Stefania Auci: «Così i miei Leoni di Sicilia ruggiscono anche in tv»
di Enrico Del MercatoMiriam Leone e Michele Riondino (Maria Marin)
Palermo. «Sì, mi sono messa a piangere a core chino». A cuore pieno, svuotando – grazie alle lacrime – il cuore di tutto il sentimento che lo riempie in quel momento. Stefania Auci usa il melodioso dialetto di Trapani per raccontare la reazione che ha avuto quando le hanno fatto vedere il primo pezzo di girato della serie tv I leoni di Sicilia, tratto dal bestseller omonimo dedicato alle vicende della dinastia imprenditoriale dei Florio che lei ha dato alle stampe quattro anni fa e che, nel frattempo, ha venduto quasi un milione di copie in tutto il mondo e dal quale Disney+ ha ricavato la serie. In otto episodi, prodotta da Compagnia Leone Cinematografica e Lotus Production, scritta da Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo che, dopo l’anteprima alla diciottesima edizione della Festa del Cinema di Roma, sarà in streaming dal 25 ottobre con la regia di Paolo Genovese e un cast notevolissimo: Michele Riondino, Miriam Leone, Donatella Finocchiaro, Eduardo Scarpetta, Paolo Briguglia.
Ci sareb…
Palermo. «Sì, mi sono messa a piangere a core chino». A cuore pieno, svuotando – grazie alle lacrime – il cuore di tutto il sentimento che lo riempie in quel momento. Stefania Auci usa il melodioso dialetto di Trapani per raccontare la reazione che ha avuto quando le hanno fatto vedere il primo pezzo di girato della serie tv I leoni di Sicilia, tratto dal bestseller omonimo dedicato alle vicende della dinastia imprenditoriale dei Florio che lei ha dato alle stampe quattro anni fa e che, nel frattempo, ha venduto quasi un milione di copie in tutto il mondo e dal quale Disney+ ha ricavato la serie. In otto episodi, prodotta da Compagnia Leone Cinematografica e Lotus Production, scritta da Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo che, dopo l’anteprima alla diciottesima edizione della Festa del Cinema di Roma, sarà in streaming dal 25 ottobre con la regia di Paolo Genovese e un cast notevolissimo: Michele Riondino, Miriam Leone, Donatella Finocchiaro, Eduardo Scarpetta, Paolo Briguglia.
Ci sarebbe dovuta essere anche lei, l’autrice, ovviamente come comparsa, ma la scena in cui era prevista è saltata in fase di montaggio. Se c’è una cosa, del resto, che caratterizza Stefania Auci è la sua capacità di stupirsi, anche dopo un milione di copie vendute e un successo letterario che avrebbe dato alla testa a chiunque. L’episodio lo racconta lei stessa, dopo un pranzo veloce e prima di tornare al suo lavoro di insegnante in una scuola palermitana. «È successo durante le riprese. Devo dire che Paolo Genovese ha creato sul set un clima accogliente. Io, per la verità, quando sono andata a vedere le riprese mi sono sempre messa in un angolo. Un giorno però mi hanno detto: dai, ti facciamo vedere un pezzo di girato. Mi hanno messa davanti al monitor con le cuffie, e quando è finita la clip io mi sono messa a piangere a dirotto. Intorno a me, facce preoccupate, Genovese che dice: oddio non le piace. Invece io piangevo perché era bellissimo e io ero sopraffatta dalla gioia. Pensavo: che dono ho avuto».
Ecco, forse conviene partire dal grado di fedeltà della serie tv al tuo romanzo. Da spettatrice ti è piaciuta la serie?
«Molto. Per ovvie ragioni la perfetta fedeltà al romanzo non c’è, ma la serie ne ha mantenuto intatto lo spirito. Da spettatrice c’è stato un momento in cui è scattato il binge watching, la curiosità di sapere cosa sarebbe accaduto. Eppure, quella storia l’avevo scritta io».
Ti sarai confrontata col regista. O no?
«Genovese aveva già un’idea molto chiara e durante lo scambio che abbiamo avuto prima delle riprese ho capito che lui aveva massimo rispetto per il mio lavoro. Voleva preservare la fedeltà alla storia che, poi, è una storia vera».
Il cast è di assoluto livello. Avresti immaginato altri volti per i personaggi del tuo romanzo?
«Non ho avuto diritto di parola sulla scelta degli attori, ma sono rimasta estremamente contenta. Mi piace il fatto che il cast sia composto al 90 per cento da attori siciliani. Probabilmente anche per questo il racconto per immagini asseconda perfino rivoli laterali della storia. Una cosa che mi è piaciuta davvero sono le luci perché fanno respirare l’aria calda, l’atmosfera un po’ asfissiante dello scirocco. Ecco, le luci restituiscono esattamente le atmosfere che io ho immaginato».
I Leoni di Sicilia è solo l’ultimo di una serie di prodotti creativi, dal cinema alla letteratura, che attingono a un nuovo modo di raccontare la Sicilia e il Sud che è sicuramente una novità, ma che rischia di diventare oleografico. Non credi?
«Comincerei dal piano estetico: raccontare il Sud significa poter contare su scenari naturali fantastici e su quinte piene di Storia. E poi lasciami dire: oggi prevale una narrazione del Sud portata avanti dalle donne dopo anni di narrazione maschile su temi maschili. Abbiamo avuto dei giganti, penso a Sciascia, Consolo e La Capria, che raccontando il Sud hanno raccontato la critica a una società. Oggi c’è la volontà di raccontare utilizzando canali espressivi differenti. Banalizzo: non si tratta di mostrare soltanto quello che non va, ma anche quello che va. O meglio anche quello che va alla luce di quello che non funziona».
A proposito di giganti. Ti sfiora mai l’idea che il tuo romanzo finisce sullo schermo come è finito, si parva licet…, sullo schermo Il Gattopardo?
«Tempo fa ho letto un articolo in cui la seta, cioè il romanzo di Tomasi di Lampedusa, veniva messa accanto alla paglia, cioè il mio romanzo. Ovvio che non è consentito il paragone e di questo me ne rendo conto io e credo se ne rendano conto i lettori. Ma dal punto di vista visivo, non è sbagliato accostarli. Per usare un altro paragone: di una piccola squadra che giochi un bel calcio non si può dire che sia la grande Olanda degli anni 70, si può dire però che ne richiami l’eco. Ecco, devo dirti che nella trasposizione dei Leoni, l’eco del Gattopardo si sente. Soprattutto nella cura maniacale dei dettagli».
Anche se Il Gattopardo è la storia della Sicilia che rinuncia a cambiare, mentre quella dei Florio è la storia di una Sicilia che ha provato a cambiare, ci è riuscita per un periodo scoprendo una insolita vocazione imprenditoriale e di progresso, e poi ha fallito.
«I Florio, rispetto al principe di Salina, hanno provato a cambiare la loro sorte e quella della Sicilia, forse perché dovevano conquistare spazi e non preservare quel che avevano. E il loro ruolo è stato positivo perché ha costretto l’aristocrazia a competere con i borghesi, a rimboccarsi le maniche. Poi, però, durante il regime fascista l’aristocrazia siciliana ritrovò certe garanzie e certe coperture. E anche questo segnò la decadenza dei Florio».
Questo però tu lo racconti nel secondo romanzo della saga, L’inverno dei leoni, nel quale svetta la figura di donna Franca Florio, regina dei salotti non solo in Sicilia ma in tutta Europa. Ci sarà anche un seguito alla serie tv?
«Questo non lo so. Non tocca a me deciderlo. Certo un’idea sull’attrice che potrebbe interpretare Franca Florio ce l’avrei…».