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New York 1966: il party del secolo fu una noia mortale

Truman Capote al ballo con Katharine Graham. Barton Silverman/ The New York Times

 
Gli esclusi caddero in depressione, gli invitati non si divertirono granché: in un libro, tutto sul leggendario ballo in maschera organizzato da Truman Capote per 540 vip
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La festa si tenne di lunedì. Lunedì 28 novembre 1966, nella sala da ballo dell’hotel Plaza, a New York. Agli invitati venne chiesto di presentarsi in maschera, rigorosamente in bianco e nero. Venne chiamato il Black and White Ball, il ballo in bianco e nero, e passò alla storia come il party del secolo. E si chiama infatti Truman Capote e il party del secolo (Accento edizioni) la cronistoria di quella festa, scritta dall’autrice e produttrice americana Deborah Davis, pubblicata negli States nel 2006, e adesso anche in Italia nella traduzione di Sara Reggiani.

540, non uno di più

Di quel ballo, ideato da Capote all’indomani del tour promozionale di A sangue freddo per l’amica Katharine “Kay” Graham, l’editrice del Washington Post, restano oggi alcuni interessanti reperti, custoditi alla New York Public Library, insieme al resto dei Truman Capote Papers. Tra i reperti c’è il quaderno su cui Capote trascorse mesi a scrivere, cancellare e riscrivere nomi, cognomi e recapiti della gente d…

La festa si tenne di lunedì. Lunedì 28 novembre 1966, nella sala da ballo dell’hotel Plaza, a New York. Agli invitati venne chiesto di presentarsi in maschera, rigorosamente in bianco e nero. Venne chiamato il Black and White Ball, il ballo in bianco e nero, e passò alla storia come il party del secolo. E si chiama infatti Truman Capote e il party del secolo (Accento edizioni) la cronistoria di quella festa, scritta dall’autrice e produttrice americana Deborah Davis, pubblicata negli States nel 2006, e adesso anche in Italia nella traduzione di Sara Reggiani.

540, non uno di più

Di quel ballo, ideato da Capote all’indomani del tour promozionale di A sangue freddo per l’amica Katharine “Kay” Graham, l’editrice del Washington Post, restano oggi alcuni interessanti reperti, custoditi alla New York Public Library, insieme al resto dei Truman Capote Papers. Tra i reperti c’è il quaderno su cui Capote trascorse mesi a scrivere, cancellare e riscrivere nomi, cognomi e recapiti della gente da invitare. È un quaderno marmorizzato, anch’esso bianco e nero, di quelli che vendono nei reparti cartoleria di qualunque catena di negozi a buon mercato d’America. Tutte le celebrità annotate hanno indirizzi nell’Upper East o West Side di New York, a esclusione di Philip Roth, che a quel tempo abitava downtown e spiccava tra i più giovani della festa, in buona compagnia di una manciata di ragazze favolose (e famose o perché della Factory di Warhol o perché già attrici di successo, da Benedetta Barzini a Candice Bergen), regolarmente invitate dappertutto in qualità di “belle”.

Gli invitati furono 540 in tutto (la lista completa è in appendice al libro). Alcuni in coppia, altri da soli, altri ancora convocati solo perché sapevano fare determinate cose, come ballare. Scrive Davis nel libro, inquadrando il party di Capote nel contesto più ampio delle feste di quegli anni e di quell’ambiente: «A ogni ballo c’erano uomini invitati semplicemente perché erano meravigliosi ballerini: quando partiva la musica, saltavano su e chiedevano immediatamente a una donna di ballare, salvando i mariti meno energici, che di ballare non erano capaci». Molto più numerosi furono i delusi: Capote fece pubblicare la lista sul New York Times per evitare che qualcuno dicesse in giro di essere stato invitato ma di non essere andato perché aveva altri programmi. L’unica a riuscire a rimediare un invito in extremis, dopo innumerevoli ed estenuanti telefonate, fu l’attrice Tallulah Bankhead, già amica di Zelda Fitzgerald, che quella sera al Plaza rimediò anche una parte nella serie tv Batman, trasmessa in America in quegli anni.

Nel libro Davis ricostruisce per sommi capi la vita di Capote e in modo scrupoloso gli eventi che precedettero, costellarono e seguirono il ballo: l’invito su carta bianca, bordato di giallo e arancione, che recitava semplicemente: “Truman Capote chiede il piacere della sua compagnia a un ballo in bianco e nero”; Greta Garbo che venne invitata e non andò mai; la piccola mezza maschera nera indossata da Capote e acquistata per 39 centesimi al negozio di giocattoli FAO Schwarz, unico accessorio insolito che quella sera accompagnava lo smoking.

La fuga di Frank e Mia

Tutto quello che Davis racconta nel suo libro è vero, è realmente accaduto, è testimoniato da foto e articoli dell’epoca. Ma per quanto le immagini e la cronache raccontino di un ballo a dir poco magnifico, appare in filigrana un’altra trama: quella di una festa a cui tutti volevano partecipare ma che annoiò mortalmente quelli che ci andarono. Capote, scrive Davis, aveva concepito il ballo come «un atto di immaginazione», un tableau vivant che probabilmente avrebbe dovuto mettere in scena ipocrisia e grossolanità del bel mondo a cui dopo A sangue freddo sentiva di non appartenere più. Così lo scrittore decise chi sarebbero stati i suoi personaggi (i 540 della lista), creò uno scenario adeguato dove farli interagire (il Plaza), e lasciò che nel tempo di una serata la storia si scrivesse da sé.

Alcuni ballarono, altri rimasero contro la parete. Alcuni (Frank Sinatra e Mia Farrow) andarono, si lasciarono fotografare, e prima di mezzanotte si dileguarono annoiati dalla musica di un’orchestrina triste; altri giurarono di avere visto gli Agnelli e i Brandolini entrare nella sala del Plaza e, davanti allo spettacolo malinconico dei palloncini appesi ai candelabri, commentare: è per questo che siamo venuti fino a qui? Altri ancora si presero a parolacce (Tallulah Bankhead insultò Norman Mailer) o vennero alle mani (ancora Mailer contro McGeorge Bundy, consigliere del presidente per la sicurezza nazionale – litigarono a proposito del Vietnam).

Insieme al ballo diventarono leggendari i suoi corollari, i piccoli episodi a margine del grande evento di cui i giornali dell’epoca continuarono a parlare a lungo. Per esempio la disavventura di Alice Roosevelt Longworth, che aveva partecipato indossando una maschera ancora più economica di quella di Capote: 35 centesimi, bianca, attaccata alle tempie con il nastro adesivo. Al suo ritorno a Washington trovò la casa svaligiata dai ladri, che avevano letto sulla famosa lista che quella notte sarebbe stata a New York. L’argenteria di famiglia fu poi fortunosamente ritrovata grazie alle iniziali del padre, l’ex presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, stampigliate su ogni pezzo. Fu poi la rivista Esquire a dare i classici 15 minuti di visibilità a un gruppetto di Vip newyorchesi mettendoli in copertina e raccontando di come erano caduti in depressione per il mancato invito.

Warhol, il meno celebre

Leggendaria rimase l’angoscia di Andy Warhol, perché sì, venne invitato, ma da solo, e fu costretto a lasciare a casa la sua onnipresente corte. Per non rischiare di non essere riconosciuto, Warhol decise di travestirsi da se stesso e semplicemente non indossò la maschera. Arrivato al Plaza venne annichilito dalla esagerata celebrità degli altri, al punto da dire all’amico curatore Henry Geldzahler, anche lui presente alla festa: «Qui siamo gli unici nessuno».

Sul Venerdì del 20 ottobre 2023

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