati sul turismo in Georgia: dieci anni fa i visitatori stranieri erano cinque milioni, oggi sono raddoppiati. Tedeschi, inglesi, polacchi, francesi hanno cominciato a frequentarla e a tornarci. Un po’ meno gli italiani – e comunque ufficialmente diciottomila nel 2019 – ma ancora per poco. Le prime avanguardie – e noi tra queste – sono già partite in avanscoperta. Complice anche la cucina georgiana che in questi anni abbiamo imparato a conoscere e apprezzare grazie ai ristoranti aperti dai tanti georgiani che si sono trasferiti in Italia e da quelli che nelle case degli italiani lavorano (e magari cucinano).

I georgiani, invece, ci conoscono da tempo. E non è solo per la notorietà di Khvicha Kvaratskhelia, attaccante del Napoli e della locale nazionale di calcio. Per dirne …

Tbilisi. «Mi fa piacere che il mio Paese abbia attirato la sua attenzione». Ringrazia cordiale Ana Arabuli del Georgian National Tourism Administration. Una volta rientrati in Italia, su nostra richiesta ci invia i dati sul turismo in Georgia: dieci anni fa i visitatori stranieri erano cinque milioni, oggi sono raddoppiati. Tedeschi, inglesi, polacchi, francesi hanno cominciato a frequentarla e a tornarci. Un po’ meno gli italiani – e comunque ufficialmente diciottomila nel 2019 – ma ancora per poco. Le prime avanguardie – e noi tra queste – sono già partite in avanscoperta. Complice anche la cucina georgiana che in questi anni abbiamo imparato a conoscere e apprezzare grazie ai ristoranti aperti dai tanti georgiani che si sono trasferiti in Italia e da quelli che nelle case degli italiani lavorano (e magari cucinano).

I georgiani, invece, ci conoscono da tempo. E non è solo per la notorietà di Khvicha Kvaratskhelia, attaccante del Napoli e della locale nazionale di calcio. Per dirne una: lo scrittore Ilia Chavchavadze, considerato un padre della patria e assassinato nel 1907, dedicò una poesia a Garibaldi immaginando che le sue imprese potessero diventare un modello in quella parte di Caucaso. Come scopriremo a Tbilisi, quell’interesse è poi proseguito.

Una casa della Tbilisi vecchia (foto: Francesca Braghetta)

 

«Ah, lei quindi è italiano?», chiede un ragazzo biondissimo e dagli occhi azzurri che con un amico fuma una sigaretta in una corte della Tbilisi vecchia. Il centro storico ne è pieno: patii circondati da ballatoi di legno, sbilenchi, schermati da vetrate a riquadri regolari. Fra i vetri mancanti, sostituiti, rifatti, tinti, capita che il reticolo somigli a una coperta di tessuti recuperati. «Qui le chiamano corti italiane. Tbilisi non deve sembrarvi così originale». Si sbaglia, non abbiamo nulla di simile. I due, ucraino il primo e di San Pietroburgo l’altro, si sono trasferiti quando è iniziata l’invasione russa ai danni di Kiev. Di fuggiti dalla leva o dalla guerra ne incontriamo tanti nel nostro viaggio.

Addio Puglia, ciao Albania

Usando il metro di questa estate, diciamo subito che in Georgia costa tutto poco: per un’ottima cena a Tbilisi bastano venti euro, nei ristoranti più popolari ce ne vogliono molti meno; quaranta per una stanza in un albergo di alto livello; quindici in tutto per due lettini, un ombrellone e il parcheggio sulle spiagge sassose del Mar Nero – con buona pace della Puglia e forse anche dell’Albania.

È un posto relativamente facile da girare ed è sicuro, con tre milioni e settecentomila abitanti e un’estensione che è grosso modo quella dell’Irlanda. Soprattutto è pieno di sorprese che si susseguono correndo sull’unica grande arteria che dalla costa arriva fino al confine con l’Azerbaijan. Si passa dal boom edilizio fuori controllo di Batumi sul Mar Nero, con i suoi grattacieli luminosi alla Dubai mischiati agli edifici sovietici e a quelli neottocenteschi degli anni Novanta, fino alle valli coperte di vigneti dove qui sostengono il vino sia nato in epoca neolitica. La Toscana della Georgia, la chiamano.

«I georgiani amano dire di avere lo stesso carattere degli italiani» ci spiega Aldo Ferrari, saggista, esperto di Caucaso, professore della Ca’ Foscari di Venezia e con una figlia che vive a Tbilisi dove insegna italiano. «Abbiamo in comune alcuni paesaggi, il vino, le radici cristiane e i tratti somatici mediterranei. C’è ovviamente una differenza fra percezione di se stessi e realtà storica, ma ciò non toglie nulla a un tale sentire».

Da Ovest ad Est, ci sono 470 chilometri impossibili da percorrere in meno di dieci ore. Bisogna poi aggiungere alcune variabili che rendono il viaggio mai noioso, dalla guida disinvolta dei georgiani all’indifferenza al pericolo delle tante vacche al pascolo che giustamente attraversano dove vogliono, fino ai cani randagi e ai cavalli. Ma vale la pena percorrerli tutti quei 470 chilometri: il Paese è punteggiato da bagni e terme di ogni epoca, alcuni in totale abbandono; rocche, monasteri e chiese costruite durante una cristianizzazione avvenuta prestissimo, nel 337 della nostra era, per mano di Santa Cristiana detta Nino; edifici brutalisti; montagne alte anche 5.000 metri dove leggenda vuole sia stato incatenato Prometeo.

Una donna al mercato di Chiatura (foto: Francesca Braghetta)

 

E poi funicolari, tante funicolari. La città mineraria di Chiatura ne aveva ben 17 ed era famosa in tutta l’Urss. Ne parla anche un documentario su Netflix, Mzis Qalaqi (City of the sun). E un altro premiato al Sundance, Il mercante, è invece sulla vita nei villaggi rurali. Un ritratto della Georgia parziale, al quale manca il volto nuovo che Demna Gvasalia, direttore creativo di Balenciaga, rappresenta. Così come la sua coetanea Nino Haratischwili, scrittrice nata nel 1983, che ha appena pubblicato da noi La luce che manca (Marsilio).

La spiaggia di Batumi, perla del Mar Nero (foto: Francesca Braghetta)

 

«Avrebbe tanto da offrire questo Paese, anche se buona parte delle risorse sono state concentrate in città come Batumi e Tbilisi mentre il resto arranca», ci racconta Natalia Burduli quando la incontriamo in un ristorante curioso, il Dante, ricavato in un vecchio appartamento scricchiolante di Tbilisi. Le pareti sono ricoperte delle pagine della Divina commedia, in georgiano ovviamente, uno dei cinque alfabeti europei assieme a latino, cirillico, greco, armeno. Natalia ha 23 anni ed è cresciuta in Europa, dove quelli della sua generazione vorrebbero tutti andare. «Siamo europei, simili a voi italiani per molti versi», ci dice.

Tra la Russia e un babà

La Georgia è Europa a tratti, al di là dei canti polifonici che a sardi e corsi qualcosa dovrebbero ricordare e della passione sfrenata per pane e pizza. Le giovani generazioni sono indistinguibili dai loro coetanei di Madrid o di Roma e non vedono l’ora di entrare nell’Unione. «Da un punto di vista storico la questione è complessa», aggiunge Ferrari. «Geograficamente siamo in Asia, in una zona a lungo sotto l’influenza persiana e turca. Ma ora il vedersi parte dell’Europa è un aspetto centrale della società».

Durante le proteste di maggio contro la legge sugli “agenti stranieri” voluta dal premier Irakli Garibashvili, che avrebbe costretto le ong finanziate con soldi esteri a registrarsi come agenti stranieri su modello russo, le persone sono scese in piazza con la bandiera dell’Unione europea, accompagnate da quella dell’Ucraina e della Nato. Difficile vederne altrettante perfino a Bruxelles. La legge è stata ritirata, anche grazie alla presidente Salomé Zourabichvili che disse che non l’avrebbe firmata.

«Il governo sta facendo di tutto per sabotare l’adesione all’Europa malgrado dica il contrario», ci spiega Mamuka nella sua pasticceria Babà appena aperta nella capitale – il babà lo fanno anche piuttosto bene. «Rema contro per far piacere alla Russia». Russia che ha aiutato le regioni di Abkhazia e Ossezia del sud a rendersi di fatto indipendenti, copione che in seguito si sarebbe ripetuto in Ucraina. Un pezzo di questa storia è raccontato in La conta (Feltrinelli), di Tamta Melasvili.

Condomini d'epoca sovietica a Tblisi (foto: Francesca Braghetta)

 

Fascino neorealista

Tornando alle “corti italiane” di Tbilisi, il nome non ha a che fare con la nostra architettura. I palazzi della parte vecchia erano le case dei mercanti e della nobiltà. In maggioranza costruiti dopo l’ultima devastante invasione persiana del 1795, sono sopravvissuti alla riorganizzazione urbanistica voluta dall’impero zarista quando il regno georgiano di Cartalia-Cachezia venne annesso nel 1801. Ma la città i russi la persero mentre collassavano nella rivoluzione del 1917. La ripresero quattro anni dopo, divenuti bolscevichi, con le truppe dell’Armata rossa che entrarono nella capitale guidate da un georgiano.

Si chiamava Iosif Stalin e come sappiamo avrebbe fatto strada. Nella sua città natale, Gori, c’è un museo a lui dedicato dove è rappresentato come un eroe. Visto che quelle dimore erano troppo grandi per ospitare poche famiglie, le frazionarono in decine di appartamenti da assegnare al popolo. Le corti divennero d’improvviso sovraffollate, povere, piene di vita, rumorose. Ricordavano le scene dei film neorealisti italiani del dopoguerra, che nella Repubblica Socialista Sovietica Georgiana erano di gran moda. Di qui l’appellativo: “corti italiane”. «Quando mi capitò di vedere Matrimonio all’italiana con Sophia Loren» ci racconta Natalia, «pensai davvero parlasse di noi».

Sul Venerdì del 6 ottobre 2023

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