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Aldo Cazzullo: “Il segreto dei miei bestseller? Parlare ai lettori ”

Aldo Cazzullo, 57 anni,giornalista del Corriere della Sera e Saggista davanti all'Arco di Costantino. Foto di Concetto Vecchio

 
Da Dante alla Grande guerra, dal Duce alla storia di Roma, intervista al giornalista che trasforma ogni suo saggio in un successo editoriale
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Roma. Mentre passeggiamo lungo i Fori Imperiali con Aldo Cazzullo, 57 anni, il suo Quando eravamo i padroni del mondo. Roma: l’impero infinito, è secondo nella classifica dei libri più venduti di Amazon. Dietro l’imprendibile generale Vannacci («ma lo prenderemo»). Succede per ogni sua uscita sull’identità italiana, bestseller da duecentomila copie. Perché gli italiani leggono così tanto i suoi libri? E chi è Aldo Cazzullo?

Che educazione ha avuto?
«Cattolica. Ho fatto il chierichetto. E letteraria».
Nel senso che leggeva molto?
«Siamo l’ultima generazione che ha letto il libro Cuore. E Collodi, Salgari. Poi mi sono innamorato de I dolori del giovane Werther. E di Dante. Noi italiani più che una grande letteratura vantiamo soprattutto una grande poesia. Anche se il nostro modo di raccontare storie è la pittura».
I suoi cosa facevano?
«Papà Giancarlo, 85 anni, era direttore di banca, cambiava spesso sede, noi lo seguivamo: Dogliani, Saluzzo, Borgosesia, poi a un certo punto ci fermammo ad A…

Roma. Mentre passeggiamo lungo i Fori Imperiali con Aldo Cazzullo, 57 anni, il suo Quando eravamo i padroni del mondo. Roma: l’impero infinito, è secondo nella classifica dei libri più venduti di Amazon. Dietro l’imprendibile generale Vannacci («ma lo prenderemo»). Succede per ogni sua uscita sull’identità italiana, bestseller da duecentomila copie. Perché gli italiani leggono così tanto i suoi libri? E chi è Aldo Cazzullo?

Che educazione ha avuto?
«Cattolica. Ho fatto il chierichetto. E letteraria».
Nel senso che leggeva molto?
«Siamo l’ultima generazione che ha letto il libro Cuore. E Collodi, Salgari. Poi mi sono innamorato de I dolori del giovane Werther. E di Dante. Noi italiani più che una grande letteratura vantiamo soprattutto una grande poesia. Anche se il nostro modo di raccontare storie è la pittura».
I suoi cosa facevano?
«Papà Giancarlo, 85 anni, era direttore di banca, cambiava spesso sede, noi lo seguivamo: Dogliani, Saluzzo, Borgosesia, poi a un certo punto ci fermammo ad Alba, dove ho fatto il liceo. Con la mamma, di un anno più giovane, si sono messi insieme a quindici anni».
Che lavoro faceva sua madre?
«La centralinista di notte alla Stipel, l’antenata della Sip. E di giorno lavorava nella macelleria di suo padre, Aldo Cravanzola, nel cui retrobottega ho trascorso molti pomeriggi».
Ha avuto un nonno macellaio?
«Iniziò a lavorare a dodici anni, nel 1924, come garzone del macellaio di Alba. Percorreva ogni settimana a piedi i quindici chilometri dal suo paese, Canale. Il titolare era Amilcare Fenoglio, il papà di Beppe Fenoglio».
Il nonno ha conosciuto l’autore del Partigiano Johnny?
«Sì, lo accompagnava all’asilo, e io poi ho fatto il suo stesso liceo, dove la docente di lettere, la professoressa Alessandria, ci dava del lei: sapeva Dante e Virgilio a memoria».
Come si costruisce un bestseller?
«Cerco di fare libri che parlano ai lettori. Chi legge deve avere la sensazione che quella storia lo riguardi, o riguardi i genitori o i nonni. Noi italiani abbiamo una memoria familiare, non nazionale».
Cosa intende?
«Quello sulla Grande guerra ha venduto 300 mila copie perché parlava dei fanti, non dei generali, e tanti italiani hanno avuto un nonno fante».
Che vuol dire avere una memoria familiare?
«Ogni estate vado al mare ad Andora, in Liguria, dove i miei hanno una casetta. E ogni volta viene a trovarmi un’anziana gentile di 87 anni che mi chiede di firmarle l’ultimo mio libro. “Questo su Mussolini però non mi è piaciuto”, mi ha detto stavolta. “A mia madre i partigiani hanno rasato i capelli”. Non le importa nulla delle malefatte del Duce, dei massacri della guerra; per lei quel gesto, in effetti odioso e riprovevole, commesso ai danni della madre prevale su tutto il resto».
E che vuol dire non avere una memoria nazionale?
«Per Mussolini capobanda ho ricevuto minacce e insulti di ogni tipo. I conti col fascismo non li abbiamo mai fatti; e così abbiamo eretto un mausoleo al generale Graziani, che in Etiopia usò i gas e fece strage di innocenti, compresi centinaia di monaci cristiani».


Vannacci è primo in classifica da mesi.
«La destra ha trovato il suo campione, e la Lega lo sfrutta in chiave anti Meloni».
Si reputa un divulgatore?
«No, solo uno che racconta le radici della nostra storia. Ma le storie devono essere al servizio di un’idea forte. Nessuna idea senza storia, nessuna storia senza un’idea, è una vecchia massima del giornalismo».
Perché proprio un libro sul mito di Roma?
«Perché qui è nata la civiltà della politica. Senato e Repubblica si dicono così pure in inglese, in tedesco. L’Italia è sempre stata il software del mondo, una convinzione che si è rafforzata quando ho fatto il libro su Dante».
Scrive: Roma non è mai caduta.
«Roma suona ancora in tutto il mondo. È patria universale. I Savoia non pensarono per un solo momento di fare di Torino la capitale. E la parola Italia affiora per la prima volta quando Cesare conquista la Gallia, citandola in un documento del Senato».
Questa Roma le piace?
«Quando vi arrivai nel ’98, a trentadue anni, si esaltava il suo modello: erano appena sorti l’Auditorium e il Maxxi. “All’Italia però manca Milano”, si diceva. Ora è l’inverso. Giudizi esagerati allora e adesso».
Ma lei tuona sempre contro i taxi che non si trovano.
«Sì, e la metro non va, e sui bus tanti salgono senza biglietto: bisognerebbe fare come Istanbul dove per salire sul tram occorre superare i tornelli».
Cosa ha capito degli italiani?
«Non credono nella politica, non credono nello Stato. Non concepiscono che un politico possa fare qualcosa che non sia per se stesso».
Siamo un Paese di centrodestra?
«La più grande paura degli italiani è che la sinistra gli aumenti le tasse. E così con tremila miliardi di debito pubblico è passato con allegra disinvoltura da Draghi al trio Meloni-Lollobrigida-Fazzolari».
Meloni durerà?
«Lei è intelligente, ma il suo governo è scarso».
L’ha scelto lei.
«Proprio il fatto che all’estero ci guardano con diffidenza avrebbe dovuto indurla ad andare oltre la famiglia e la militanza».
I ricchi oggi votano a sinistra?
«Neanche per sogno. È la borghesia intellettuale che vota a sinistra, quella da lavoro dipendente massacrato dalle tasse, che Schlein vuole peraltro aumentare».
Non la convince?
«A una radicale di destra, come Meloni, si è pensato di contrapporre una radicale di sinistra. Ma è un errore».
Com’è diventato giornalista?
«Ho fatto la scuola per il giornalismo a Milano, l’Ifg, dopo un solo anno mi hanno chiamato alla Stampa: ne avevo 22. Volevo fare il corrispondente da Parigi. Mi facevano fare le sostituzioni estive, quando è morta Lady D ero lì».
Puntava a restarci a Parigi?
«Quando chiesi all’allora corrispondente, Enrico Benedetto, peraltro bravissimo, se volesse restare a vita, mi rispose in francese, facendomi capire che non gli sarebbe dispiaciuto. Carlo Rossella mi promise di mandarmi prima a Parigi, poi a Berlino, infine a Bruxelles. Poi scoprii che l’aveva promesso ad altri due contemporaneamente».
Com’è arrivato al Corriere?
«Vent’anni fa, chiamato da Stefano Folli».
A che ora inizia a lavorare la mattina?
«Non sono mattiniero. Come prima cosa leggo i giornali sul telefonino».
Qual è la prima firma che va a cercare?
«Le lettere di Francesco Merlo su Repubblica. E poi l’Amaca di Michele Serra».
Perché è passato da Mondadori ad HarperCollins?
«Perché ora sarò tradotto all’estero: Francia, Germania, Spagna, Stati Uniti, Regno Unito, Brasile».
Se lei non battesse a tappeto tutte le tv avrebbe lo stesso successo?
«Andare in tv aiuta, certo, purtroppo non sempre ti fanno parlare del libro».
Chi sono i suoi lettori?
«Lo zoccolo duro è dato dalle professoresse di lettere. Alla fine delle presentazioni su cento che chiedono la firma sul libro novanta sono donne, i restanti dieci la chiedono per la moglie».
Qual è il suo modello? Biagi? Vespa?
«Giorgio Bocca. Era piemontese come me. “Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste”, è il formidabile incipit del suo reportage da Vigevano nel 1962».
Il partigiano Bocca era più duro di lei.
«Da come scriveva si capiva che aveva sparato».

Sul Venerdì del 13 ottobre 2023

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