Perché nonostante leggi e codici rossi i femminicidi in Italia non diminuiscono. Siamo andati nella stanza dove le donne denunciano le violenze
di Stefania ParmeggianiUn’agente della quarta sezione della Squadra mobile di Roma, specializzata nella lotta alla violenza domestica e di genere, a colloquio con una donna nella Stanza dell’ascolto protetto della questura (Alessandro Serranò/Agf)
Colori tenui e un tavolo di vetro che accorcia le distanze e non maschera la gestualità dei corpi. Nessun computer perché qui non si mette a verbale nulla. Ci sono microfoni e telecamere, ma non si vedono: raccolgono le voci e permettono a chi è nell’ufficio accanto di registrare il colloquio e scrivere. Siamo nella Stanza dell’ascolto protetto, questura di Roma, quarta sezione della Squadra mobile, agenti specializzati nella lotta ai reati di violenza domestica, di genere e nei confronti dei minori, un fenomeno criminale complesso, tra i più difficili da combattere. In questo spazio, che vuole essere sicuro e accogliente, vengono ascoltati i minori e le vittime adulte in particolari condizioni di vulnerabilità, come donne minacciate, picchiate, molestate, stuprate o schiavizzate.
Colori tenui e un tavolo di vetro che accorcia le distanze e non maschera la gestualità dei corpi. Nessun computer perché qui non si mette a verbale nulla. Ci sono microfoni e telecamere, ma non si vedono: raccolgono le voci e permettono a chi è nell’ufficio accanto di registrare il colloquio e scrivere. Siamo nella Stanza dell’ascolto protetto, questura di Roma, quarta sezione della Squadra mobile, agenti specializzati nella lotta ai reati di violenza domestica, di genere e nei confronti dei minori, un fenomeno criminale complesso, tra i più difficili da combattere. In questo spazio, che vuole essere sicuro e accogliente, vengono ascoltati i minori e le vittime adulte in particolari condizioni di vulnerabilità, come donne minacciate, picchiate, molestate, stuprate o schiavizzate.
L’ascolto delle vittime è un atto fondamentale nelle indagini di questo tipo. «A volte sono loro a chiedere aiuto, altre siamo noi a trovare un contatto perché i figli si sono confidati a scuola, i medici si sono insospettiti o perché parenti e amici ci hanno avvisato. Sono studentesse, casalinghe, professioniste, madri, italiane e straniere. A volte sono intrappolate in dinamiche di relazione in cui l’altro è violento e controllante, sono isolate e incapaci di immaginare una via di uscita. Temono di non riuscire a rappresentare all’esterno il loro doloroso vissuto e si addossano colpe che non hanno». Pamela Franconieri, vicequestore, ha un obiettivo: far comprendere a ogni donna che entra in questa stanza che è possibile uscire dal silenzio. E non è semplice, perché le ferite, soprattutto quelle che non si vedono, fanno male.
Ricorda una ragazza, giovanissima, picchiata dal compagno e padre dei suoi figli. «Era andata in ospedale con lesioni gravi almeno una decina di volte ed erano sempre ospedali diversi e scuse diverse perché lui non voleva destare sospetti. L’abbiamo convocata con uno stratagemma e siamo riusciti ad aiutarla e ad arrestarlo. Ha denunciato, poi ha ritrattato perché lui giurava di essere cambiato, ma non era vero. Non è mai vero e infatti le umiliazioni e le botte sono continuate. Dopo l’ennesima violenza, ha trovato il coraggio di andare fino in fondo e qualche giorno fa è tornata a trovarci. Ha detto: non ricordavo più cosa significasse vivere».
Non tutte però riescono a interrompere la spirale della violenza. La precedente Commissione di inchiesta sul femminicidio, presieduta dalla senatrice Valeria Valente (Pd), ha accertato che l’85 per cento delle donne vittime di femminicidio nel biennio 2017/18 non aveva presentato una denuncia. La sfiducia nelle istituzioni è fortissima. Anche per questo, per fare emergere il sommerso, le Stanze dell’ascolto protetto si stanno moltiplicando. Si trovano nelle grandi città ma anche nei commissariati periferici e nelle stazioni dei carabinieri. Accolgono donne adulte e bambine, come è successo a Caivano con le due cuginette vittime di stupro. E sono utilizzate da agenti e militari che sanno rispettare i silenzi e le pause, ma anche raccogliere informazioni circostanziate. Sono utili, ma non certo sufficienti.
La strage continua
In Italia viene uccisa una donna ogni tre giorni. Non è un’emergenza, è qualcosa di peggio: un fenomeno endemico, la punta dell’iceberg di un sistema sessista e patriarcale. Nel 2022 sono state uccise 125 donne, 103 in un contesto famigliare o affettivo. Nel 2021 119 e 104 sono state classificate come vittime di femminicidio. Di anno in anno il numero registra flessioni o incrementi, ma nessuna concreta oscillazione.
E pensare che negli ultimi trent’anni il numero di omicidi volontari è drasticamente diminuito. Siamo passati dai 1.916 registrati nel 1991 ai 319 del 2022. Sarebbe un gran bel risultato, se non fosse che anche nella più macabra delle statistiche c’è un gap di genere: «Il crollo ha riguardato solo gli uomini», spiega Maria Giuseppina Muratore, responsabile delle indagini sulla sicurezza dei cittadini dell’Istat. «Sono diminuiti i delitti di strada e di criminalità, ma non quelli commessi in ambito familiare e affettivo dove le prime vittime sono proprio le donne. Nei primi anni ’90 vi erano circa cinque uomini uccisi per ogni donna; nel 2002 e nel 2021 il rapporto è sceso rispettivamente a 2,6 e 1,6. Per capire se dietro queste morti vi siano motivazioni di genere, analizziamo le informazioni registrate nelle banche dati delle forze dell’ordine: relazione tra vittima e assassino, presunto movente e ambito dell’omicidio.
La Commissione statistica delle Nazioni Unite chiede di prendere in esame anche altre variabili: la vittima è stata sfruttata, rapita, privata della libertà o violentata? Lavorava nel mercato del sesso? Il suo corpo è stato mutilato o abbandonato nello spazio pubblico? Quando sapremo rispondere, grazie alla collaborazione con il ministero dell’Interno, i numeri potrebbero essere persino più alti».
Non chiamateli omicidi
Non è un dettaglio. Questo genere di informazioni permette di utilizzare a ragion veduta la parola “femminicidio”, quella che ancora una quindicina di anni fa faticavamo ad usare perché, si diceva, a cosa serve se il termine omicidio comprende già tutto?. Ma era prima che i movimenti delle donne spazzassero via dal linguaggio espressioni come “dramma della gelosia” o “delitto passionale”, prima che studiose e attiviste spiegassero che l’omicidio di donne in quanto donne non chiama in causa solo l’assassino ma anche i nostri modelli sociali e culturali, prima che l’Italia aderisse alla Convenzione di Istanbul, pietra miliare nel contrasto alla violenza di genere e s’impegnasse, articolo 15, a «garantire un’adeguata formazione delle figure professionali che si occupano delle vittime e dei responsabili».
Per le forze dell’ordine questo si è tradotto in corsi di aggiornamento obbligatori e nuovi protocolli. La vicequestore spiega che ogni agente è formato per riconoscere i segnali che spesso sono la spia di situazioni di violenza. «Mettiamo che una pattuglia intervenga in una casa perché i vicini hanno segnalato urla e pianti. Non si limita ad ascoltare chi dice loro che è stata una banale lite di coppia. Osserva: ci sono segni di colluttazione? Parla solo l’uomo? I bambini sono chiusi in camera e sembrano spaventati? Se c’è il sospetto di una violenza domestica l’intervento viene registrato in una banca dati condivisa con i carabinieri. È importante, soprattutto per smascherare quelle situazioni in cui le vittime non riescono o non possono denunciare, si tratta di reati che hanno una condotta reiterata».
Parla dei protocolli, strumenti con i quali si cerca di anticipare la soglia di prevenzione – Eva per il primo intervento, Sara per la valutazione del rischio e Zeus, dal nome del dio che considerava la donna un oggetto, rivolto agli uomini maltrattanti: «Da quando, dopo l’ammonimento del questore, vengono informati della possibilità di sottoporsi a un programma di prevenzione organizzato dai servizi del territorio, su base gratuita e volontaria, il numero delle recidive dei soggetti che aderiscono è fortemente diminuito». In tutta Italia nel 2022 sono stati emessi 3.654 ammonimenti e in oltre il 90% dei casi, per ora, non ci sono state ricadute.
È un dato di realtà, ma non è l’unico. Ci sono i nomi delle vittime a completare il quadro di un fenomeno criminale che non fa differenza tra Nord e Sud, italiani e stranieri, ricchi e poveri, che sa insinuarsi e proliferare ovunque, spesso indisturbato. Dall’inizio dell’anno sono almeno 75 le donne uccise da un marito, un compagno, un ex o un altro famigliare: Martina, che prova a rifugiarsi nel bagno di un ristorante e poi viene ammazzata per strada; Marisa, uccisa a colpi di fucile dall’ex compagno poche ore prima che la Camera approvasse il rafforzamento del Codice Rosso; Cosima, massacrata a 71 anni dal figlio che aveva un divieto di avvicinamento; Anna Lisa, data alle fiamme dal compagno; Giulia, avvelenata per mesi insieme al bambino che aveva in grembo prima di essere finita a coltellate… Cosa succede? Perché leggi e protocolli non fermano la strage?
Dire, Donne in rete contro la violenza, lamenta «enormi distinzioni nella protezione, a seconda della preparazione di forze dell’ordine, avvocatura e magistratura». Anche la commissione sui femminicidi evidenzia omissioni, ritardi e mancanza di specializzazione. Maria Monteleone, magistrato che per anni ha guidato il pool di pm romani che si occupano di reati contro le fasce deboli, spiega che dalla formazione continua e dalla specializzazione di agenti, giudici, avvocati, assistenti sociali, medici e insegnanti dipende la possibilità di riconoscere una vittima, proteggerla e scongiurare l’escalation della violenza. «La realtà italiana non è affatto soddisfacente. Tutte le strutture pubbliche che hanno competenze in materia sono inadeguate, lavorano in affanno, contano molto sulla buona volontà e sulla sensibilità dei singoli piuttosto che su personale e mezzi adeguati». Vale per tutto: le scuole, gli ospedali, i servizi sociali e anche la realtà giudiziaria.
«Sia il Csm che la Commissione di inchiesta sui femminicidi hanno rilevato come sia gravemente insufficiente il numero dei magistrati competenti, in relazione al numero dei procedimenti, sempre maggiore, che sono loro assegnati. Hanno anche rilevato che non sono sufficientemente specializzati ed evidenziato una gravissima mancanza di personale amministrativo e di polizia giudiziaria, di mezzi e strutture». Come dire: ne parliamo tanto, ma in pratica?
«Da anni il nostro legislatore, spesso sotto l’onda emotiva di fatti gravi, introduce norme, richiede nuovi adempimenti e celerità nel compimento di atti, ma tutti gli interventi sono a costo zero. Aggravando la situazione di molti uffici già in affanno». La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato più volte l’Italia proprio per l’inefficacia dell’azione giudiziaria. Secondo Monteleone per due ragioni: «Una è rappresentata dalle difficoltà nelle quali operano le forze dell’ordine e la magistratura, l’altra è proprio la mancanza di adeguata specializzazione». Le conseguenze si presentano e ripercuotono lungo tutto il percorso. «Le procure, prevalentemente quelle più grandi e medio-grandi, sono organizzate in gruppi specializzati, ma nessun ufficio del Gip lo è».
E poi ci sono i paradossi del sistema: le cause civili dove la violenza di genere non viene presa in considerazione, certe sentenze che riflettono stereotipi sessisti, la vittimizzazione secondaria e gli uomini condannati, che appena liberi si avvicinano alle donne che li hanno denunciati. «Purtroppo c’è una sottovalutazione della violenza di genere anche nei tribunali di sorveglianza», dice Monteleone, che riconosce la delicatezza e la complessità del loro lavoro: l’importanza di proteggere la vittima ma anche la necessità di un percorso detentivo improntato alla rieducazione «perché i condannati, espiata la pena, non siano più pericolosi».
Infine, dopo la denuncia e i processi, c’è una vita da ricostruire. In un Paese nel quale il 37 per cento delle donne non ha un conto corrente, la violenza si tollera anche per miseria. Servono risorse economiche per perseguire i reati, ma anche per proteggere le vittime, finanziare i centri antiviolenza e le case rifugio, aprire gli sportelli giorno e notte, anche nei festivi. Serve il reddito di Libertà e un impegno concreto per fare quella che Michela Murgia chiamava rivoluzione culturale. Quando una ragazza si rivolge alle forze dell’ordine, ai servizi sociali o alle associazioni, è infatti già diventata una vittima.
L’Istat racconta che nel 2021 erano 19.600 le donne che stavano affrontando un percorso di uscita dalla violenza. Il 40% di loro l’aveva intrapreso dopo anni di abusi e il 19% in condizioni di emergenza, vale a dire quando l’escalation di percosse e minacce era tale da farle temere per la propria vita. «Bisogna intervenire prima» conclude Muratore «perché le cose cambino, perché gli uomini smettano di considerare le donne una loro proprietà e le donne a scambiare tutto questo per amore».