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Sesso, spionaggio e bugie: le ultime confessioni di John le Carré

John Le Carré, pseudonimo di David John Moore Cornwell, era nato a Poole, nel Dorset, nel 1931 ed è morto a Truro, in Cornovaglia, nel 2020. Tra i suoi romanzi più celebri: La spia che venne dal freddo, La talpa, Il giardiniere tenace (Tom Jamieson/The New York Times)

 
I tradimenti. L’infanzia difficile. La politica. L’ultima intervista del grande scrittore inglese in “Tiro al piccione”, documentario su Apple Tv+
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LONDRA. Chi era davvero John le Carré? E qual è la sua eredità, dopo la morte a 89 anni in un ospedale della Cornovaglia il 12 dicembre 2020? Ascoltiamone il canto del cigno, o meglio l’ultima intervista di David John Moore Cornwell, nome vero di questo straordinario raconteur inglese nato a Poole, ex spia dell’MI5 e dell’MI6, che con i suoi romanzi ha avvinto decine di milioni di lettori nel mondo.

«Terremo in vita papà e le sue storie. Dobbiamo farlo non solo per lui, ma anche perché le sue opere sono fondamentali per interrogare e capire il mondo che ci circonda». Ce lo assicurano, in esclusiva per l’Italia, i figli Simon e Stephen Cornwell, nati dal primo matrimonio di le Carré con Alison Sharp. Il terzo figlio della coppia, Timothy, è morto l’anno scorso, così come la seconda consorte dello scrittore, l’editor Valerie Jane Eustace, sposata nel 1972 e spirata poche settimane dopo l’amato John, che con lei ha avuto un quarto figlio, lo scrittore Nick Harkaway.

Ora, per capire chi e…

LONDRA. Chi era davvero John le Carré? E qual è la sua eredità, dopo la morte a 89 anni in un ospedale della Cornovaglia il 12 dicembre 2020? Ascoltiamone il canto del cigno, o meglio l’ultima intervista di David John Moore Cornwell, nome vero di questo straordinario raconteur inglese nato a Poole, ex spia dell’MI5 e dell’MI6, che con i suoi romanzi ha avvinto decine di milioni di lettori nel mondo.

«Terremo in vita papà e le sue storie. Dobbiamo farlo non solo per lui, ma anche perché le sue opere sono fondamentali per interrogare e capire il mondo che ci circonda». Ce lo assicurano, in esclusiva per l’Italia, i figli Simon e Stephen Cornwell, nati dal primo matrimonio di le Carré con Alison Sharp. Il terzo figlio della coppia, Timothy, è morto l’anno scorso, così come la seconda consorte dello scrittore, l’editor Valerie Jane Eustace, sposata nel 1972 e spirata poche settimane dopo l’amato John, che con lei ha avuto un quarto figlio, lo scrittore Nick Harkaway.

Ora, per capire chi era John le Carré (“la piazza” in francese, pseudonimo impostogli dal Foreign Office), il 20 ottobre per Apple Tv+ esce anche in Italia Tiro al piccione. Ritratto di John le Carré, documentario del regista americano Errol Morris – premio Oscar con The Fog of War. La guerra secondo Robert McNamara – e prodotto proprio dai figli Simon e Stephen. Il film custodisce l’ultima conversazione pubblica del padre di La spia che venne dal freddo, La talpa, Il direttore di notte e Il giardiniere tenace, prima del suo triste addio. Forgiato dopo tre giorni di dialogo tra le Carré e Morris a Wrotham Park (Buckingham Palace in The Crown), punteggiato dalla monumentale musica di Philip Glass e da rari filmati d’archivio. Ma, soprattutto, questo è il testamento spirituale di le Carré.

Spirituale e non fisico, perché nel film Morris non gli domanda per esempio dei suoi tradimenti seriali, amorosi e carnali, riemersi in due recentissime opere: la versione aggiornata della biografia di Le Carré a firma di Adam Sisman, in cui lo scrittore confessa che «i tradimenti diventarono una droga per scrivere». E poi, uscito qualche mese fa, The Secret Heart: an intimate memoir, il libro rivelazione di una delle amanti del fedifrago John, nom de plume Suleika Dawson, in cui la donna snocciola particolari intimi e bollenti di Le Carré: «Un vero stallone del sesso, un’incredibile e insaziabile forza della natura a letto, lo facevamo almeno tre o quattro volte al giorno, per ore e ore». «Con John abbiamo parlato di tante cose, ma alla fine ho dovuto fare delle scelte per plasmare il film», ci spiega Morris, «chissà se pubblicherò mai le parti scartate...».

Inganni e verità

Ma il tradimento è l’ultima verità che rimane, scriveva Arthur Miller. Oppure, come lo stesso le Carré notava in Lo specchio delle spie, «l’amore è tutto ciò che puoi ancora tradire». Com’è stato vivere con un papà così fedifrago, quando invece dovrebbe essere la persona di cui fidarsi ciecamente? «Per noi è stato un padre meraviglioso», assicura il primogenito Simon, 65 anni, «magari non andavamo sempre d’accordo con lui, ma faceva di tutto per donarci quell’affetto che non aveva mai avuto. Il fantasma di mio nonno ha vissuto sempre dentro John le Carré, per questo lui con noi cercava di essere sempre l’opposto. Anche quando uno dei suoi 14 nipotini era triste, faceva di tutto per farlo divertire. Forse questo film è una sua sorta di assoluzione, per un misterioso peccato originale». «Mi mancano le sue telefonate inaspettate» aggiunge Stephen, «ti chiamava e conversava per un’ora. Mi manca quella sua voce bellissima».

Ma le bugie restano le fondamenta di quest’opera. Perché, nella lunga e intensa intervista, le Carré racconta soprattutto il suo doloroso rapporto con il padre Ronnie, un truffatore seriale che lo utilizza per i suoi oscuri affari: «Per questo sin da bambino sono diventato una piccola spia», racconta lo scrittore davanti alle telecamere, elegante e in gran forma nonostante un cancro già diagnosticato, poco prima della caduta per cui non uscirà più dall’ospedale: «Per me è stato un periodo di tradimento continuo. La vita è un palcoscenico: e così mio padre mi insegnò a gabbare le persone».


Il tormento del piccione

Il titolo del film è diretto erede delle memorie di le Carré del 2016, Tiro al piccione. Storie della mia vita (Mondadori, come tutti i suoi libri). «Questi piccioni mi hanno sempre tormentato» racconta lo scrittore dietro le sue sopracciglia bianche e candide, «perché era un’altra cosa che mi costringeva a fare mio padre». Ovvero partecipare a un crudele passatempo in un hotel francese sulla Costa Azzurra, in cui si ritrovava un club di amanti del tiro a volo: i piccioni venivano fatti passare in un tunnel dell’edificio, prima di volare e di finire nel mirino del padre Ronnie e dei suoi amici appostati sul balcone con i fucili. Gli uccelli che sopravvivevano venivano di nuovo catturati e rimessi nel tunnel per un altro tiro.

«Da quel momento, anche io sono stato sempre in fuga», cala la maschera le Carré. Il film si incanala proprio in questo doloroso solco che segna la vita del romanziere. Qui interviene Smiley, il leggendario protagonista e ufficiale dei servizi segreti MI6 nei romanzi La talpa, L’onorevole scolaro, Tutti gli uomini di Smiley, Chiamata per il morto, Un delitto di classe. «Per me Smiley» ammette Le Carré, «ha sempre incarnato il padre che non ho mai avuto».

Non spoileriamo troppo, ma tra le altre cose Le Carré rivela di non esser mai andato a visitare la tomba del genitore. E quando va a trovare sul letto di morte la madre, che lo aveva abbandonato quando aveva solo cinque anni «fuggendo con una valigia bianca», lei, in un ultimo affronto del destino, lo confonde con l’ex marito. E gli dice: «Non mi hai mai regalato delle orchidee».

Ma Le Carré parla ovviamente anche degli inizi da romanziere e di altre sue vite parallele come gli studi a Berna e poi a Oxford, prima di diventare docente a Eton e arrivare al Foreign Office. Di lì il suo primo romanzo e l’ingresso nell’MI5, anche se non viene spiegato come precisamente. E poi le Carré spiega il processo di scrittura, l’influenza che Berlino e la Guerra fredda hanno avuto sulle sue opere: «La mia vita non è mai stata davvero reale. Molti personaggi dei miei romanzi hanno sempre qualcosa di me». Ma anche il suo ostinato patriottismo, come quando becca il suo amico di Oxford, Stanley Mitchell, a spiare per i russi e lo denuncia alle autorità: «Stanley, sono disgustato dal tuo comportamento. Giuda, porco!».

Spettri a occidente

«Sì, papà era uno straordinario patriota», ci spiega il figlio Simon Cornwell, «ma non perseguiva un patriottismo cieco nei confronti di una nazione. Difatti, prima di morire chiese la cittadinanza irlandese perché affranto da quanto stesse capitando nel suo Paese, dopo la Brexit». «Credeva soprattutto nell’Europa», sottolinea Stephen, «anche se negli ultimi tempi le tensioni e i populismi nel Vecchio Continente lo turbavano molto». «Da giovane papà pensava che il Regno Unito potesse rappresentare quegli ideali di libertà ed etica che voleva proteggere», continua Simon. «Poi era diventato molto pessimista, considerava il suo Paese sempre più in declino. Una delle cose che più mi manca di lui sono proprio le discussioni sul presente e sul futuro della nostra società e umanità».

Se fosse ancora vivo, quale sarebbe la reazione di le Carré al mondo di oggi, con l’Europa ripiombata in una tragica guerra e tensioni che si moltiplicano a livello globale? «Per lui sarebbe una cosa terribile e incredibile», giura Simon, «gli ricorderebbe la Germania che l’aveva tanto inquietato negli anni Sessanta: piena di vecchi nazisti, la democrazia sotto attacco, estremisti di destra e demagoghi in ascesa... siamo tornati allo stesso punto. Papà è sempre stato parte viscerale del presente e ne ha raccontato la linfa vitale. Per questo era spaventato dai nuovi populismi ed estremismi, come quello di Donald Trump in America. Ascolti questa...», conclude Simon: «il giorno che è morto nella terapia intensiva dell’ospedale, oramai quasi tre anni fa, è riuscito comunque a lamentarsi con il personale, perché il wi-fi era troppo debole e non riusciva a guardare la Cnn sull’iPad».

Sul Venerdì del 13 ottobre 2023

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