Bret Easton Ellis: tutti i miei mostri in un libro. E in un horror diretto da me
di Elisa ManiscoBret Easton Ellis è nato a Los Angeles nel 1964. Tra i suoi romanzi più noti il debutto Meno di zero (1985), American Psycho (’91), Glamorama (’98) tutti pubblicati in Italia da Einaudi (Ryan Pfluger/The New York Times)
Milano. Se nel 1981 fosse esistito Instagram, forse oggi non leggeremmo Le schegge, il primo romanzo di Breat Easton Ellis da 13 anni a questa parte e il suo migliore – oltre che il più oltraggioso – dai tempi del capolavoro American Psycho. «Quando ero giovane io, non c’erano i social a catturare ogni momento della vita mia e dei miei amici. Perciò, a quasi 60 anni, ho sentito l’urgenza di raccontare il mondo perduto della mia adolescenza. Volevo scrivere per non dimenticare: quando inizio un nuovo libro lo faccio sempre e solo per me stesso» spiega lo scrittore in un albergo di Milano durante una pausa di un minitour promozionale nel nostro Paese.
In tuta da ginnastica e sneakers, potrebbe passare per un qualsiasi turista americano. E invece è una superstar della letteratura mondiale – se ancora esiste la categoria – in carica con alti e bassi dal 1985, ovvero da quando poco più che ventenne pubblicò il debutto Meno di Zero, scandalizzando ed estasiando pubblico e critica con il rac…
Milano. Se nel 1981 fosse esistito Instagram, forse oggi non leggeremmo Le schegge, il primo romanzo di Breat Easton Ellis da 13 anni a questa parte e il suo migliore – oltre che il più oltraggioso – dai tempi del capolavoro American Psycho. «Quando ero giovane io, non c’erano i social a catturare ogni momento della vita mia e dei miei amici. Perciò, a quasi 60 anni, ho sentito l’urgenza di raccontare il mondo perduto della mia adolescenza. Volevo scrivere per non dimenticare: quando inizio un nuovo libro lo faccio sempre e solo per me stesso» spiega lo scrittore in un albergo di Milano durante una pausa di un minitour promozionale nel nostro Paese.
In tuta da ginnastica e sneakers, potrebbe passare per un qualsiasi turista americano. E invece è una superstar della letteratura mondiale – se ancora esiste la categoria – in carica con alti e bassi dal 1985, ovvero da quando poco più che ventenne pubblicò il debutto Meno di Zero, scandalizzando ed estasiando pubblico e critica con il racconto delle notti dissolute dei ricchi rampolli della Città degli Angeli, di cui lui stesso faceva parte (padre imprenditore immobiliare, madre socialite, per casa una magione multimilionaria in un quartiere extralusso).
Con Le schegge, nato prima come serie a episodi letta da Ellis nel suo podcast e poi trasformato in un libro di 752 pagine (Einaudi, traduzione di Giuseppe Culicchia), lo scrittore americano torna proprio sul luogo del delitto di quel primo romanzo, e diciamo delitto non a caso.
Tra feste in piscina, strisce di coca, sesso promiscuo, musica new wave e abbigliamento griffato anni 80, i protagonisti diciassettenni tra cui lo stesso Bret Ellis, tutti studenti dell’ultimo anno della prestigiosa Buckley School, devono infatti vedersela con un inquietantissimo serial killer chiamato il Pescatore, che sbudella persone e animali e per qualche misterioso motivo ha preso di mira il loro gruppo.
Un po’ memoir, un po’ autofiction, molto horror e privo di qualsiasi inibizione, Le schegge è il sogno proibito di ogni fan di Ellis: uno spregiudicato romanzo di formazione sulla Generazione X che non lesina su sesso, droga, ultraviolenza ed emozioni contraddittorie.
È vero che voleva scrivere questo romanzo da 40 anni?
«Ho iniziato a scriverlo prima di Meno di zero e dopo che nel mio liceo erano successe delle cose che mi avevano turbato, ma a un certo punto mi sono fermato: ero troppo giovane e non avevo i mezzi letterari necessari. Nel corso degli anni ci ho riprovato tante volte, ma niente. Poi è arrivato il lockdown, ho avuto tanto tempo per pensare e il passato ha cominciato a tormentarmi. A quel punto, il libro è arrivato da me e mi ha obbligato a scriverlo».
Lo scrittore perseguitato dalla sua opera: sembra quasi la trama di un romanzo di Stephen King.
«Amo King da sempre e nelle Schegge lo omaggio in molti modi. A cominciare dal titolo (The Shards, in originale, ndr), che all’epoca mi sembrava fico come quelli dei suoi libri e mi faceva venire in mente qualcosa di acuminato, di pericoloso».
Cosa l’aveva tanto turbata al liceo?
«La mia omosessualità. Ho sempre saputo di essere gay e non era mai stato un problema. I miei problemi erano altri, l’alcolismo di mio padre, il divorzio dei miei genitori... Poi a 17 anni è cambiato tutto, ho cominciato a odiare il fatto di essere gay. Ero attratto dai miei amici, ma a loro non interessavo. Ho anche avuto relazioni con dei compagni, tra cui un giocatore di football molto etero, ma doveva rimanere un segreto. Avevo una fidanzata di facciata e una vita di facciata e sono entrato in crisi. E tutto questo si è ripercosso sulle mie relazioni sociali, mettendole in pericolo e facendole deflagrare».
Oltre al rischio di diventare un paria nel liceo esclusivo che frequenta, qualora si scoprisse chi è e cosa prova veramente, il Bret del libro deve vedersela con minacce molto tangibili. Innanzitutto, il Pescatore, serial killer che rapisce e tortura adolescenti, ma anche hippie folli, furgoni beige che appaiono dove non dovrebbero, sette pronte a tutto. Quanto c’è di vero e di falso in questi ricordi?
«C’è molto di vero. Tra gli anni 70 e 80, la California e in particolare L.A. erano il Ground Zero dei serial killer! Non esistevano prove del dna, telecamere e tutte quelle cose che hanno ridotto l’incidenza degli omicidi seriali. In pratica, eravamo circondati».
Si è ispirato a qualche caso di cronaca?
«Al Sunset Strip Killer, un tizio che rapiva e torturava ragazze in coppia con un “socio”. Lo hanno catturato a metà anni 80 e credo sia morto proprio la scorsa settimana in prigione. E poi, la famiglia Manson. Sono nato nel 1964 e gli omicidi sono avvenuti nel 1969: ero abbastanza grande da esserne traumatizzato. Anche Quentin Tarantino, che ha un anno più di me ed è cresciuto a L.A., mi ha detto che è stata la cosa più spaventosa della sua vita. Lui ha girato C’era una volta a... Hollywood per esorcizzarla. Io ho scritto questo libro».
A proposito di QT. Nelle Schegge ci sono dei passaggi bellissimi sull’esperienza di andare in sala nel mondo pre-piattaforme che fanno venire in mente Cinema Speculation, il saggio di Tarantino. Cito: «All’epoca i film erano una religione, potevano cambiarti, alterare la tua percezione, potevi protenderti verso lo schermo e condividere un istante di trascendenza, in quella chiesa tutte le delusioni e le paure venivano spazzate via per qualche ora».
«I film di allora avevano quella capacità, sì. Adesso è difficile immaginarlo, ma ogni due o tre settimane usciva un capolavoro, Shining, La febbre del sabato sera, Blade Runner... Ho amato così tanto Cinema Speculation che ho deciso di scrivere la mia versione: sarà il mio prossimo libro. Ma rispetto a Quentin credo che mi concentrerò di più sul cinema mainstream, sulle pellicole dei miei vent’anni».
È vero che sta per debuttare come regista?
«Sì, c’è una data di inizio riprese: il 24 marzo. E abbiamo una star nel cast, ma non posso dire chi. Sarà un horror, un “monster movie” ambientato a Los Angeles. Il protagonista è un ragazzino alle prese con un mostro che forse esiste davvero e forse è un prodotto della sua immaginazione. Un po’ come accade a Bret in Le schegge. Amo i narratori inattendibili. La prima volta che ne ho incontrato uno è stato in Fuoco pallido di Nabokov: mi ha fatto capire quanto possa essere potente la letteratura, che è capace di dirti la verità e allo stesso tempo fartene dubitare».
Molti suoi libri sono diventati film, alcuni di culto come American Psycho di Mary Harron: la rete è piena di meme con le espressioni da spiritato di Christian Bale nei panni dello yuppie killer Patrick Bateman. Vedremo anche Le schegge?
«Sì, ma sarà una serie tv, con me come showrunner. HBO ha comprato i diritti e dovrebbe dirigerla Luca Guadagnino, che è la persona giusta per molti motivi. Innanzitutto ha amato il libro da subito. E poi mi piace molto il modo in cui ritrae i corpi e la nudità maschile. Nelle Schegge ce ne sarà moltissima, insieme a scene di sesso di tutti i tipi».
In effetti nel libro non si è minimamente censurato. Né nelle scene erotiche né descrivendo gli omicidi del Pescatore, forse addirittura più raccapriccianti di quelli immortalati in American Psycho. Non ha paura di urtare la sensibilità di qualcuno e di essere messo di nuovo all’indice? Lei è nel mirino dei benpensanti da sempre, e ancora di più da quando ha pubblicato il saggio Bianco, la sua invettiva contro il cosiddetto politicamente corretto e le isterie woke.
«No, perché ormai sono vecchio e posso fare come mi pare. Inoltre, faccio guadagnare talmente tanti soldi alla mia casa editrice – e guarda un po’, proprio con American Psycho, che vende ininterrottamente e bene da 30 anni – che nessuno osa dirmi niente. So che ci sono stati dei malumori perché il libro sarebbe “troppo bianco” e non approfondisco per nulla la storia della cameriera nicaraguense di Bret, ma sai com’è, all’epoca il mondo, soprattutto il mio, era così. È la triste verità. Comunque la mia editor, che mi conosce da sempre, è riuscita a far passare il libro senza tagli né modifiche. Grazie al cielo».
Spesso chiama il mondo e l’epoca in cui vivono Bret e i suoi amici “l’Impero”.
«Certo, è l’Impero americano in particolare, e quello occidentale in generale. Come ogni impero ha una data di inizio e una fine: l’11 settembre. Per carità, l’Impero aveva moltissimi difetti, ma anche qualche pregio: c’erano valori che avevano significato per moltissime persone e un culto per l’autenticità dell’esperienza umana, c’era fiducia. Per questo vedo Le schegge anche come un romanzo storico, in cui ho rievocato usi, costumi di un’era scomparsa, verso cui provo sentimenti contrastanti. Così come li provo per il “post post Impero” che stiamo vivendo adesso, in cui tutto è simulacro e propaganda e non c’è niente che ci unisca e nulla a cui credere».
A proposito di illustri abitanti del post post Impero, cosa pensa di Elon Musk? Non le sembra una folle versione nerd di Patrick Bateman?
«Un po’ sì, ma d’altronde chi è che di questi tempi non sembra uno psicopatico? Un tempo mi divertivo molto a twittare, mentre ora ho mollato tutto al mio team social, ma non l’ho fatto certo per colpa di Musk, che a dirla tutta mi piace. Come mi piacciono tutti quelli che non hanno paura di andare controcorrente e dire quello che pensano, anche se c’è un prezzo altissimo da pagare».
E a proposito di rete, lo sa che su Spotify e YouTube ci sono decine di playlist create dai fan con tutte le canzoni che cita in Le schegge?
«Lo so e sono molto contento, anche se tutti usano una brutta versione di una canzone che si chiama Nowhere Girl dei B-Movie. La musica mi ha salvato quando ero un adolescente. Probabilmente se non fossi diventato uno scrittore, avrei fatto il musicista. Mia madre me lo dice sempre: “Oh Bret, che grande pianista saresti stato!”».
Altri talenti nascosti?
«La cucina. In tv guardo solo Food Network e sono bravissimo a marinare il pesce. Ma la mia vera specialità era il tacchino della cena del Ringraziamento, riuscivo a renderlo davvero morbido e succulento, umido al punto giusto».
Perché ne parla al passato?
«Perché ormai non invito più nessuno. Odio tutti».
Sul Venerdì del 3 novembre 2023