Lidia Ravera: essere vecchi è bello
di Lidia RaveraLidia Ravera (Anna Nadalig)
Alta e magra, i capelli li porta cortissimi,le due rughe profonde incise ai due estremi delle labbra le saluta, deferente, ogni mattina. “Le oscene parentesi”, le abbiamo battezzate. Le dico: forse stanno lì per consigliarci di tenere la bocca chiusa. Non si sa mai, dovesse sfuggirci una verità di troppo. Lei ride, lo sa, lo sappiamo tutte e due, che la lucidità cresce con l’esperienza e non sempre è gradita. Aver vissuto settant’anni ti rende terribilmente perspicace. Indovini le mosse degli altri con una precisione che, lì per lì, ti spaventa: dovesse incominciare, la vita di relazione, a diventare noiosa…Ma poi no, capisci che non corri quel rischio, non se hai dai sessantacinque agli ottantacinque anni oggi, non corri il rischio di ripiegarti su te stessa, di cadere in depressione, di cedere al solipsismo lamentoso perché si stende davanti a te un paesaggio sconosciuto, una terra tutta da scoprire: la vita oltre l’età della pensione. Un ventennio libero da responsabilità vincolant…
Alta e magra, i capelli li porta cortissimi,le due rughe profonde incise ai due estremi delle labbra le saluta, deferente, ogni mattina. “Le oscene parentesi”, le abbiamo battezzate. Le dico: forse stanno lì per consigliarci di tenere la bocca chiusa. Non si sa mai, dovesse sfuggirci una verità di troppo. Lei ride, lo sa, lo sappiamo tutte e due, che la lucidità cresce con l’esperienza e non sempre è gradita. Aver vissuto settant’anni ti rende terribilmente perspicace. Indovini le mosse degli altri con una precisione che, lì per lì, ti spaventa: dovesse incominciare, la vita di relazione, a diventare noiosa…Ma poi no, capisci che non corri quel rischio, non se hai dai sessantacinque agli ottantacinque anni oggi, non corri il rischio di ripiegarti su te stessa, di cadere in depressione, di cedere al solipsismo lamentoso perché si stende davanti a te un paesaggio sconosciuto, una terra tutta da scoprire: la vita oltre l’età della pensione. Un ventennio libero da responsabilità vincolanti, da modelli cui adeguarsi a malincuore pena l’emarginazione. Soprattutto libera da tutte quelle caricature che ci hanno disegnato addosso. Parlo alle donne: niente inerme nonnina e niente vedova pietrificata dalla solitudine, niente zitella in caccia e niente similgiovane fatta rifatta e plastificata. Lo decidiamo noi che vecchie siamo.
E per favore mettiamo in soffitta gli stereotipi.
Il terzo tempo di questa vita ormai divisa in quattro è tutto da inventare. Se proprio volete qualche personaggio per favorire l’identificazione eccoli qui: l’avventuriera, l’esploratrice, la pioniera, il pioniere, donne e uomini che viaggiano senza avere in tasca il biglietto di ritorno.
Tutta gente che non ha paura di sperimentare, di scoprire, di rifondare.
Siamo le prime, i primi, ad avere a disposizione questo lungo tempo supplementare. Io lo immagino come una serie infinita di stanze vuote, una casa grande che abbiamo ereditato imprevedibilmente, ancora scomoda, senza arredi, ruvida, polverosa, ma affascinante come tutte le novità e pronta per essere ristrutturata, arredata. E abitata , da noi.
Noi chi?
Noi, gli odiati baby boomer.
I nati fra il 1946 e la fine degli anni Cinquanta. Gli over 65 , che sono il 23,8 per cento della popolazione italiana (dati in crescita).
Quelli che hanno incominciato a 16 anni a mettere in discussione le regole del gioco e non hanno certo intenzione di smettere adesso che il gioco si fa duro. Quelli che erano una maggioranza quando sono nati e lo sono ancora.
Non vorrei suonare minacciosa, ma siamo Tant*.
E se la smettiamo di vergognarci (ma di che?) possiamo rovesciare il tavolo, progettare migliorie, condizionare il welfare, pretendere rispetto.
C’è tutto un fronte di resistenza armata all’ageismo, quella forma idiota di razzismo che discrimina chi è nato prima (antianum, da antea) e che, se non muori giovane, prima o poi discriminerà anche te. Linda e Claudio, 71 anni e 69, si sono platealmente sposati pochi mesi fa, cerimonia in Comune, canti balli banchetti e viaggio di nozze, non si sono fatti mancare niente: stavano insieme da 35 anni, hanno un figlio, una figlia e due nipotine, ma volevano rilanciare il loro amore, contro lo stereotipo del matrimonio come gabbia mortifera o Pronto Soccorso Anziani. «Invecchiare insieme è declino allo specchio» diceva la protagonista di un mio romanzo di qualche anno fa, Linda e Claudio , avventurieri del sentimento, hanno dimostrato che non è così, che può non essere così.
Non c’è un copione già scritto, da interpretare per forza.
Non c’è un tema dominante che consente soltanto piccole variazioni superficiali. Quelle piccole variazioni, se ci lavori, possono diventare la nuova melodia.
È vero, c’è un dato indiscutibile: il passato si allunga e questo è bene, genera forza e ricchezza, ma il futuro si restringe, e questo, proprio perché hai lottato “per una vita che duri tutta la vita”, è difficile da digerire.
Più facile scivolare verso la fine quando hai vestito la modesta livrea dell’anziana inerme, allineandoti al disprezzo di chi ti svaluta perché non sei più “fresca” – come se appartenessi al regno delle verdure da insalata.
È vero, hai smesso di fare invidia, ma dipende da te non incominciare a far pena. Dipende da te , da come sei diventata, cioè, in ultima analisi, da come hai vissuto.
Invecchiare, destino comune a tutti i viventi piante incluse, è una avventura squisitamente individuale. Non ci sono due vecchiaie uguali, perché la vecchiaia non è un buco nero, una trappola mortale, in cui caschi e muori, oppure, nella migliore delle ipotesi, caschi e continui a vivere ma trasformata in un mostro o in una strega. La vecchiaia è una parte della vita.
E non ci sono due vite uguali.
Potrei citarne tanti, di nuovi vecchi e nuove vecchie: quello che fa triathlon (bicicletta, corsa e nuoto) ma lotta per far mettere gli ascensori nelle case del centro storico della sua città per chi non ce la fa a salire scale. C’è quello che, operato di fresco, parte per il Senegal senza santificare la convalescenza e ce la fa, non schiatta e riparte. C’è quella che, con enorme stupore, si innamora riamata e si chiede come è stato possibile dato che ha i capelli bianchi e “gli uomini preferiscono le bionde” (naturali). Avendo fondato con Maria Palazzesi i “senior cafè”, gruppi di autocoscienza femminista sull’invecchiare e la collana Terzo Tempo, romanzi d’amore con protagonisti sopra i 60 anni (ne sono usciti venti, otto con la Giunti, dodici con Harper Collins), ne ho raccolte centinaia di storie che dimostrano quanto i pregiudizi sulla vecchiaia siano superati.
Se non li elenco in queste pagine è perché vorrei evitare l’imposizione di un nuovo modello da imitare ai miei compagni d’avventura: la vecchia performante che corre 30 chilometri a settimana, il vecchio che balla fino all’alba nel corso di feste piene di sessanta settantenn* scatenat* o la tipa che cambia casa città lavoro, come se avesse tutta la vita davanti.
Anche la vecchiaia performante rischia di diventare uno stereotipo, una figurina consolatoria per discriminare i non “giovaniformi”, quelli che preferiscono andare a letto presto e non per questo si sentono scaduti. Gli stereotipi sono scorciatoie cognitive mai verificate che basano il loro successo sulla ripetizione, liberarsene una volta per tutte è un piacere, non l’ennesimo dovere.
E se, come scrive Hillman, «la patologia più grave della vecchiaia è l’idea che ne abbiamo», sbrighiamoci a cambiare idea.
In vista della fine è concesso perfino un po’ di opportunismo.
Sul Venerdì del 20 ottobre 2023