L'avvocato e i diavoli: John Grisham torna con “Lo scambio”. Intervista
di Gabriele RomagnoliJohn Grisham è nato nell’Arkansas 68 anni fa. Nel suo nuovo romanzo, Lo scambio (Mondadori, 312 pagine, 22,50 euro, trad. di Luca Fusari e Sara Prencipe) riporta per la prima volta sulla scena l’avvocato Mitch McDeere, protagonista del suo primo bestseller Il socio (Fred R. Conrad/The New York Times)
La macchina Grisham non si ferma mai. Sta già scrivendo di corsa il prossimo successo. Rallenta, un pomeriggio, nella sua casa in Virginia, per guardare nel retrovisore l’ultimo, Lo scambio, in uscita il 7 novembre per Mondadori. E per parlare di ostaggi, della vita dopo le rose e delle ingiustizie che non può tollerare, come troppi fanno.
In una intervista del 2009 lei disse che, nonostante glielo avessero suggerito, non avrebbe scritto il ritorno del Socio, all’anagrafe Mitch McDeere. Che cosa le ha fatto cambiare idea?
«Aver trovato la storia adatta. Mitch era stato nascosto a lungo, anche dentro di me, poi è riaffiorato in un intrigo internazionale. È stata l’occasione per studiare un diritto che non conoscevo. E di farlo viaggiare ovunque».
Mentre scriveva Il socio immagino che vedesse nella mente la faccia di Mitch. Mentre scriveva Lo scambio vedeva Tom Cruise?
«È inevitabile. L’ho rivisto in Top Gun: Maverick ed è un sempreverde, può dimostrare qualsiasi età. E può perfino essere…
La macchina Grisham non si ferma mai. Sta già scrivendo di corsa il prossimo successo. Rallenta, un pomeriggio, nella sua casa in Virginia, per guardare nel retrovisore l’ultimo, Lo scambio, in uscita il 7 novembre per Mondadori. E per parlare di ostaggi, della vita dopo le rose e delle ingiustizie che non può tollerare, come troppi fanno.
In una intervista del 2009 lei disse che, nonostante glielo avessero suggerito, non avrebbe scritto il ritorno del Socio, all’anagrafe Mitch McDeere. Che cosa le ha fatto cambiare idea?
«Aver trovato la storia adatta. Mitch era stato nascosto a lungo, anche dentro di me, poi è riaffiorato in un intrigo internazionale. È stata l’occasione per studiare un diritto che non conoscevo. E di farlo viaggiare ovunque».
Mentre scriveva Il socio immagino che vedesse nella mente la faccia di Mitch. Mentre scriveva Lo scambio vedeva Tom Cruise?
«È inevitabile. L’ho rivisto in Top Gun: Maverick ed è un sempreverde, può dimostrare qualsiasi età. E può perfino essere un borghese, con una bella casa e due figli».
In effetti, nel momento cruciale la scena gliela ruba la moglie, Abby. Voleva una quota rosa nei suoi romanzi?
«Mia moglie mi ha sempre accusato di non dare spazio ai personaggi femminili o di renderli del tutto passivi. E aveva ragione. Ho voluto provare il contrario e non è facile per niente mettersi nei panni di una donna».
Nella storia ci sono i terroristi, ma non li si vede in azione, e quando i loro complici appaiono sono uomini raffinati e cortesi, donne educate ed empatiche. Perché questa scelta?
«Ho mostrato i loro delitti, le uccisioni disumane: quelle parlano per i loro autori, li descrivono meglio che se li avessi fatti vedere».
Non so se concorda, ma credo che una volta che lo scrittore ha depositato il suo romanzo, poi ogni lettore ne legga uno diverso, con un diverso centro e significato. Per come l’ho letto io, Lo scambio ha il cuore in un dilemma morale: fino a che punto sei disposto ad arrivare per salvare la vita di un altro?
«È così. Infatti la scelta personale di Mitch, contrapposta a quella di altri colleghi dello studio, lo induce a prendere una decisione irrevocabile. Ha capito che sono esseri umani incompatibili».
E lei, mister Grisham? Fino a che punto sarebbe disposto ad arrivare per salvare la vita di un altro?
«Spero fino in fondo. Spero, se un mio familiare fosse in pericolo, di saper trovare in me il coraggio, l’abilità e la disponibilità al sacrificio necessari per fare tutto il possibile. E credo ne sarei capace. Fosse un collega, come nel caso di Mitch? Mi auguro comunque di sì. Poi, è chiaro, la risposta si ha soltanto nella realtà, è lì che ci si conosce davvero».
E gli Stati? Quelli decidono prima, devono darsi leggi a cui attenersi nell’eventualità di un loro cittadino a rischio. Trattare o no per liberare un ostaggio?
«Diversi Stati si sono dati diverse regole. Poi, anche in questo caso, subentra la realtà. E la realtà è una zona grigia. C’è una posizione ufficiale che esclude la trattativa per evitare che i casi di sequestro si ripetano. E poi c’è il dietro le quinte. E lì si cercano soluzioni che poi non vengono ammesse. Ma è necessario farlo. Per evitare il problema ognuno dovrebbe starsene nei propri confini, ma esistono professioni che impongono di non farlo, diventa un dovere».
E se la presa di ostaggi avviene alla maniera in cui è accaduta il 7 ottobre, a opera di Hamas?
«Quella è una storia diversa, già successa ma mai in un modo così clamoroso. In passato ci sono stati sequestri per arrivare a scambi di prigionieri. Riguardavano combattenti. Qui non si volevano scambi o denaro per il riscatto. Si è trattato di un atto di guerra. Volevano morti, molti morti, per far condannare la reazione di Israele».
Ci aspettano anni terribili?
«Sì, e non siamo pronti. Esiste perfino la possibilità che l’America li affronti rieleggendo Donald Trump».
Sa che in Italia si fatica a capire come sia candidabile uno con quel tipo di accuse pendenti?
«Semplice: presunto innocente. Anche se non lo è. La vera cosa a cui si fatica a credere è che non sia stato già condannato negli scorsi quarant’anni, con tutti i guai che ha combinato. Non pensavo vincesse nel 2016, posso soltanto sperare che non riaccada nel 2024. È inspiegabile. Divide il Paese, ci mette in guerra tra di noi. È terribile avere amici e parenti che lo hanno votato e lo rivoterebbero. Sette anni fa fu preso sotto gamba e molti non andarono a votare. Tre anni fa ci sono andati in massa, per votare contro di lui, e l’esito è cambiato. Credo ci torneranno tutti, chiunque si candidi contro di lui, perfino il vecchio Biden, chiunque».
Un’altra cosa che si fatica a capire è perché, specialmente dopo il pasticcio del 2000, il sistema elettorale americano non sia cambiato. Può vincere chi ha avuto complessivamente meno voti, ne basta uno in più per conquistare la rappresentanza di un intero Stato. È democrazia?
«No che non lo è. Se sei democratico e vivi, per dire, in Idaho, che è nettamente repubblicano, il tuo voto è inutile, buttato, non influisce. Idem se sei repubblicano e vivi a New York. Non ha senso. Perché non si cambia? Toccherebbe al Congresso farlo, ma non troverà mai un accordo, i voti necessari. Ai repubblicani conviene così, è con meno voti che sono stati eletti Bush e Trump».
E se Trump venisse rieletto?
«Mi trasferisco in Italia».
Si dice sempre così…
«Lo so che anche il vostro sistema politico e giudiziario hanno i loro lati oscuri. Ma da straniero sono più tollerabili».
Per questo nei suoi romanzi, questo incluso, l’Italia è sempre pulita e illuminata bene, a Roma non c’è spazzatura, ma soltanto fulgidi tramonti e buoni ristoranti?
«È l’idea romantica che piace al pubblico americano. È marketing».
Il suo successo è ormai trentennale. Si aspettava che sarebbe andata così quando, a tredici anni, annaffiava le rose in un asilo?
«Ah, il mio primo lavoro, un dollaro l’ora, una noia mortale. E no, la vita mi ha sorpreso. Non sognavo di scrivere, ma di diventare un atleta professionista. Non è andata. Ho buttato due anni di università prima di imboccare la strada della giurisprudenza. Sono diventato avvocato e mi piaceva molto, mi piaceva stare in aula, dibattere, preparare l’arringa. Scrivere era il mio hobby segreto. Ho provato con un primo libro, Il tempo di uccidere, e non ha funzionato. Mi sono detto: un altro ancora e se non va, rinuncio. Era Il socio. Tutto è cambiato in una notte».
Poi ha ripubblicato il primo ed è stato un trionfo e un film di cassetta. La giuria aveva sbagliato?
«Era uscito quasi clandestinamente, può succedere».
Ha scritto libri brutti?
«Sì. Uno, venticinque anni fa. Lo feci leggere a mia moglie e disse: non è granché. Mandai una sinossi al mio agente, rispose: lascia stare. Obbedii».
Ha ceduto a compromessi? Ha mai aggiunto "tre scene di sesso e un lieto fine"?
«Questo me lo chiese un produttore cinematografico a cui feci l’errore di far leggere L’appello mentre lo stavo scrivendo. Non lo feci».
Mettiamo non fosse stato il suo ennesimo libro, ma il secondo, quello dell’“o la va o la spacca”. Avrebbe accettato?
«Onestamente…sarei stato tentato».
Anche il lieto fine? Lei sostiene di non cominciare mai una storia se non sa come va a finire...
«È così. Non voglio perdermi per strada. Arrivare a pagina duecento, non sapere come proseguire e buttare tutto. Mi servono un gancio e un finale imprevedibile, ancor prima di iniziare».
E dove sta il bello, se conosce già tutto?
«Nel mettere insieme i pezzi della trama, tenerli sotto controllo. Non potrei scrivere che così».
Vive alla stessa maniera?
«Non è possibile. Non puoi controllare tutto. La salute, fino a un certo punto. La casa, i soldi, sì. I figli no. Alla fine, è inutile provarci. Come disse John Lennon, “La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”».
Come chiese Kurt Cobain ai Nirvana la sera prima di farla finita: si sta ancora divertendo?
«Sì. Sono fortunato. Il mio privilegio è alzarmi alle sette, prepararmi il caffè, stare solo, in silenzio, scollegato da tutto e scrivere per tre o quattro ore».
Non cambierebbe vita, ma la vita ha cambiato lei?
«Come accade a chiunque. A venticinque anni credi di sapere tutto. A cinquanta sai di sapere poco e soprattutto hai capito che vivere significa imparare».
Che cosa ha imparato?
«Io sono cresciuto nel Sud, con un’educazione battista. Si dava per scontato che “occhio per occhio” fosse l’unica soluzione. Diventando avvocato ho capito che non era così, che se uccidere è sbagliato lo è anche per lo Stato. I più tollerano le ingiustizie, tollerano gli abusi della polizia, la pena di morte, perché scelgono la polizia e lo Stato piuttosto che le vittime degli abusi e della pena di morte. Il Paese è diviso, ma sta imparando, ci sono sempre meno esecuzioni e un giorno finiranno. Bisogna impegnarsi. Adesso mi sto battendo contro la sindrome del bambino scosso. Una scienza spazzatura per anni ha dato la responsabilità della morte di bambini piccoli a parenti o baby sitter che li avrebbero scossi perché piangevano. Si sono trasformate tragedie in crimini sulla base di assunti non provati. Stiamo proponendo appelli, cercando di cambiare leggi, caso per caso, Stato per Stato. La battaglia contro l’ingiustizia è lunga, ma si può vincere».
Si può cambiare qualche coscienza scrivendo?
«Se arrivi a molti un po’ d’influenza ce l’hai. Non so che impatto ho avuto, ma so di averci provato».
Sul Venerdì del 3 novembre 2023