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Gay Games: al via le Olimpiadi arcobaleno dove l’importante è vincere… i pregiudizi

Tina Turner a San Francisco nel 1982 inaugura la prima edizione dei Gay Games

 
Da oggi all’11 novembre, in Messico e a Hong Kong, al via l’undicesima edizione delle olimpiadi arcobaleno. Dove gli atleti sono sempre di più. E arrivano anche dai paesi meno aperti
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Avvicinare le persone Lgbtq+ allo sport in un ambiente accogliente e senza discriminazioni. Questo l’obiettivo dei Gay Games, vere e proprie olimpiadi arcobaleno la cui undicesima edizione è in programma a Guadalajara (Messico) e a Hong Kong da oggi, 3 novembre, e fino all’11, con oltre cinquemila atleti attesi, provenienti da una cinquantina di Paesi diversi. L’idea di organizzare la manifestazione venne negli anni Settanta a Tom Waddell, sesto classificato nel decathlon alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. La prima edizione si tenne nel 1982 a San Francisco. Tina Turner cantò alla cerimonia inaugurale, mentre Susan McGreivy e George Frenn, olimpionici rispettivamente nei 400 stile libero a Melbourne 1958 e nel lancio del martello a Monaco 1972, furono gli ultimi tedofori di una fiaccola il cui viaggio era partito da New York e aveva attraversato gli Stati Uniti. Da allora, i Gay Games si sono svolti in Nord America, Europa (Amsterdam 1998, Colonia 2010 e Parigi 2018) e Aust…

Avvicinare le persone Lgbtq+ allo sport in un ambiente accogliente e senza discriminazioni. Questo l’obiettivo dei Gay Games, vere e proprie olimpiadi arcobaleno la cui undicesima edizione è in programma a Guadalajara (Messico) e a Hong Kong da oggi, 3 novembre, e fino all’11, con oltre cinquemila atleti attesi, provenienti da una cinquantina di Paesi diversi. L’idea di organizzare la manifestazione venne negli anni Settanta a Tom Waddell, sesto classificato nel decathlon alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. La prima edizione si tenne nel 1982 a San Francisco. Tina Turner cantò alla cerimonia inaugurale, mentre Susan McGreivy e George Frenn, olimpionici rispettivamente nei 400 stile libero a Melbourne 1958 e nel lancio del martello a Monaco 1972, furono gli ultimi tedofori di una fiaccola il cui viaggio era partito da New York e aveva attraversato gli Stati Uniti. Da allora, i Gay Games si sono svolti in Nord America, Europa (Amsterdam 1998, Colonia 2010 e Parigi 2018) e Australia, mentre l’edizione di quest’anno è la prima organizzata in Sud America e Asia e in due città diverse.

Parole d’ordine

«Partecipazione e inclusione sono le nostre parole d’ordine» spiega Adrian Hyyrylainen-Trett, portavoce della manifestazione. «I Gay Games sono tutt’altro che un ghetto per atleti Lgbtq+, anzi: persone provenienti da ogni parte del mondo possono parteciparvi nella certezza di gareggiare in un ambiente protetto e sicuro. Molti vengono da Paesi nei quali non hanno potuto fare coming out perché ci sono ancora leggi che criminalizzano le loro scelte: basti pensare anche solo a nazioni europee come Polonia, Ungheria e Russia».

La Federation of Gay Games, l’ente organizzatore della manifestazione, ha sviluppato una politica che mira all’inclusione di tutti i generi, compresi quelli non binari, salvaguardando allo stesso tempo l’equità in tutte le competizioni, molte delle quali sono ancora organizzate secondo categorie che contemplano solo il maschile e il femminile. «Una struttura», si legge nel documento ufficiale, «che può essere d’ostacolo all’inclusione di tutti». Tutti i partecipanti, conclude il documento, sono quindi invitati a partecipare ai Gay Games «nella categoria che sentono riflettere in maniera autentica la propria identità».

Italiano in pista

Nel corso delle varie edizioni, la manifestazione ha potuto contare sulla partecipazione di numerosi atleti professionisti. Basti pensare a Bruce Hayes, già oro nella 4x200 stile libero alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984, o a Billy Bean, giocatore di baseball dei Detroit Tigers che ha partecipato al torneo di tennis ai Gay Games di Chicago 2006. Altri sono stati “ambassador” della manifestazione, come la grande Martina Navratilova e il tuffatore australiano Matthew Mitcham, oro nella piattaforma 10 metri alle Olimpiadi di Pechino 2008. Greg Louganis, quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi (piattaforma e trampolino sia a Los Angeles 1984 sia a Seul 1988) ha addirittura scelto i Gay Games di New York nel 1994 per il proprio coming out.

Ventuno le specialità previste nell’edizione di quest’anno, dalla pallavolo al calcio, dal basket all’atletica, dove l’italiano Giampiero Mancinelli sarà in pista per la settima volta. Classe 1966, nativo di Spello (PG), oggi vive a Marsiglia dove è assessore allo sport del primo settore. In Messico insegue la sua ennesima medaglia individuale tra velocità e lanci, dopo gli otto ori conquistati nelle precedenti edizioni. «Per me il senso di questo appuntamento è ancora quello datogli da Tom Waddell», dice, «ossia rendere partecipe la comunità gay di tutte le sensazioni che lui aveva potuto vivere grazie a esperienze come le Olimpiadi in Messico. I Gay Games sono creati e gestiti dalla comunità Lgbtq+ ma sono patrimonio di tutti: poco importa se sei Lgbtq+ o meno, se sei bravo o scarso. L’aspetto politico della manifestazione poi è molto importante: partecipiamo per rivendicare i nostri diritti umani e ottenere l’uguaglianza in tutti i Paesi del mondo, non solo in quelli più “fortunati”. Non è un caso che a volte ai Gay Games ci siano più atleti che ai giochi olimpici: a Sydney 2002 ce n’erano più di dodicimila, contro i diecimila delle olimpiadi “vere” di due anni prima».

Tutti per uno

A Guadalajara, Mancinelli arriverà a proprie spese assieme a suo marito, l’atleta cubano Dalexis Licea. «Per fortuna non siamo nella stessa categoria di età» scherza, «così non dovremo gareggiare l’uno contro l’altro».

Per le persone con meno risorse, spiega, ci sono borse riservate a chi viene dall’Africa, dall’Europa dell’Est, dal Medioriente o a rifugiati: «Perché uno degli obiettivi del circuito sportivo Lgbtq+ è proprio quello di aiutare persone provenienti da Paesi in cui essere se stessi può ancora essere pericoloso. La stessa edizione dei Gay Games che sta per cominciare si sarebbe dovuta tenere solo a Hong Kong, proprio per sviluppare lo sport e la comunità Lgbtq+ nell’Asia orientale. Purtroppo la situazione sanitaria ma anche quella politica hanno costretto gli organizzatori ad affiancare a quella di Hong Kong la sede di Guadalajara, dove ci sono meno difficoltà organizzative».

Anche in Messico, così come in passato, arbitri e giudici di gara saranno membri delle varie federazioni del Paese ospitante, abituati a dirigere competizioni senza particolari connotazioni politiche o identitarie. «All’inizio sono sempre molto seri, distaccati e professionali», racconta Mancinelli, «poi si rendono conto che lo scopo principale per noi non è vincere, anche se è chiaro che diamo tutto per farlo, ma sostenere gli altri e incitarli. In quel momento tra noi e i giudici si instaura una comunione difficile da descrivere: ho persino visto qualcuno di loro che, al termine delle competizioni, si lasciava scappare qualche lacrimuccia».

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