Per i docenti è il tempo del coraggio
di Michele SerraGentile Serra, il 29 giugno scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, a modifica e integrazione del codice di condotta o comportamento dei dipendenti pubblici, il seguente emendamento: «art. 11-ter (utilizzo dei mezzi di informazione e dei social media): il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale». Nel caso di noi docenti, di fatto, l’intervento del legislatore impedisce di esprimere un giudizio negativo sul “sistema scuola“ proprio mentre esso attraversa una crisi epocale. Già alcuni colleghi docenti, infatti, sono stati oggetto di provvedimenti disciplinari per avere espresso opinioni ritenute lesive delle istituzioni di appartenenza. A solo titolo d’esempio, basta affermare che stiamo diplomando una generazione di analfabeti (come ampliamente certificato dai dati Invalsi) per incorrere nelle ire di un dirigente…
Gentile Serra, il 29 giugno scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, a modifica e integrazione del codice di condotta o comportamento dei dipendenti pubblici, il seguente emendamento: «art. 11-ter (utilizzo dei mezzi di informazione e dei social media): il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale». Nel caso di noi docenti, di fatto, l’intervento del legislatore impedisce di esprimere un giudizio negativo sul “sistema scuola“ proprio mentre esso attraversa una crisi epocale. Già alcuni colleghi docenti, infatti, sono stati oggetto di provvedimenti disciplinari per avere espresso opinioni ritenute lesive delle istituzioni di appartenenza. A solo titolo d’esempio, basta affermare che stiamo diplomando una generazione di analfabeti (come ampliamente certificato dai dati Invalsi) per incorrere nelle ire di un dirigente scolastico. Non ho account e ignoro le regole di Instagram, ma proprio per questo mi sento in dovere di denunciare una misura discriminatoria. Non avrei scritto questa mail se lo stesso provvedimento fosse stato assunto nei confronti dei politici che hanno costruito il loro successo elettorale su un’attività social dissennata e violenta, e nei confronti di sedicenti giornalisti che hanno fatto della provocazione un’arte: eppure anche loro dovrebbero offrire un modello positivo; anche loro dovrebbero essere ineccepibili; anche loro, con i loro interventi, possono danneggiare le istituzioni. E invece no: tutti sono liberi di scrivere le loro brave castronerie, tranne noi poveri docenti, che possiamo soltanto pubblicare le foto degli animali domestici e le ricette della nonna.
Emanuela Cabella
L’uso aggressivo dei social è comune a molta politica (per fortuna non tutta) senza che alcun “codice di comportamento” abbia mai scalfito la crosta di spregio e di cinismo che alimenta quel genere di insolenza. Ed è paradossale che dagli insegnanti e dai dipendenti pubblici si pretendano quel rispetto e quella misura che fior di ministri, deputati, senatori, leader di partito dimostrano ogni giorno di non avere, postando non solo le castronerie che lei sottolinea, ma attacchi personali molto violenti, che indicano un bersaglio, con nome e cognome, alle loro claque di esagitati. Perché mai pretendere dalla fanteria (spero che l’esercito dei docenti non si offenda: loro è la fatica sul campo) quella lealtà e quella correttezza che i generali non si sognano di applicare a se stessi? Dei giornalisti “provocatori” che lei tira in ballo è del tutto inutile parlare perché non capirebbero: la confusione tra libertà di espressione e violenza verbale è totale.
Ci sono illustri firme (specie a destra, mi dispiace doverlo sottolineare ma è un dato oggettivo) che considerano l’aggressione e l’insulto una dimostrazione di indipendenza di giudizio e di ribellione al “politicamente corretto”. Non hanno alcuno scrupolo di “esemplarità”, se ne fregano e basta. Pretendere da loro la dignità del ruolo (i giornalisti sono pur sempre, nonostante loro, classe dirigente) è come voler spremere sangue dalle rape. Detto questo, io credo che i docenti non debbano farsi intimidire da indicazioni di legge che vanno poi ampiamente interpretate. Se un dirigente scolastico è così sciocco o servile da confondere una legittima critica alla scuola con una forma di infedeltà allo Stato, il problema è solamente suo. Il rischio di incorrere in una sanzione ingiusta (che esiste anche per altre categorie, e altri comportamenti) non deve intimidire. Questo è un tempo, cara professoressa Cabella, nel quale servono limpidezza e coraggio. E forse, ripensandoci bene, in ogni tempo è stato così.