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A casa di Gipi. Nel nuovo graphic novel, “Stacy”, l’inferno social e la salvezza trovata in un campo rom

Gipi (Gian Alfonso Pacinotti, 59 anni) (Maia Terrinoni)

 
Nel nuovo libro, in uscita domani 24 ottobre, il fumettista racconta gli orrori dei social (e non solo). Ma a noi, nella solitudine della sua casa romana, confessa anche le passioni che gli hanno salvato la vita. Intervista
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Roma. Qual è l’ultimo sogno che hai fatto? Gianni avrebbe potuto mentire. Invece risponde ingenuamente alla domanda del giornalista. Ha sognato di rapire, narcotizzare, torturare una ragazza. E, cosa ben peggiore, la definisce “burrosa”. «Stacy era burrosa» dice, e su di lui si scatena una tempesta social che lo porterà all’inferno (accompagnato da un demone). Gianni è il protagonista di Stacy, nuovo graphic novel di Gipi (Gian Alfonso Pacinotti), in uscita per Coconino Press il 24 ottobre. «Non voglio certo unirmi alla schiera di quelli che sostengono che non si possa più dire niente perché non lo penso» dice l’autore toscano. «Ma è vero che là fuori c’è una sorta di tribunale che vive esclusivamente nell’ambiente velenoso che sono i social network. Un tribunale composto da persone a caccia di qualcuno da fare a pezzi. In Stacy l’idea che il protagonista venga massacrato per una cosa che ha sognato, che non aveva deciso di pensare, mi serviva per portare quel tipo di follia di giudiz…

Roma. Qual è l’ultimo sogno che hai fatto? Gianni avrebbe potuto mentire. Invece risponde ingenuamente alla domanda del giornalista. Ha sognato di rapire, narcotizzare, torturare una ragazza. E, cosa ben peggiore, la definisce “burrosa”. «Stacy era burrosa» dice, e su di lui si scatena una tempesta social che lo porterà all’inferno (accompagnato da un demone). Gianni è il protagonista di Stacy, nuovo graphic novel di Gipi (Gian Alfonso Pacinotti), in uscita per Coconino Press il 24 ottobre. «Non voglio certo unirmi alla schiera di quelli che sostengono che non si possa più dire niente perché non lo penso» dice l’autore toscano. «Ma è vero che là fuori c’è una sorta di tribunale che vive esclusivamente nell’ambiente velenoso che sono i social network. Un tribunale composto da persone a caccia di qualcuno da fare a pezzi. In Stacy l’idea che il protagonista venga massacrato per una cosa che ha sognato, che non aveva deciso di pensare, mi serviva per portare quel tipo di follia di giudizio all’estremo».

Il protagonista, Gianni, con il suo demone in una tavola del libro

 

Cinquantanove anni, autore di graphic novel di successo come LMVDM e Unastoria, Gipi è stato anche il primo fumettista candidato al Premio Strega. Ci accoglie nel vialetto del comprensorio che porta a casa sua, lungo una strada consolare fuori Roma. Per arrivarci si superano un santuario e molti cartelloni che pubblicizzano alberghi “dotati di ogni comfort”. Oltre il suo cancello però, il paesaggio è quasi bucolico. C’è un vigneto: «È del mio vicino Renato (Brunetta, sì, proprio lui, ndr). Un tempo queste erano case di contadini tutte diroccate. Poi piano piano sono state risistemate».

Nella stanza verde al piano terra Gipi ammette: «Non so proprio cosa dire su questo libro. L’ho fatto in uno stato di possessione demoniaca. Ho paura delle reazioni».

Perché?
«Credo non sia il periodo storico ideale per un racconto che ha come fulcro un personaggio maschile che sogna di rapire una ragazza e la chiude in un sotterraneo. Ma la storia richiedeva quello».

Là fuori c’è il tribunale dei social. Uno dei personaggi di Stacy dice che influencer come Chiara Ferragni hanno un potere quasi fantasy.
«Per me lei è come Galadriel del Signore degli Anelli. È un potere sconfinato quello di orientare un così grande numero di persone. Usato per il male è letale. Immagina se domattina questa impazzisse e decidesse che tu sei la persona peggiore del mondo. Ti puoi ritrovare – non a lungo per fortuna, perché l’attenzione della gente è limitata – con venti/trentamila persone che ti odiano. E non è una bella sensazione. Non lo è per niente».

Tu l’hai provata?
«Sì, in forma ridotta. Avevo fatto una striscia comica dove prendevo per il culo uno slogan del movimento femminista “Non una di meno”. Diceva: “Alle donne si deve credere sempre”, una frase suggestiva ma secondo me in conflitto con lo Stato di diritto per il quale ho un po’ una fissa. Così ho fatto questa striscia, limandola per ore perché non volevo che la gente pensasse che stessi facendo una battuta sullo stupro. Il sesso in quella storia non c’era proprio. La feci vedere a mia moglie che disse: “È molto divertente. Se la pubblichi ti massacrano”. E così è stato. Mi si è scaraventata addosso una cosa incredibile: sono diventato l’amico degli stupratori. Non è che me ne sia fregato molto degli sconosciuti. La cosa dolorosa è che alcune persone che conoscevo si sono comportate male. Inutile nasconderlo: per me Stacy è nato da quello».

In uno stato di possessione demoniaca?
«Dopo mesi da quell’evento stavo ancora di merda e non passava. Io lavoro e vivo grazie a quello che racconto. Non credevo fosse possibile fare un libro usando solo pessimi sentimenti. Poi ci ho provato. E tutto questo furore è diventata la storia di Gianni, uno sceneggiatore di serie tv, e poi sono spuntati i suoi colleghi teste di cazzo che mi facevano molto ridere. Ho continuato a lavorare e a un certo punto mi sono accorto che la storia aveva travalicato la rabbia. E c’era anche un approccio un po’ horror che mi piace molto».

Sei un amante del crime?
«Leggere i diari dei serial killer e studiare i peggiori criminali è una cosa che ho fatto intensivamente e faccio ancora. Mi interessa l’origine del male, capire da dove nasce e se è riconoscibile. Ma l’unica domanda a cui sono riuscito a rispondere è: perché sono così attratto dalla questione?».

Risposta?
«Perché quando avevo 11 anni un tipo con una pistola è entrato in camera mia e ha violentato mia sorella nel letto accanto. Questo mi ha cambiato l’esistenza. Immaginare che una persona possa fare una cosa così è particolare, soprattutto a quell’età in cui pensavo che la differenza tra uomini e donne fosse quella che passava tra il Big Jim e la Barbie, cioè che uno aveva il pulsante sulla schiena e l’altra no».

Ci sono voluti due anni per realizzare Stacy, un libro che nasce dalla rabbia e poi diventa quasi delicato. È successo qualcosa nella tua vita che ti ha cambiato?
«Ho conosciuto Esma, Tony e Alpacino, tre ragazzi del campo rom di Pomezia e mi hanno cambiato la vita».

Come vi siete incontrati?
«Sono andato al supermercato con mia moglie. Fuori c’era una ragazza incinta, Esma, che chiedeva l’elemosina. Mi piace pensare che la bambina nella sua pancia iniziasse già da lì a modificare la realtà dicendo: “Ferma quello con le orecchie a sventola”. Le ho detto di entrare con noi, che avremmo pagato la sua spesa, e da lì non ci siamo più lasciati. Al campo abbiamo conosciuto il papà della bimba e il cugino, disperato perché aveva un decreto di espulsione. Abbiamo iniziato a dare loro una mano per i documenti facendo le notti davanti alla questura in fila con altri duecento disperati e due soldati col fucile, di solito persone straordinarie. E a quel punto perché non provare a prendere la terza media? Abbiamo fatto l’iscrizione a scuola e ora stanno anche facendo scuola guida».

Poi c’è il Real Zigan, squadra di calcio a 5 composta da giocatori rom.
«Andando a prendere i ragazzi al campo vedevo i loro amici, tra i 15 e i 30 anni, di una bellezza mozzafiato. E però destinati alla rovina: non facevano niente da mattina a sera. Ci ho rivisto cose della mia adolescenza: essere sperduti nel nulla, senza un senso, prima o poi ti porta a fare cazzate. A noi negli anni 80 ci portava all’eroina. A loro può portare al crimine. Quindi ho chiamato un amico (Valerio Mastandrea, ndr: «Non mi piace dirlo perché sembra che voglio fare l’amico degli attori») e lui mi ha indicato un allenatore, Enrico Zanchini, che aveva il circolo Il Faro a Monteverde. Il calcio piaceva a tutti i ragazzi».

Per te invece è una passione scoppiata tardi.
«Un giorno mio suocero è andato in vacanza e mi ha lasciato la sua scheda Sky. Ho guardato qualche partita: Chelsea, Real Madrid... superuomini, momenti di purezza assoluta secondo me. Ho trovato la squadra di casa mia, il Pisa, che era prima in serie B. Sono impazzito. Mi sono innamorato soprattutto dell’allenatore Luca D’Angelo, poi dei giocatori e infine della squadra, un percorso un po’ anomalo: ho scoperto che in realtà la fede è per la maglia. Infatti quando alla fine del campionato hanno mandato via l’allenatore e iniziato a vendere i giocatori l’ho vissuta come un lutto. Avevo pure iniziato a fare i loro ritratti».

Continui lo stesso a seguire il Pisa?
«Certo, per esempio stasera alle otto c’è la partita e quindi per me questo è un giorno meraviglioso».

A proposito di passioni. Il protagonista di Stacy sta in fissa con Temptation Island…
«Me lo guardo anch’io. E pure Primo appuntamento, Matrimonio a prima vista... Ultimamente mi sono appassionato al “gioco dei pacchi”, lì secondo me si entra nella mistica pura».

Gianni in Stacy immagina appunto di essere un concorrente di Temptation Island, lo fa per riprovare il vigore della gioventù. Pensi molto alla vecchiaia?
«Ne sono ossessionato. Sono cresciuto con la convinzione di morire giovane, non avevo previsto di arrivare a 60 anni, non lo tollero. Non ho costruito nulla a livello biologico per stare bene a quest’età. Qualche mese fa ho fatto una gara di go kart con i ragazzi. Mi ha preso sta’ roba che dovevo vincere a tutti i costi. Così al via sono partito come Senna, impazzito. A quattro giri dalla fine ero in testa, ho sentito un dolore tremendo al petto, mi è mancato il fiato, ho iniziato a sudare, mi sentivo morire ma non mi sono fermato. Sceso dal go kart ho detto: “Io devo andare”. Mi sono trascinato a casa, mi sono messo sul divano e mi sono rialzato dopo tre giorni».

E la gara com’è finita?
Gipi sorride con sguardo diabolico: «Ho vinto».

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