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Cochi: la mia vita folle con e senza Renato

Aurelioi Ponzoni detto "Cochi" Nicola Marfisi*2023

 
L’infanzia a ciabattate, l’incontro fatale con Pozzetto. E poi, Jannacci, Lucio Fontana, la fissa per Londra. Il signor Ponzoni si racconta qui e in un libro. «Volevo fare l’interprete parlamentare». Intervista
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Milano. In cima, ma proprio in cima in cima, c’è la mamma. La Mamma! La sciura Adele Cattaneo «che un giorno mi prese a ciabattate».
Questa intervista andrebbe scritta tutta in milanese, ma è vietato.
Allora, quella volta, ed era il 1955, sciura Adele aspettò il figlio nascosta dietro una tenda – alle 4 del mattino – e saltò fuori «come una Erinni, urlando “disgrassià!”». Poi, disse anche «ti te fet el ragionàtt», tu farai il ragioniere, ma essendo Cochi Ponzoni «un uomo molto fortunato», l’andare controvoglia all’Istituto Cattaneo fu una provvidenza, perché lì c’era Renato Pozzetto, e lì è cominciata la grande storia che ci racconta ora nella sua casa nascosta dalle parti dell’Isola, Milàn Milàn, tra alcuni gatti, un divano molto graffiato dai gatti, e anche in una biografia. A firma Aurelio Ponzoni. Il primo nome.

Da dove cominciamo? Dalla mamma?

«Una gran donna.È morta a 101 anni e 4 mesi, viveva con noi. Aveva visto due guerre mondiali, la prima e la seconda, quindi aveva la fissa d…

Milano. In cima, ma proprio in cima in cima, c’è la mamma. La Mamma! La sciura Adele Cattaneo «che un giorno mi prese a ciabattate».
Questa intervista andrebbe scritta tutta in milanese, ma è vietato.
Allora, quella volta, ed era il 1955, sciura Adele aspettò il figlio nascosta dietro una tenda – alle 4 del mattino – e saltò fuori «come una Erinni, urlando “disgrassià!”». Poi, disse anche «ti te fet el ragionàtt», tu farai il ragioniere, ma essendo Cochi Ponzoni «un uomo molto fortunato», l’andare controvoglia all’Istituto Cattaneo fu una provvidenza, perché lì c’era Renato Pozzetto, e lì è cominciata la grande storia che ci racconta ora nella sua casa nascosta dalle parti dell’Isola, Milàn Milàn, tra alcuni gatti, un divano molto graffiato dai gatti, e anche in una biografia. A firma Aurelio Ponzoni. Il primo nome.

Da dove cominciamo? Dalla mamma?

«Una gran donna.È morta a 101 anni e 4 mesi, viveva con noi. Aveva visto due guerre mondiali, la prima e la seconda, quindi aveva la fissa del pezzo di carta. E così mio padre, un innovatore, purtroppo morto giovane, che aveva mille idee e intuiva tendenze e mode, così commerciò prima in penicillina, e poi in materassi a molle, e anche in mobili di teak. Ma mia madre… è stata lungimirante, e ha caldeggiato il mio fermento anche a ciabattate. So che, quando era incinta di me, aveva sempre voglia di Fernet. E anche da anziana, quando doveva uscire con le amiche, diceva “mi sento un po’ così così, è meglio che bevo un goccio di Fernet”. Un corroborante».

Le sue memorie cominciano proprio da lì. Milano, via Foppa 41. Ma perché ha deciso di scriverle?

«Ho sempre tenuto un mio diario, negli anni. E l’ho fatto per le mie quattro figlie. Le tre avute dalla prima moglie, e la quarta, che vive ancora con Nora e me. Con le prime sono stato latitante, lo ammetto. Ero sempre in giro, c’erano mille serate da fare… Mi vedevano in televisione con il mio amico Renato, ecco. Con l’ultima no, ma comunque voglio che sappiano chi sono. Sa, i genitori non li conosci mai bene. Ma io voglio spiegare che sono questa persona, irrequieta e curiosa. Io sono così».

E cos’è lei, Aurelio Ponzoni detto Cochi.

«Un saltimbanco. Un arlecchino. Un fanatico delle lingue straniere, fin da piccolo. Un attore. Uno irrequieto e curioso, soprattutto».

Visto che ha fatto tutto – il cabaret, la televisione, il cinema. I dischi. E la prosa, il teatro cosiddetto serio. Cosa le sarebbe piaciuto fare, invece?

«L’interprete parlamentare. L’inglese lo so molto bene, fin da piccolo. Il tedesco, anche, il francese abbastanza. Poi ho alcuni rimpianti: non aver avuto abbastanza tempo per studiare il russo. E non essere così bravo con la chitarra come vorrei. Sono bravo con gli accordi, ma non so fare gli assoli».

Allora partiamo dall’inizio.

«Ma sì, facciamo la Genesi, come la Bibbia...».

Allora cominciamo da Pozzetto.

«Eh, lo conosco da quando eravamo sfollati a Gemonio, durante la guerra. La mia famiglia e la sua erano complementari. Le mie sorelle con i suoi fratelli, io e lui, e anche i nostri genitori. Milano veniva bombardata, i nostri padri tornavano dalla città con le notizie di arresti, deportazioni, esecuzioni, incendi, torture».

Poi l’ha ritrovato a scuola.

«Sì, e insieme a un amico avevamo messo su un trio di armoniche a bocca. Poi è arrivato un complessino con due compagni di scuola. Il genere che andava era il calypso, ma facevamo anche le canzoni anarchiche. Piccoli spettacoli, anche nei teatri parrocchiali. Una volta venne un giornalista di Settimo giorno, che mi dedicò un articolo: “Il ragioniere al microfono”. Mio padre vide l’articolo e mi disse: “Mica penserai di fare questo”. E io: “No no”. Mentivo sapendo di mentire».

E la scuola?

«Io arrancavo in ragioneria, Renato veleggiava verso un ipotetico futuro da geometra. Ma il pomeriggio andavamo all’Oca d’oro, un’osteria in Porta Romana. C’erano molti pittori, perché costava poco. Noi ci esibivamo con canto e chitarra, per lo più canzoni popolari. A volte si univa Maria Monti, che era già conosciuta e stava con Gaber. Avevamo 15 anni… io dovevo tornare alle 11 di sera, speravo sempre che mia madre non mi scoprisse, invece, quella volta dell’agguato mi scoprì. Ma la mia strada era tracciata. Mia mamma e i genitori di Renato si riunirono, infine decisero che i due “sciamannati”, cioè noi, eravamo liberi».

Cochi e Renato con le rispettive Famiglie nel 1975

 

Però, da lì in avanti non eravate solo in due, ma in tre.

«La prima volta che abbiamo incontrato Jannacci, che già ammiravamo, era alla trattoria La Muffola, che era frequentata da vari artisti. Lucio Fontana e Fo, la Rame, Gaber, Dino Buzzati, Luciano Bianciardi, Umberto Simonetta. Comunque, quella volta Enzo era seduto davanti a un pianoforte verticale, e fissava il muro, impietrito. Poi aveva cantato due canzoni folli: Il cane con i capelli e L’ombrello di mio fratello. Lui ci ha adottato, è stato il primo sponsor e produttore. Lo chiamavamo Schizzo, il motivo è chiaro».

Di folli, a parte voi tre, ne compaiono molti nel suo libro.

«Uno era Piero Manzoni, di cui siamo stati assistenti. Una volta mi mostrò la Merda d’artista. Io dissi: “Sei pazzo!”. Lui rispose “niente affatto, è arte pura, l’ho mandata anche a Kruscev”. Anni dopo un coraggioso mi spiegò che dentro c’era marmellata d’arance. Comunque, noi due lo abbiamo aiutato a realizzare una delle sue Linee. C’era un rullo su cui scorreva la carta e a turno tracciavamo la linea con il pennello. Era di 11 chilometri. Piero era geniale, e aveva delle idee tipo il Diploma di culo artistico, cioè girava per Milano e proponeva alle signore che incontrava il diploma, in cambio di 10 mila lire».

E Fontana?

«Un altro appassionato nottambulo. Vestiva come un lord, anche quando dipingeva. E parlava solo in milanese. A volte lo accompagnavo a casa, e lui diceva “ven su che te do un quàder”. Gli ho sempre detto no, anche se sapevo che era già un artista importante».

Anche lei veste come un lord, da sempre.

«L’Inghilterra, mia seconda patria… Al ritorno dal mio secondo viaggio a Londra, sfoggiavo un bel gilet british e Manzoni mi disse: “Mi sembri Topo Gigio”».

Cochi e Renato. Camilla Morandi/ Agf

 

A Londra ci siete andati anche in tre, sulla Mini Minor. Viaggio epico.

«Enzo voleva vedere la Swinging London. Il viaggio, lasciamo stare. Ci eravamo accampati con la tenda sotto l’antenna della Bbc. Io dell’Inghilterra sapevo tutto, anche cosa mangiavano gli operai. Li ho portati a prendere il tè, Enzo ha mangiato 4 muffin e 3 scones, e poi ha chiesto “ma cosa ci bevono su gli inglesi?”. Ma il tè gli faceva schifo. Quindi si è fatto un litro di latte. Dopo ha avuto una gran diarrea, però nel libro non ce l’ho messa».

Altre autocensure?

«Non ho scritto che per il primo viaggio della mia vita, a Copenaghen, mio padre mi disse l’unica cosa intima che mi abbia mai detto: “Mi raccomando, usa il guanto”. Ma ci sono tante cose che poi mi sono venute in mente, dopo».

Però ha messo tanto. “L’atmosfera creativa guidata dal cazzeggio”… E suo nonno che intona il Va pensiero al funerale di Verdi. Il signor Bagonghi. Amanda Lear, conosciuta quando lei lavorava a Linate al banco del check-in. Il Derby, il tendone a Baggio. Umberto Eco. La gallina. Un memorabile lavaggio del colon. E Cuore di cane di Bulgakov. Si capisce che lei si è divertito un sacco.

«Altroché. Ma sono anche stato fortunato, perché molti mi hanno voluto e mi vogliono bene davvero. Perciò sono davvero riconoscente, a tutti. Infatti non me la tiro: se qualcuno mi chiede un selfie, io dico sì, non come certi miei colleghi. E poi, ho sempre avuto grande fortuna: sono un uomo di mentalità elastica, disponibile al cambiamento, ma ho conosciuto molte genialità, e quindi assorbito molta cultura. Poi, ammetto di averne fatte di tutti i colori».

Sul Venerdì del 20 ottobre 2023

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