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Orson Welles al Quirinale

Orson Welles (1915-1985) nel 1947, anno in cui girò, nel palazzo del Quirinale, il film Cagliostro (Getty images)

 
ORA D’ARIA Gli anni da “marziano a Roma” del grande regista
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Con Orson Welles in Italia (raccontato nel brioso saggio di Alberto Anile, ora ampliato, e con un testo di Pupi Avati, dalla Nave di Teseo) sorsero subito problemi col Quirinale. Era il 1947, il palazzo era appena stato destinato a residenza del Presidente della Repubblica, che però non era ancora stato eletto; nelle more, con Cinecittà occupata dagli sfollati, e Andreotti a occuparsi di cinema, alla produzione americana del film Cagliostro fu concessa (e pure gratis) la previa dimora del Papa e dei Savoia. Fu allestita così al Quirinale la stanza di madame du Barry, furono recuperati i landò delle Scuderie, e fra i cavalli c’era anche Transatlantico, lo stallone bianco di Mussolini. In cortile scaricarono dei cubi di fòrmica con un buco; Tonino Delli Colli, allora aiuto operatore, cercò un interprete e apprese che erano cessi; urlò scompostamente, e scomparvero.

Vigeva in Italia il neorealismo, e nessuno aveva visto Citizen Kane e i suoi tagli di luce espressionistici, sicché Orson W…

Con Orson Welles in Italia (raccontato nel brioso saggio di Alberto Anile, ora ampliato, e con un testo di Pupi Avati, dalla Nave di Teseo) sorsero subito problemi col Quirinale. Era il 1947, il palazzo era appena stato destinato a residenza del Presidente della Repubblica, che però non era ancora stato eletto; nelle more, con Cinecittà occupata dagli sfollati, e Andreotti a occuparsi di cinema, alla produzione americana del film Cagliostro fu concessa (e pure gratis) la previa dimora del Papa e dei Savoia. Fu allestita così al Quirinale la stanza di madame du Barry, furono recuperati i landò delle Scuderie, e fra i cavalli c’era anche Transatlantico, lo stallone bianco di Mussolini. In cortile scaricarono dei cubi di fòrmica con un buco; Tonino Delli Colli, allora aiuto operatore, cercò un interprete e apprese che erano cessi; urlò scompostamente, e scomparvero.

Vigeva in Italia il neorealismo, e nessuno aveva visto Citizen Kane e i suoi tagli di luce espressionistici, sicché Orson Welles era conosciuto soprattutto come divorziato da Rita Hayworth, e insomma fu trattato come un qualunque marziano a Roma. Cenava a Tor Fiorenza e alla Taberna Ulpia, circolando su un’Alfa Romeo da cinque milioni; chiese di conoscere Togliatti, perché voleva fare di Cagliostro un Rasputin: uno dei grandi manipolatori tipici del suo cinema. Il corpulento regista Gregory Ratoff invece pensava a un film di cappa e spada nella tradizione di Hollywood (Cagliostro bramava una virtuosa, e la possedeva solo ipnotizzata); perciò le liti erano omeriche. Dal nervoso, Ratoff spezzava ogni mattina il bastone con cui camminava, e toccava sostituirlo. Un giorno che Ratoff urlò a un fumatore: «Qui fumo solo io!», e Welles commentò: «La democrazia», un macchinista sogghignò: «Adesso si menano». Invece Ratoff scelse di ritirarsi, sfondando nella foga una porta dorata e laccata: «la rifaccio nuova», promise cupamente – sulla porta, esiste un’altra versione: che era stato Orson Welles a prenderla a calci.

Il sindacato delle comparse era, si paventava, comunista; i figuranti temevano di essere fregati dagli americani, e nella scena notturna finale a Sant’Ivo alla Sapienza protestarono. L’ineffabile assistente di Welles principe Tasca di Cutò ammonticchiò su un tavolino pile e pile di banconote (sorvegliate dai celerini); e così si riprese a girare. Il 28 dicembre fu firmata la Carta costituzionale e Enrico De Nicola, primo Presidente della Repubblica, poteva lasciare Palazzo Giustiniani e insediarsi al Quirinale. Quella stessa notte, fecero in tempo a girare la scena della morte, nel suo letto, di Luigi XV.

Sul Venerdì del 3 novembre 2023

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