Il mistero della morte di Pierre Goldman
dal nostro inviato Marco CicalaPierre Goldman davanti alla Corte d’assise di Parigi nel dicembre del 1974: fu condannato all’ergastolo per duplice omicidio durante una rapina. Per un cavillo la sentenza fu annullata, il processo rifatto e lui assolto (Getty images)
Troppi killer, troppe pallottole per un uomo solo. Parigi, 20 settembre 1979, un giovedì soleggiato di fine estate. Verso mezzogiorno Pierre Goldman, sulfureo attivista dell’ultragauche, esce di casa e viene abbattuto con nove pistolettate a bruciapelo. Azione rapida, precisa, racconteranno i testimoni. L’ha eseguita un commando di quattro persone: una sentinella, due sparatori e un autista che ha portato via tutti. Si sono dileguati nella massima tranquillità. Non saranno mai identificati.
Sette giorni dopo, 15 mila persone accompagnano la bara di Goldman dall’istituto medico-legale al Père-Lachaise, il cimitero parigino dei sommi. Il feretro procede lento a bordo di un furgoncino Renault modello Estafette riadattato per la bisogna. È quasi una manifestazione. Ma, su richiesta dei familiari, avanza nel silenzio. Niente slogan, striscioni, inni – salvo a un certo punto L’Internazionale. In mezzo alla folla c’è la crème dell’intellighenzia di sinistra: Yves Montand con Simone Signoret,…
Troppi killer, troppe pallottole per un uomo solo. Parigi, 20 settembre 1979, un giovedì soleggiato di fine estate. Verso mezzogiorno Pierre Goldman, sulfureo attivista dell’ultragauche, esce di casa e viene abbattuto con nove pistolettate a bruciapelo. Azione rapida, precisa, racconteranno i testimoni. L’ha eseguita un commando di quattro persone: una sentinella, due sparatori e un autista che ha portato via tutti. Si sono dileguati nella massima tranquillità. Non saranno mai identificati.
Sette giorni dopo, 15 mila persone accompagnano la bara di Goldman dall’istituto medico-legale al Père-Lachaise, il cimitero parigino dei sommi. Il feretro procede lento a bordo di un furgoncino Renault modello Estafette riadattato per la bisogna. È quasi una manifestazione. Ma, su richiesta dei familiari, avanza nel silenzio. Niente slogan, striscioni, inni – salvo a un certo punto L’Internazionale. In mezzo alla folla c’è la crème dell’intellighenzia di sinistra: Yves Montand con Simone Signoret, il politologo ex guevarista Régis Debray, il nouveau philosophe André Glucksmann, il futuro inventore di Médecins Sans Frontières Bernard Kouchner, il direttore del giornale Libération Serge July, più gli immancabili Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre. L’autore dell’Essere e il nulla ha 74 anni, è cieco e acciaccato. Nel cimitero accusa un malore, gli trovano un bicchier d’acqua, poi lo caricano a braccia su un taxi. Morirà sette mesi dopo. Tra fricchettoni e metalmeccanici, jeans a zampa d’elefante e tute blu, i funerali di Goldman marcano uno spartiacque: «Si seppellivano le nostre illusioni. La gente si spogliava di sogni e utopie. Era un crollo» raccontano i superstiti di quella temperie. «La fine di un ciclo: il fiume rientrava nel suo letto». Tu chiamalo se vuoi riflusso.
Marx, pistole e rum
Ma chi era il mortammazzato? Non sono molti i francesi a ricordarselo. Ora un film, già presentato a Cannes, Le Procès Goldman – regia di Cédric Kahn – ne racconta la personalità, l’enigma, ne ripercorre le gesta, il gomitolo giudiziario che ne fece la vedette di una cause célèbre ormai dimenticata. Pierre Goldman era nato a Lione nel 1944 da una coppia di valorosi partigiani ebrei e comunisti d’origine polacca. Durante gli anni verdi si fa le ossa, e qualche volta se le rompe, nei servizi d’ordine delle frazioni d’ultrasinistra, i cosiddetti “katanghesi”. “Pierrot” è svelto, gli piace menar le mani, adora la bagarre. Alla Sorbona si è iscritto a filosofia. Stravede per il “marxismo strutturale” di Louis Althusser. Ha l’intelligenza acuminata del polemista, del provocatore, dell’attaccabrighe intellettuale. Ma è pure uno sbandato, un ciclotimico, un violento. Come niente dà fuori di matto, sfodera pistole, minaccia. Anche i più affezionati lo temono. Non è ancora chiaro se abbia o meno soggiornato in qualche clinica psichiatrica. Né quante volte sia andato a Cuba per strafarsi di revolución, salsa, rum. Soprattutto rum. Venera il Sudamerica come una grande caldaia anticapitalista. Nel ’68 si unisce alla guerriglia venezuelana, ma la trova scomoda. Le lunghe marce nella giungla lo stressano. Preferisce Parigi. C’è da capirlo.
L’insurrezione studentesca del maggio non lo vede fra i trascinatori. Pierre la snobba: una rivolta piccolo-borghese di mocciosi, «onanismo collettivo». Goldman si è sottratto al servizio militare e in Francia si aggira da clandestino, con documenti falsi. Dorme da amici, qua e là sui divani. Poi decide che la vita da bandito è sempre meglio che lavorare. Sui muri del maggio non c’era forse scritto: “Ne travaillez jamais”? Siccome è ben introdotto nel milieu intellettuale, Pierrot progetta il rapimento del guru della psicanalisi Jacques Lacan. Riuscirà ad entrare nell’edificio dove il maître à penser ha lo studio, ma incrociandolo per le scale rinuncerà a mettergli le mani addosso. Dopodiché si butta sulle rapine. Pardon: sugli “espropri proletari”. A mano armata assalta uffici, magazzini, negozi. Fino a quel funesto 19 dicembre 1969.
L’ultima rapina
Mancano pochi giorni a Natale quando, alla chiusura, un pistolero irrompe in una farmacia di Boulevard Richard-Lenoir, a pochi passi da Place de la Bastille. Però qualcosa gira storto. La farmacista e la sua assistente finiscono ammazzate, un cliente rimane ferito. Non solo. Una guardia che si trova a passare di là cerca di bloccare il rapinatore, ma nella colluttazione si becca una pallottola in pancia. Sopravviverà. Fornendo un identikit dell’aggressore. Il ritratto corrisponde a quello di un ricercato per un precedente attacco a un’altra farmacia. Stessa dinamica, stesso modus operandi. Qualche informatore fa il nome di Pierrot, detto anche “Goldì”. E la polizia si beve il Butch Cassidy della rivoluzione.
Goldman viene arrestato per strada a Parigi, rue de l’Odéon, il 9 aprile 1970. Inizialmente nega su tutta la linea. Mai commessa alcuna rapina. Ma ha in tasca un falso passaporto venezuelano e in casa di amici vengono ritrovate pistole riconducibili a lui, più materiale giudicato “sovversivo”, documenti per la fabbricazione di esplosivi, su come organizzare sequestri di persona, attacchi a depositi di munizioni, caserme, commissariati. Sotto torchio, Pierre finisce per cedere. Confessa una serie di rapine, ma non quella con duplice omicidio di Boulevard Richard-Lenoir. Le perizie balistiche non riescono a inchiodarlo. Però diversi testimoni lo riconoscono. E a rincarare i sospetti si aggiunge il padre, interdetto: «Pierre non l’ho mai capito» racconta l’ex partigiano Alter Mojsze Goldman. «Sin da piccolo era un bambino difficile, instabile. Brillante ma incapace di rimanere per un anno nella stessa scuola. Ho consultato diversi eminenti psichiatri».
Come l’affaire Dreyfus
In attesa di giudizio, Goldì resta al gabbio fino al 1974, quando si apre il processo in Corte d’assise. L’accusa lo dipinge come «un esaltato, contestatore e violento, ripiegato su se stesso, in rivolta permanente contro la società, la famiglia». Però le testimonianze traballano. Il cliente che, oltre al gendarme, era rimasto ferito durante il colpo alla farmacia non può andare a deporre perché nel frattempo è morto, affogato in una battuta di pesca. Inoltre la difesa contesta la validità del “confronto all’americana” a cui è stato sottoposto Pierrot. L’avrebbero truccato per incastrarlo. Il castello accusatorio cigola, ma il 14 dicembre arriva la sentenza: ergastolo. Meglio che rimetterci il collo, giudica qualcuno. In Francia la ghigliottina è ancora attiva. Il verdetto Goldman viene pronunciato nel tumulto. In aula i supporter inveiscono: giurati assassini, razzisti.
È l’innesco di un movimento d’opinione come non se ne registravano dall’Affaire Dreyfus. Ma con la differenza che il fronte pro-Goldman non spaccherà la République, e si estenderà trasversale alle obbedienze politiche, alle moralità, ai comparti di classe. Alla sinistra innocentista, che martella con petizioni e comitati a gogò, fanno eco i dubbi di certa destra garantista. L’onda d’urto dello sdegno raggiunge l’Eliseo, dove siede da poco il liberale Valéry Giscard d’Estaing. Risultato: grazie a un cavillo, la sentenza è cassata, il processo da rifare.
In carcere Goldman ha superato se stesso per combaciare con l’immagine del detenuto modello. Ha preso un diploma in spagnolo e una laurea in filosofia. Soprattutto ha scritto un bel libro autobiografico, Memorie oscure di un ebreo polacco nato in Francia, che si vende come il pane. Dietro le sbarre è cambiato, assicurano. Pierre, che tra l’altro ha un fratellastro cantautore, diventa un eroe da ballate popolari. Nel ’76 il nuovo processo è spostato da Parigi alla sonnacchiosa Amiens. Goldman è assistito adesso da avvocati di primissima scelta che hanno vita facile nello smontare le fragili testimonianze a carico. Il 4 maggio Pierrot viene assolto per gli omicidi in farmacia, e condannato per le altre rapine a 12 anni. Ma, con gli sconti di pena, tempo pochi mesi ed è fuori. A quel punto non sa a chi dare i resti. Editori e giornali se lo contendono. Sartre lo arruola subito nella redazione della rivista Les Temps Modernes. Anche Libération lo ingaggia, ma i rapporti con il quotidiano saranno burrascosi fino alla rottura, l’ebreo Goldman non ne approva le aperture verso la Nuova Destra antisistema.
Goldì continua a far parlare di sé. È uscito di prigione con il manoscritto di un secondo libro, stavolta un romanzo. Si intitola L’ordinaria disavventura di Archibald Rapoport. Sarà pubblicato nel ’77 agitando di nuovo le acque. Perché è un racconto molto più oscuro delle precedenti Memorie oscure. Maneggiando da gran giocoliere i registri del poliziesco, della satira, della fantapolitica, l’autore immagina un assassino che per rabbia esistenziale fa fuori poliziotti e magistrati scatenando una violenta rappresaglia dei servizi segreti. Il personaggio non adombra Goldman, ma quasi. E c’è chi legge l’operazione come un dito medio rivolto da Pierrot alla giustizia che non è riuscita a fregarlo. Il libro sarà comunque un mezzo flop.
La pista spagnola
Ormai libero come un fringuello, Goldman si lancia nella musica, antico amore. Scrive recensioni e con amici fonda La Chapelle des Lombards, club a tutto jazz, salsa, ritmi afrocubani. Goldì ci trascorre le notti. Ebbro di rum picchia sulle congas fino all’estasi, la transe, lo sfinimento. Ha una moglie, Christiane, che è incinta di Manuel. Il figlio che Pierre non riuscirà a vedere. Quel 20 settembre del’79 sta andando a trovare la consorte in ospedale quando viene freddato dal commando. Mezz’ora dopo l’esecuzione, un sedicente gruppo di patrioti, Honneur de la Police, rivendica l’azione con una chiamata alla France Presse: «Pierre Goldman ha pagato per i suoi crimini. La giustizia del potere ha mostrato di nuovo le sue debolezze e il suo lassismo. Abbiamo fatto quel che il nostro dovere ci ordinava». Clic.
La vendetta di giustizieri alla Charles Bronson? L’estrema destra? La mala marsigliese? Oppure un combinato omicida di tutt’e tre le cose? Sembra il romanzo di Goldman. Ma c’è anche una terza pista. Alcuni testimoni avrebbero udito i killer in fuga esclamare in spagnolo: «Por aquí, hombres!», andiamo di qua, ragazzi! Si profila l’ipotesi che Goldman sia stato eliminato su commissione dei Gal, la polizia parallela architettata dal governo di Madrid per liquidare, tra Spagna e Francia, i militanti dell’Eta basca, con la quale Pierre avrebbe avuto stretti rapporti. La teoria spagnola non esclude le precedenti, ma può contenerle tutte. È ormai noto infatti che i Gal reclutassero i propri sicari negli ambienti neofascisti e del gangsterismo col tacito assenso di pezzi dell’intelligence francese.
Però la vera domanda è un’altra: Goldman era o no il duplice omicida della farmacia? Nel tempo qualche dubbio sulla sua innocenza pare essersi insinuato anche tra gli ex sodali della Gauche. Poche settimane fa, per il supplemento settimanale di Le Monde, il reporter Benoît Hopquin ha coraggiosamente cercato di contattarne qualcuno. Le risposte? «Non ricordo», «Non c’ero», «Sono passati tanti anni, perché tornarci su?». Clic. Un distillato della vecchia, cara omertà di Sinistra. Che si meriterebbe uno studio di antropologia politica.