Rebecca Donner: la mia prozia che spiava contro Hitler
di Anna LombardiRebecca Donner. New York Times
«Avevo nove anni quando sul muro della casa nel Maryland, dove la mia bisnonna Harriette prendeva le misure dei bambini di famiglia, notai la lettera M. Le chiesi a chi si riferisse e lei si irrigidì: “Mia sorella Mildred”. Solo anni dopo seppi che quella prozia vissuta decenni fa era stata una spia e insieme al marito tedesco Arvid Harnack aveva guidato la resistenza antinazista a Berlino. Morì ghigliottinata a 41 anni, per ordine diretto di Adolf Hitler, nel 1943. Mia nonna Jane l’aveva conosciuta bene: era stata sua ospite in Germania, e lì aveva conosciuto mio nonno Otto Donner. Fu lei a darmi le sue lettere, quando compii sedici anni: “Scrivi la sua storia”. Le ho portate con me ovunque. Di fatto, lavoro a questo libro da allora».
Già. A Rebecca Donner, classe 1971, sono serviti anni di ricerca e diverse borse di studio per ricostruire quel puzzle che è stato la vita della prozia Mildred Fish Harnack: eroina della resistenza tedesca nata nell’americanissima Milwaukee, Wisconsin, …
«Avevo nove anni quando sul muro della casa nel Maryland, dove la mia bisnonna Harriette prendeva le misure dei bambini di famiglia, notai la lettera M. Le chiesi a chi si riferisse e lei si irrigidì: “Mia sorella Mildred”. Solo anni dopo seppi che quella prozia vissuta decenni fa era stata una spia e insieme al marito tedesco Arvid Harnack aveva guidato la resistenza antinazista a Berlino. Morì ghigliottinata a 41 anni, per ordine diretto di Adolf Hitler, nel 1943. Mia nonna Jane l’aveva conosciuta bene: era stata sua ospite in Germania, e lì aveva conosciuto mio nonno Otto Donner. Fu lei a darmi le sue lettere, quando compii sedici anni: “Scrivi la sua storia”. Le ho portate con me ovunque. Di fatto, lavoro a questo libro da allora».
Già. A Rebecca Donner, classe 1971, sono serviti anni di ricerca e diverse borse di studio per ricostruire quel puzzle che è stato la vita della prozia Mildred Fish Harnack: eroina della resistenza tedesca nata nell’americanissima Milwaukee, Wisconsin, le cui gesta erano state sì, tramandate, ma con molte imprecisioni. Rebecca ne ha infine tratteggiato uno straordinario ritratto, coinvolgente come un romanzo, nel suo Nei giorni oscuri della nostra vita appena pubblicato in Italia da Feltrinelli. Opera di non-fiction dove l’avventurosa vicenda umana s’intreccia al tragico destino d’Europa.
Una spia in famiglia...
«La sua misteriosa figura suscitava sentimenti complessi nei miei familiari: dolore, rabbia, paura, amore, curiosità. E questo scatenò la mia immaginazione. Quando finalmente lessi le sue lettere, mi emozionai. Aprivano uno spiraglio sulla sua vita senza svelare troppo. Sapevamo che aveva fatto grandi cose ma solo nel 2008 capii: visitando il Gedenkstätte Deutscher Widerstand di Berlino, il memoriale della Resistenza tedesca. Pensavo di trovarci una piccola targa a lei dedicata, qualche documento. Invece si aprirono le porte dell’ascensore e mi trovai di fronte a un suo enorme ritratto e a ben due stanze piene di memorabilia a lei dedicate. Non ero però ancora pronta a scriverne».
Mildred Fish Harnack (1902-1943) in una foto del 1929. Foto: Picture Alliance / Bridgeman Images
Quando si decise?
«Nel 2016, quando fu chiaro che la campagna elettorale di Donald Trump prendeva slancio. Da sei anni lavoravo a un romanzo, le ricerche sugli Harnack erano un’attività laterale. L’approdo di Trump sulla scena politica mi fece capire che bisognava inventare una nuova forma di resistenza. Quel sentimento mi convinse a dedicarmi alla figura della mia prozia a tempo pieno».
Raccontare la storia di Mildred come atto politico?
«Sì, la sua e quella delle persone che l’affiancarono. Studenti, operai, studiosi, diplomatici... uomini e donne coraggiosi, che non si rassegnarono alla dittatura e rischiarono la vita pur di restare coerenti coi propri valori. Spero ispirino i lettori ad avere sempre il coraggio delle loro idee».
Il suo esempio può ancora insegnare qualcosa?
«A tenere gli occhi aperti. Mildred capì il pericolo nazista fin dagli esordi e iniziò presto a tessere la sua tela di resistenza. Nella Germania di Weimar osservò con ribrezzo quegli uomini con la svastica mentre piantavano il seme della loro ideologia malata. Mentre sotto i suoi occhi vigili avveniva la nazificazione di quella cultura tedesca che ammirava tanto, lei e il marito crearono fin da subito circoli per contrastarla: finirono per assumere entrambi ruoli di spie. Il nazismo prosperò grazie ai tanti che preferirono ignorare il suo lato oscuro. “I tedeschi nascondono la testa nella sabbia” scriveva Mildred a sua madre. Il suo principale esempio sta nel non voltarsi dall’altra parte».
Mildred fu una figura enigmatica. Fino a che punto pensa di averla compresa?
«Scrivendo mi sono data una regola precisa: mai interpretarne il pensiero, a meno che non fosse lei a rivelarlo, come in certe lettere alla mamma o all’amica Martha Dodd, l’esuberante figlia dell’allora ambasciatore americano a Berlino, diventata spia dell’Unione Sovietica per amore di un agente russo. Certo, quando scrivi una biografia ti annulli in chi ritrai. Ma avere lo stesso sangue non mi ha dato un accesso privilegiato alla sua testa».
Qual è stata la sfida più grande?
«Scrivere del suo periodo in prigione. La tennero in isolamento, poté scrivere solo una lettera. A parte un paio di testimonianze postume di chi la incontrò in carcere, nulla è documentato. Ho affrontato quel buco nero in pieno Covid. Il senso di morte e solitudine mi pervadeva, mi ha aiutato a scrivere del suo. Ecco, forse è la parte di libro dove le sono arrivata più vicina. Se avessi scritto un romanzo mi sarei permessa licenze creative. Ma qui ho usato le regole della non-fiction, pur violandole a volte».
Come?
«Raccontando la storia sempre al presente. Nessun biografo lo fa ma io dovevo far entrare il lettore in una vicenda dove il finale è noto fin dalla quarta di copertina: Mildred muore decapitata. Così ho sfruttato tecniche da romanzo: creando suspense. E definendo ogni personaggio attraverso certe caratteristiche, per meglio dare un’idea vivida della persona, pur nello spazio compresso di poche pagine. Sono tutte figure storiche, non volevo che il lettore si basasse solo su cliché».
Al lettore offre un bel ripasso storico. Lo ha fatto perché dimentichiamo troppo in fretta?
«La Storia va ripetuta altrimenti i dettagli si perdono. Alcuni storici di professione mi hanno confessato di aver dimenticato, ad esempio, che Heinrich Himmler era un allevatore di polli prima di entrare nelle grazie di Hitler. O che Dachau, primo campo di concentramento, fu presentato in una conferenza stampa come carcere-modello dove i prigionieri avrebbero lavorato a contatto con la natura. E i primi a finirci furono gli oppositori politici: socialdemocratici, comunisti, sindacalisti. Abbiamo la memoria corta anche rispetto all’antisemitismo, che oggi è tornato a essere parte delle pulsioni autoritarie».
Lei è riuscita a incontrare uno dei principali protagonisti del libro...
«Donald Heath, figlio di un diplomatico statunitense. All’epoca era solo un bambino ma ebbe un ruolo essenziale: portava i messaggi di Mildred a suo padre, che li passava all’intelligence americana. Lo incontrai nel 2017 in California, aveva 89 anni. Mi svelò elementi inediti e alla fine disse: “Per me era una sorta di zia. Ti ho detto cose mai rivelate ad altri, perché sei di famiglia. Ora posso anche morire”. Speravo potesse leggere il libro, invece morì davvero, cinque mesi dopo il nostro incontro. I suoi figli mi diedero poi una scatola piena di documenti: c’erano i diari di sua mamma Louise, altro cruciale tassello».
Come ha reagito la sua famiglia alla vera storia della prozia?
«Ne sono stati incantati. E secondi e terzi cugini, in America e in Germania, mi hanno contattata, tutti orgogliosi della loro relazione con Mildred. Venivano a incontrarmi alle presentazioni dei libri e piangevamo d’emozione insieme».
Negli archivi russi ci sono ancora documenti segreti su di lei. Sapremo mai tutto?
«Arvid spiò per i sovietici e su Mildred c’è sicuramente un dossier. Ma non so se riusciremo mai a vederli. L’ambasciata russa però mi ha fatto avere una foto di loro due negli anni Trenta. Se mai renderanno disponibile altro, rimetterò mano al libro. La Storia si evolve, se emergono nuovi documenti bisogna rivedere la narrazione».
Terminato il libro della vita, a cosa lavora?
«La resistenza, tedesca e di altri Paesi, mi appassiona. Sono affascinata dalle motivazioni di chi non resta a guardare in silenzio. Sto lavorando a una biografia di Sophie Scholl, la studentessa che col fratello Hans diede vita alla Rosa Bianca, il movimento non violento attivo nelle scuole di Monaco. Mildred e Sophie d’altronde si sfiorarono: furono decapitate nello stesso carcere, la prima il 16 febbraio, l’altra il 22. E Falk, fratello di Arvid, fu coinvolto attivamente nella Rosa Bianca. Il libro a cui lavoro da una vita non è ancora finito».
Sul Venerdì del 6 ottobre 2023