Karin Smirnoff: “Vi spiego perché Lisbeth non sarà più sola”
di Giuliano AluffiKarin Smirnoff, autrice di Il grido dell’aquila (Marsilio, 442 pagine, 22 euro, tradotto da Laura Cangemi e Katia De Marco), ora in libreria (Thron Ullberg)
La bambola di stracci Svala Hirak sfrutta la forza centrifuga, carica il mae-geri e lo piazza nel punto del corpo il cui nome ricorda quello di un hotel greco affacciato sul mare: Solar plexus. L’ultimo viaggio verso il Sole del patrigno traccia un’ampia parabola al di sopra del parapetto in vetro. Un corpo di cento chili che cade da un’altezza di dieci metri non grida: atterra buono buono su un masso e si rompe l’osso del collo. Così la piccola ma agguerritissima Svala, tredici anni, giustizia il patrigno Peder Sandberg, malavitoso ultramaschilista e stupratore.
È uno dei momenti clou de Il grido dell’aquila (Marsilio), il thriller che continua una delle saghe più lette di sempre. Ovvero Millennium, inaugurata dallo scomparso Stieg Larsson con il romanzo Uomini che odiano le donne e per la prima volta quest’anno firmata da una donna: la svedese Karin Smirnoff, già autrice di una trilogia, i romanzi con Jana Kippo, con donne forti che, dopo abusi e violenze, si vendicano dei torti sub…
La bambola di stracci Svala Hirak sfrutta la forza centrifuga, carica il mae-geri e lo piazza nel punto del corpo il cui nome ricorda quello di un hotel greco affacciato sul mare: Solar plexus. L’ultimo viaggio verso il Sole del patrigno traccia un’ampia parabola al di sopra del parapetto in vetro. Un corpo di cento chili che cade da un’altezza di dieci metri non grida: atterra buono buono su un masso e si rompe l’osso del collo. Così la piccola ma agguerritissima Svala, tredici anni, giustizia il patrigno Peder Sandberg, malavitoso ultramaschilista e stupratore.
È uno dei momenti clou de Il grido dell’aquila (Marsilio), il thriller che continua una delle saghe più lette di sempre. Ovvero Millennium, inaugurata dallo scomparso Stieg Larsson con il romanzo Uomini che odiano le donne e per la prima volta quest’anno firmata da una donna: la svedese Karin Smirnoff, già autrice di una trilogia, i romanzi con Jana Kippo, con donne forti che, dopo abusi e violenze, si vendicano dei torti subiti. Il grido dell’aquila è il più recente capitolo di quello che ormai è diventato un genere letterario: la rivincita veemente delle donne.
Tra gli esempi recenti: Il segreto della speziale di Sarah Penner, Killers of a certain age di Deanna Raybourn, The Change di Kirsten Miller e The Hook di Victoria Helen Stone.
Smirnoff porta i protagonisti di Millennium, l’agguerrita Lisbeth Salander e il riflessivo Mikael Blomkvist, nel gelido e desolato Nord della Svezia, dove gli investimenti in energia rinnovabile fanno gola a malavitosi con la propensione allo stupro e al traffico di donne.
Le scrittrici sono più credibili degli scrittori nel raccontare la violenza sulle donne?
«Stieg Larsson ha sviscerato in modo magistrale tanti aspetti dei soprusi compiuti dai misogini. Ma era un uomo, e non aveva mai provato sulla propria carne ciò che significa per una donna subire violenza. Però ci è andato vicino: quand’era adolescente, assistette allo stupro di una quindicenne di nome Lisbeth, da parte di un gruppo di suoi amici. Non partecipò, ovviamente, ma non ebbe il coraggio di fermarli. E quando cercò di scusarsi con la ragazza, lei gli rispose “Non ti perdonerò mai”. E questo episodio lo fece diventare femminista. Purtroppo molte scrittrici hanno avuto un’esperienza ancora più diretta e traumatica della violenza. E anche molte lettrici: dati Onu dicono che per 7 donne su 10 l’abuso fisico o verbale da parte di un partner è diventato più comune in questi anni, e il il 45% delle donne dice di aver subito qualche forma di violenza».
In che modo la serie Millennium vorrebbe combattere questa violenza misogina?
«Il problema non è solo la violenza fisica quando si manifesta: già solo l’eventualità, la minaccia di un possibile stupro è una forma pervasiva di controllo sociale e di oppressione delle donne. Larsson è stato il più capace, tra i thrilleristi, nel mostrare la violenza misogina non come l’atto – grave ma sporadico – di qualche “mela marcia” del genere maschile, ma come il frutto avvelenato di tutto un sistema patriarcale».
Può farci un esempio?
«Nel primo romanzo, Lisbeth non è stuprata da un mostro in un vicolo buio, ma dal suo sadico tutore, dall’aspetto grigio e comune, nel suo ufficio. Questo ricorda a chi legge che anche dietro gli uomini dall’aspetto e dai modi normali può celarsi uno stupratore. E che anche nei contesti più normali si può subìre un’aggressione».
Spesso però nei thriller si rappresenta la violenza in modo voyeuristico…
«Questo succede quando il corpo delle donne, nelle pagine che descrivono aggressioni e sopraffazioni, viene descritto in modo erotizzante».
E lei ha avvertito questo rischio, scrivendo Il grido dell’aquila?
«Ma per me la violenza contro le donne non è solo quella più esplicitamente sessuale. Ad esempio ho scritto una scena nel quale Marcus Branco, il personaggio più malvagio, versa del tè bollente su una donna che tiene in ostaggio, come affermazione del suo potere di vita e di morte su di lei. Quando gli uomini scrivono romanzi come il mio, e descrivono scene di violenze sessuali, spesso indulgono troppo in dettagli scabrosi. Credo che uno dei romanzi più spaventosi che io abbia mai letto sia American Psycho: lì si vede una specie di pornografia della violenza, anche se non potrei davvero immaginare nessun lettore eccitarsi per quelle scene. Se ti ecciti per quelle scene, voglio dire, il problema sei tu e non certo il romanzo».
L’hacker e punk Lisbeth Salander, ovvero il personaggio più amato dai lettori di Millennium, è l’esempio più cristallino, nella narrativa del terzo millennio, di donna che si vendica delle vessazioni subite.
«Questo perché Lisbeth può essere “anche” una vittima, ma non è mai “solo” una vittima. Io non scrivo mai di vittime che rimangono vittime».
A proposito: un saggio femminista che tratta di Millennium ha il titolo suggestivo Uomini che odiano le donne, e donne che li prendono a calci nel didietro. Però una critica che alcune intellettuali muovono a Lisbeth è che nel vendicarsi sugli uomini accentua i suoi aspetti androgini. Come se, per vincere, una donna dovesse trasformarsi in uomo…
«Il bello di Lisbeth è proprio nella sua fluidità, nella sua ambivalenza, nel suo essere difficilmente incasellabile. Larsson una volta scherzando disse che la vedeva come una versione adulta di Pippi Calzelunghe, la meravigliosa ragazzina ideata da Astrid Lindgren. Io, poi, nel nuovo romanzo ho voluto rendere Lisbeth un personaggio ancora più sfaccettato. Fino ad oggi Lisbeth è stata descritta come una specie di eterna teenager. Io ho voluto darle un po’ di maturità in più, e così le ho dato la responsabilità su un altro essere umano, ovvero sua nipote Svala, tredicenne che può sembrare a un primo sguardo una versione mini di Lisbeth, per il suo istinto ribelle, ma è anche molto altro».
Ecco, età a parte, cosa differenzia di più Svala da Lisbeth?
«Paradossalmente Svala è più adulta di Lisbeth. Non le piacciono le parolacce e la gente poco seria. Ha un background simile a quello della zia, e per questo loro due si capiscono molto, però Svala è ancora più pericolosa di Lisbeth perché può andare davvero in ogni direzione. Ad esempio Lisbeth non uccide, mentre Svala non ha problemi a uccidere chi le ha fatto del male. Svala è una parte di me, continuo a creare donne come lei nei miei romanzi: da Jana Kippo, protagonista della mia trilogia, a Agnes, protagonista della storia che sto scrivendo adesso. Il bello di Svala è che essendo così giovane può diventare di tutto: non la lascerò per sempre come una “piccola Lisbeth”, nei prossimi romanzi evolverà ancora. Anche perché credo che Lisbeth e Mikael Blomkvist abbiano bisogno di un erede. Soprattutto Mikael, che ormai è sulla sessantina…».
Lo sta dicendo con aria un po’ sinistra: Mikael deve preoccuparsi?
(Ride) «Quando ho scritto la sinossi del romanzo per dare agli editori internazionali un’idea di come sarebbe stato, non ho scritto che avrei ucciso Lisbeth Salander o Mikael Blomkvist, perché sono i protagonisti storici di Millennium. Ma in una conversazione tête-à-tête con l’editore svedese ho chiesto scherzosamente: “Ma che succede se uccido Mikael, per esempio?”. Perché non mi faceva impazzire come personaggio, lo trovavo un po’ blando. In fondo gli uomini, in Millennium, sono un po’ tutti dei perdenti, anche i personaggi positivi. Come coso, lì, comesichiama, il socio di Lisbeth a Milton Security. Vede, fatico addirittura a ricordarmi il nome!».
Torniamo agli uomini che odiano le donne: lei si è mai sentita discriminata come donna, nella civilissima e – almeno in teoria – poco maschilista Svezia?
«Nelle classifiche sulla parità tra sessi, la Svezia è sempre molto in alto. Ma in realtà anche qui non c’è reale parità. Gli uomini guadagnano di più, le donne sono incentivate a stare a casa con i figli. E soprattutto i figli maschi, per come sono allevati, si abituano presto a pensare di valere di più delle ragazze. Vedo però che questo sta cambiando con la nuova generazione – ad esempio i nuovi padri mi sembrano molto migliori dei vecchi padri–e sono abbastanza ottimista».
E cosa pensa lei, donna nordica, del maschilismo che ancora alligna tra noi popoli mediterranei?
«A 19 anni avevo un ragazzo italiano, conosciuto a Parigi, che mi invitò in Calabria per l’estate, presso la sua numerosa famiglia, in un paesino. A quel tempo fumavo, e la prima mattina uscii da sola per comprare le sigarette. Tutto d’un tratto vidi attorno a me uomini che mi guardavano e mi seguivano. Poi apparve il padre del mio ragazzo, molto arrabbiato. Ma non verso gli altri, verso di me: apparentemente non era permesso a una ragazza di fare una camminata da sola. Per me è stato uno shock, e probabilmente oggi le cose sono diverse. Credo che una cultura che sminuisce le donne e impone a un uomo di mostrarsi “macho” in ogni circostanza non sia facile da sopportare nemmeno per gli stessi uomini. Insomma è uno svantaggio per tutti».
Sul Venerdì del 13 ottobre 2023