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Quando ho scoperto la Shoah

QUESTIONI (NON SOLO) DI CUORE: Ogni settimana Natalia Aspesi risponde alle lettere dei lettori
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Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.

Gentile Aspesi,
con tutta l’ammirazione che ho per lei, mi stupiscono le sue parole sulla nascita di Israele, che lei avrebbe collocato nell’isola del Diavolo (che esiste, ma il termine lascia intuire un retropensiero perfido che assomiglia a quello di Stalin che voleva spedire gli ebrei in Siberia, sul Pacifico). Per lei che l’ha vissuta e per chi ha studiato un minimo la storia e gli innumerevoli libri al riguardo, risulta arcinoto che, quando si è reso evidente l’atteggiamento di Hitler sugli ebrei, tutti i profughi ebrei vennero respinti dai confini degli Usa e perfino da Paesi neutrali come la Svizzera; che durante la guerra si sapeva che i campi di sterminio esistevano ma non fu fatto niente al riguardo; che, finita la guerra e la Shoah, i superstiti non avevano più alcun posto dove tornare: le loro case occupate, i loro beni trafugati; che nessuno, nell’euforia della liberazi…

Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.

Gentile Aspesi,
con tutta l’ammirazione che ho per lei, mi stupiscono le sue parole sulla nascita di Israele, che lei avrebbe collocato nell’isola del Diavolo (che esiste, ma il termine lascia intuire un retropensiero perfido che assomiglia a quello di Stalin che voleva spedire gli ebrei in Siberia, sul Pacifico). Per lei che l’ha vissuta e per chi ha studiato un minimo la storia e gli innumerevoli libri al riguardo, risulta arcinoto che, quando si è reso evidente l’atteggiamento di Hitler sugli ebrei, tutti i profughi ebrei vennero respinti dai confini degli Usa e perfino da Paesi neutrali come la Svizzera; che durante la guerra si sapeva che i campi di sterminio esistevano ma non fu fatto niente al riguardo; che, finita la guerra e la Shoah, i superstiti non avevano più alcun posto dove tornare: le loro case occupate, i loro beni trafugati; che nessuno, nell’euforia della liberazione, voleva sentire parlare dei lager (Primo Levi vide rifiutato da Einaudi Se questo è un uomo fino al 1958); che, infine, l’antisemitismo persisteva allora come persiste oggi. Dove dovevano andare gli ebrei se non lontano dall’Europa in quella che era stata la loro patria originaria e dove c’era ancora un nucleo di residenti? È precisa responsabilità dell’Occidente la nascita e l’esistenza dello Stato di Israele che dovrebbe essere tutelato innanzitutto da noi occidentali. Siamo noi europei che li abbiamo spinti là. Sarebbe meglio ribadirlo perché, pur non condividendo la politica di quel Paese che ultimamente ha completamente rimosso la questione palestinese, stupisce che, dopo questo recente pogrom di Hamas, le manifestazioni siano state in maggioranza favorevoli proprio ad Hamas, rispetto a quelle di solidarietà per Israele. Sia chiaro, non mi schiero, se non contro il terrorismo di Hamas (oltretutto finanziato da Iran e, forse, Russia). Ma ha ragione Liliana Segre: nelle scuole e ovunque dovrebbero essere studiati di più Seconda guerra mondiale e Olocausto. E si dovrebbe stare sempre dalla parte delle vittime, ebrei o palestinesi: ma il terrorismo va sempre condannato, come lei stessa ha fatto nel Venerdì precedente. Con la mia stima un po‘ incrinata,
Giovanni Frigerio

Le scrivo sbigottita dalle sue parole, in risposta a una lettera del 27/10/23. Lei risponde al signor Luigi, che si dice sollevato dal fatto che quella piccola striscia di terra fu data agli ebrei in mezzo a quel mare di Paesi che va dal Mali all’Indonesia. Bene, le ricordo che quella terra fu COMPRATA con gli spiccioli raccolti dagli ebrei di tutto il mondo nei salvadanai di casa, delle scuole e nelle associazioni. Quella terra fu COMPRATA dagli ebrei dai pastori palestinesi. Nel ’48 si era presentato uno Stato palestinese ma gli stessi rifiutarono e attaccarono guerra al neonato Stato. Ancora è stato offerto ai palestinesi uno Stato con capitale Gerusalemme est, ma Arafat ha preferito rifiutare e poi nascondere in Svizzera i soldi destinati al suo popolo martoriato. E ancora è stato proposto uno Stato palestinese ma ogni volta è stato rifiutato. I confini della terra d’Israele di oggi sono il frutto della sua difesa in seguito alle guerre che le sono state mosse: come ogni Paese, ha difeso il suo territorio e modificato i suoi confini. Ogni parola che non tenga conto dei fatti storici suona come una propaganda cieca distorta e ingiusta e ne abbiamo abbastanza di distorsioni e odio.
A.S.

Rispondo alle due lettere. Io pensavo proprio all’isola del diavolo di Dreyfus, e non in questo caso a Stalin, di cui non conosco le gesta, quindi da parte mia senza alcun retropensiero: diciamo innocentemente, per leggerezza. Con estrema, da parte mia, ignoranza. Non c’è una sola parola («una propaganda cieca distorta e ingiusta») nella mia risposta su Israele, al massimo, perché sono umana, non posso non pensare ai tanti morti che spazzano via i palestinesi, e che quelli che con i loro terrorizzati bambini corrono verso il nulla, e se mai cresceranno, difficilmente vorranno la pace. «Ne abbiamo abbastanza di distorsioni e odio»? Non nel mio piccolo pezzo in cui l’odio non c’entra nulla e anzi, è proprio la parola “odio” ad essere villana e cruenta. Alla mia ignoranza ci tengo, al massimo su questo tema mi si può dire di lasciar perdere ciò che non so: ma qualcosa, a chi si rivolge a me in quanto me, devo, sia pure sbagliando, rispondere. Quindi chiedo venia.
Adesso penso anche a me. E mi trovo di colpo con la paura di una guerra tremendissima che decisamente non voglio, (MA CHI CI ASCOLTA?), e davanti a me non ho che le orribili facce dei crudeli capi iraniani, che vorrebbero distruggerci come esseri umani, le donne in quanto donne, giusto per non peccare loro. Allora, come è andata per me? Io sono nata troppo tempo fa, e il mio amore e rispetto per gli ebrei da qualunque parte vengano è nato verso i quindici anni, quando, terminata la Seconda guerra, scoprii la democrazia e il mondo. E quel che era capitato agli ebrei di inumano, sei milioni di persone ammazzate, da parte di brave persone, magari a casa loro gentili, che dovevano arrivare ubbidienti a “una soluzione finale”. Eppure dopo Eichmann e le foto e le migliaia di testimonianze e gli orrori, sino al 1963, in Germania, non sapevano di Auschwitz, quando finalmente fecero in piena ripresa economica un grande processo sul Lager: durò venti mesi dopo 5 anni di ricerche, imputati 22 ufficiali SS, 183 udienze, 17 condannati, 6 all’ergastolo.Ne fece un bel film Giulio Ricciarelli, padre italiano e madre tedesca, in cui si dimostrava come ciò che era successo durante il nazismo, tutti volevano dimenticarlo. Mi raccontò poi, ancora bella a 84 anni, la modella Veruschka che nel 1951 smise di andare a scuola perché la maestra la chiamava “la figlia dell’assassino” a causa del padre, un nobile che aveva partecipato a un attentato fallito contro Hitler, e fu impiccato.

Chiedo scusa, è vero, per me la scoperta di quel mondo orribile mi ha legato alla Shoah per sempre ed è responsabilità dei miei troppi anni, della sofferenza per quell’orrore. E l’ho imparato attraverso la mia passione, il cinema, che mai, credo, smetterà di ricordare quel tempo. Come per esempio ho visto il documentario dell’ucraino Sergei Loznitsa, Austerlitz (al posto di Auschwitz), del 2018, sulla massa di milioni di giovani curiosi che da tutto il mondo, in ciabatte, arrivano mangiando panini e fotografando le camere a gas. Tuttora i miei incubi mi parlano di quella immane tragedia molto prima di Shoah, il film documentario di Lanzmann del 1985, quando vedemmo per la prima volta i superstiti che riuscirono a raccontare, a ricordare, finalmente a piangere.
Ci sarà una ragione per cui i grandi scrittori israeliani sono, per la maggior parte, dalla parte dei palestinesi, persino dopo quella orribile tragedia che il 7 ottobre li ha colpiti, con Hamas al comando. Certo, di queste grandi tragedie siamo tutti consapevoli, un nuovo orrore che si abbatte su Israele, con il mondo che crede di essere buono e dalla parte dei palestinesi. Io fin qui ci arrivo. Io non ho mai capito l’antisemitismo, mi è sempre sembrato assurdo il nome, una stortura antica e priva di senso. Tutto ciò di cui i Paesi sono tornati a riparlare è il solito “due popoli due Stati”. Come mai siamo con le ragazze iraniane che affrontano la morte contro il velo portato male e, contemporaneamente, perché siamo coi palestinesi – mai una donna tra decine di uomini che si muovono tra le rovine, tutti e solo uomini, e poi vedi le donne coi bambini, tanti bambini, soffocate dall’inutile velo, non un solo uomo vicino?

Una bella proposta per sentire i film

Siamo una coppia di ottantenni, suoi ammiratori, sia nella rubrica del Venerdì sia negli articoli di critica cinematografica di Repubblica. Siamo appassionati di cinema, ma purtroppo la nostra ipoacusia non ci permette di godere appieno di questo passatempo, (nonostante le protesi): penso che questo problema sia comune a molti anziani, ma risolvibile con i sottotitoli.
Un vantaggio anche per i cinema, sempre più vuoti. Un saluto cordiale
Rita Belfiore

Che meravigliosa lettera dopo le sgridate che mi hanno addirittura dichiarato pasticciona (e qui ci credo) e avventata (anche qui). La signora Belfiore si lamenta, ma senza esagerare, dei film che per noi vecchi talvolta si sentono con una certa fatica. Ipoacusia! parola troppo bella per dire che si è sordi! Quasi poetica! Ovvio che anche io ci sento male o malino, ma il piacere di andare al cinema non ci lascia in pace, perché rinunciarci? Fornite di eventuali protesi dobbiamo però rivelare che non sempre si sente bene, e di solito sono anche gli attori che spesso, senza volerlo, proprio non ce la fanno, dovrebbero studiare ancora un po’. Per di più è un momento di stallo, con i video siamo diventati più pigri, tra un po’ non usciremo più, aggrappati al divano. Ma se intanto i giovani non vogliono far più fatica, perché non approfittare della loro attuale assenza? Io già vado benissimo quando vedo Netflix, lo metto in lingua italiana anche se tradotto, bene, mettiamo, dall’afgano. E faccio quella che volendo, sentirebbe in inglese ma si sa non è ben tradotto dal coreano. Quindi approfitto dell’italiano, una meraviglia.

Sul Venerdì del 10 novembre

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