Pete Doherty: quando ero maledetto
di Simona OrlandoPete Doherty nel 2005. Andy Willsher/GettyImages
La prima scena è un ritratto di famiglia senza filtri: Peter Doherty indossa una vestaglia grigia di seta, sua moglie Katia deVidas culla la piccola Billie-May, di qualche mese. Il cane salta sul letto. Fuori piove. «Siamo in Normandia», specificano, «ad Étretat», il villaggio di pescatori dove l’ex enfant terrible dell’indie britannico vive come un eccentrico paesano che sa rinunciare a tutto tranne ai formaggi. L’accessibilità nel suo privato non è nuova. Stupisce più l’affidabilità. Chiama su Zoom con solo mezz’ora di ritardo per raccontare il documentario Stranger in My Own Skin, anteprima nazionale al Festival dei Popoli, che si tiene a Firenze dal 4 al 12 novembre. Nella serata finale, dopo la proiezione, si esibirà in uno showcase chitarra e voce.
Il doc gli somiglia, un misto di onestà brutale, ingenuità, senso di catastrofe imminente. Paura e delirio a Las Vegas, al confronto, è una gita alla bocciofila. Doherty è “pulito” da tre anni, ma all’epoca coltivava una rimbaudi…
La prima scena è un ritratto di famiglia senza filtri: Peter Doherty indossa una vestaglia grigia di seta, sua moglie Katia deVidas culla la piccola Billie-May, di qualche mese. Il cane salta sul letto. Fuori piove. «Siamo in Normandia», specificano, «ad Étretat», il villaggio di pescatori dove l’ex enfant terrible dell’indie britannico vive come un eccentrico paesano che sa rinunciare a tutto tranne ai formaggi. L’accessibilità nel suo privato non è nuova. Stupisce più l’affidabilità. Chiama su Zoom con solo mezz’ora di ritardo per raccontare il documentario Stranger in My Own Skin, anteprima nazionale al Festival dei Popoli, che si tiene a Firenze dal 4 al 12 novembre. Nella serata finale, dopo la proiezione, si esibirà in uno showcase chitarra e voce.
Il doc gli somiglia, un misto di onestà brutale, ingenuità, senso di catastrofe imminente. Paura e delirio a Las Vegas, al confronto, è una gita alla bocciofila. Doherty è “pulito” da tre anni, ma all’epoca coltivava una rimbaudiana “ragionata sregolatezza dei sensi”. Ci sono dentro dieci anni di vita con la marcia del folle, l’esplosione con i Libertines, lo scioglimento, i Babyshambles, arresti e scarcerazioni, arresti mentre festeggiava le scarcerazioni, il terrore e l’estasi del palco, e soprattutto le pere, inquadrate in tempo reale, il tilt del cervello.
La deVidas, amica e poi «donna che mi ha salvato la vita», quindici anni da editor alla Fondazione Stanley Kubrick, firma la regia: «La dipendenza è un concetto-chiave», dice, «Peter non fu trattato bene dai tabloid. Una vergogna. La droga era un problema serio». A lui, oggi 44enne, non fa un grande effetto rivedersi: «Mi mette a disagio, certe parti mi imbarazzano. Ma ci sono anche bei ricordi. Trovo che il montaggio sia molto veloce, bang bang di immagini. Avrei voluto un lento thriller».
Ama i vecchi noir, vede a ripetizione gli episodi del tenente Colombo. «O forse sembra tutto veloce perché ho vissuto più di una vita, e più morti di una», aggiunge prima di sparire. Urla dal piano di sotto: «È scappato il cane!». Torna minuti dopo. Ora indossa la maglia del Venezia Calcio e una coppola, cortesia per l’Italia. Tra i bei ricordi, c’è suo padre che a sorpresa sale sul palco e canta What a Waster: «Era il primo brano che gli feci sentire per dimostrargli che non mi stavo buttando via. Mi disse che faceva schifo».
I sogni di un clown
Il padre è militare. Peter è cresciuto fra uniformi e scarpe lucidate, giocando dietro il filo spinato. Nel periodo a Belfast, prima di andare a scuola, guardava se c’era una bomba sotto la macchina: «Mi sono astratto dalla realtà, chiuso nella fantasia. Ovunque ci trasferissimo, ero il ragazzo nuovo. Sempre il clown, il sognatore».
E desiderava diventare famoso: «Se vivi come un dandy vittoriano dentro una caserma, se frequenti una scuola di merda ma vai in giro con i libri di poesia e un taglio di capelli che a te sembra fighissimo ma per gli altri è ridicolo, allora sei già famoso nel tuo piccolo mondo. Non ho deciso di diventare un performer, non avevo davvero scelta. Poi sì, io e Carl (Barât, ndr) sognavamo la band di successo». Il prezzo fu un martirio mediatico. «Una ferita autoinflitta», mi corregge, «la fama è un po’ come fare un patto con il diavolo, ma è meglio che essere anonimo ogni giorno della settimana».
Nel film va a picco e scrive a lume di candela di «questa strana navigazione fra le indistinte rive della vita». Affonda negli Smiths, legge Oscar Wilde, Keats, dipinge con il suo sangue, si fa impiantare inibitori di oppioidi, vende i quadri all’asta per pagarsi la rehab in Thailandia. «Le catene della dipendenza sono troppo leggere per essere percepite, finché non diventano troppo pesanti per essere spezzate», dice.
Da dove nasceva quel malessere? «Un po’ è curiosità intellettuale, letteratura romantica», spiega, «l’idea di scoprire l’ignoto attraverso lo sconvolgimento. C’è chi sente potere e piacere nel tenere un’arma in mano. Io a una pistola preferisco di gran lunga la poesia. È il mio sogno irrealizzato scrivere, un romanzo, racconti. Ce li avevo, ma quando sei fatto, perdi computer, diari, fogli scritti a mano. Ora che ho più disciplina e concentrazione, mi ci dedicherò».
Nei centri di recupero
Intanto è caduto nel più pericoloso cliché del rock. Iggy Pop lo avvisò nel 2003. Doherty ride a ricordarlo: «Suonavamo al Coachella, gli Stooges si riunivano, e Iggy mi fece capire che ci era passato in quella fase autodistruttiva. Ora faceva jogging e beveva acqua. È come pregare Gesù Cristo e sentirsi dire da lui: “Ma che fai? Non c’è nessun Dio”. Pensai, anche Iggy mi ha abbandonato. Ero un ragazzino confuso».
Tremori, ricadute, recupero. Alla fine del doc, Peter si presta ad aiutare chi ha i suoi stessi demoni. Come? «Parlo con i detenuti, con un paio di centri di recupero in Asia, stiamo mettendo su un fondo per dare alla gente una rehab decente, lontano dalle strade, e per combattere altre forme di malattia mentale. Conosco molti musicisti che soffrono di ansia e depressione. Venti anni fa non avevo una parola per queste cose. Anzi, non credevo proprio nella dipendenza. Possiamo stare a fianco degli altri. A me è servito amore, giardinaggio, nuotare al freddo, un giro con i cani, il bastone da passeggio». Ne mostra uno: «Me lo ha regalato la cugina di Picasso. Preferisco questo al telefonino. Non ho un cellulare da anni».
Senza gossip
Il doc chiude con la frase: “Il talento deriva dall’uomo, dall’artista, non dalle droghe”. Una scoperta? «Per niente, l’ho sempre pensata così», dice Doherty, «usavo le droghe per esplorare i miei limiti, sfidare le mie idee, portare all’estremo le energie, e mai per ottenere qualcosa fuori da me».
Non a caso l’album del 2022 Fantasy Life of Poetry & Crime in coppia con il musicista francese Frédéric Lo, nato in un periodo senza eccessi, è la cosa migliore che abbia prodotto. Lui concorda: «È stato scritto al riparo dalla tempesta, ma è completamente inzuppato nelle acque reflue dei suddetti stereotipi. Dalle finestre, dietro la porta, sbatteva una corrente di sostanze, romanticismo, rock’n’roll. Ero comatoso per l’astinenza da crack e eroina, me le sognavo ogni giorno. La pandemia ha aiutato. Bar chiusi, nessuno intorno. La mia The Ballad Of è vita e morte di un tossico rock’n’roll freak di Margate. Anche se non è nata in quelle condizioni, sta tutto lì dentro. Vale anche per il nuovo dei Libertines».
Peter corre su e giù per la casa. Torna con il vinile di All Quiet on The Eastern Esplanade, il quarto disco della band, esce l’8 marzo. Il titolo prende spunto dall’indirizzo dell’hotel Albion Rooms su cui il gruppo ha investito e dal romanzo di Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale, «ossia come una generazione sopravvisse alla guerra, morendo comunque. È attuale. Io e Carl sentiamo l’ineluttabile orrore della realtà intorno», dice. «Quando ci siamo ritrovati, Carl ha dato istruzioni severe: no alcol, no droghe. Abbiamo lavorato in pace. Forse il risultato è anche migliore del mio Fantasy. Un incontro davvero fruttuoso, alla ricerca solo di belle canzoni».
Nel 2024 partono in tour. Non teme di perdere l’equilibrio rientrando nel circo del rock? «No, ci divertiremo. Ci metterò cuore, anima, e il mio bastone da passeggio». Sarà un’impresa restare bucolico, lontano dal gossip come nel documentario, dove Kate Moss non compare. Forse perché avrebbe oscurato temi più importanti? «Scusa», taglia Doherty, «devo andare a cambiare la bambina».
Sul Venerdì del 3 novembre 2023