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Clima, pandemia, guerre, IA: se torna la paura dell’Apocalisse

il bombardamento su Gaza il 30 ottobre scorso (Getty images)

 
A che ora è la fine del mondo? Abbiamo ricominciato a chiedercelo. Inchiesta sui pericoli che spaventano l’umanità. E su quel che possiamo fare per tenerli lontani
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L’Apocalisse degli insetti segnerà l’inizio della fine della biodiversità? O invece, in uno scenario post-atomico, la Blattella germanica sarà l’unica creatura a sopravvivere? Non è il plot di The Last of Us o di una delle tante serie tv survivalist in circolazione (gli incubi, per gli sceneggiatori, sono i nuovi sogni) ma interrogativi reali per questi tempi cupi. D’altronde le cavallette che un tempo funestavano l’Africa oggi piagano la Sardegna.

C’entra sicuramente l’aver registrato il settembre più caldo della storia, con buona pace di chi dubita dell’impazzimento climatico. Ancora sotto shock per la pandemia, che ha fatto impennare il consumo di ansiolitici, ecco l’invasione russa dell’Ucraina e l’ipotesi di “terza guerra mondiale”. Poi, come se non bastasse, è ripartita l’antichissima questione israelo-palestinese, con un indicibile prologo horror, quindi una carneficina e forse un’escalation. “A peste, fame et bello, libera nos Domine” invocavano i fedeli nella liturgia. Le tre…

L’Apocalisse degli insetti segnerà l’inizio della fine della biodiversità? O invece, in uno scenario post-atomico, la Blattella germanica sarà l’unica creatura a sopravvivere? Non è il plot di The Last of Us o di una delle tante serie tv survivalist in circolazione (gli incubi, per gli sceneggiatori, sono i nuovi sogni) ma interrogativi reali per questi tempi cupi. D’altronde le cavallette che un tempo funestavano l’Africa oggi piagano la Sardegna.

C’entra sicuramente l’aver registrato il settembre più caldo della storia, con buona pace di chi dubita dell’impazzimento climatico. Ancora sotto shock per la pandemia, che ha fatto impennare il consumo di ansiolitici, ecco l’invasione russa dell’Ucraina e l’ipotesi di “terza guerra mondiale”. Poi, come se non bastasse, è ripartita l’antichissima questione israelo-palestinese, con un indicibile prologo horror, quindi una carneficina e forse un’escalation. “A peste, fame et bello, libera nos Domine” invocavano i fedeli nella liturgia. Le tre grandi paure – epidemie, carestie e guerre – non sono cambiate. Quanto al quarto, misterioso, cavaliere dell’apocalisse del Nuovo Testamento, oggi sembrerebbe essere l’Intelligenza Artificiale. Da Bruxelles a Washington è tutto un moltiplicarsi di leggi per evitare che vada fuori controllo, mentre gli stessi creatori di ChatGPT inaugurano un’unità di preparedness, di preparazione (al peggio).
Siamo davvero arrivati, nel giro di tre anni, sull’orlo del precipizio? «Né ridere, né piangere ma comprendere» ammoniva Baruch Spinoza. Ci abbiamo provato sentendo i migliori specialisti del settore. Andiamo con ordine.

Emergenza clima

Si può essere d’accordo o meno con le tattiche di Extinction Rebellion (al Venerdì Greta Thunberg aveva detto che non erano le sue però, essendo fallito tutto il resto, le rispettava), ma di certo hanno avuto un’intuizione geniale: il nome. Non combattono l’anodino “riscaldamento climatico”, né la più urgente “crisi climatica”: si ribellano all’estinzione. Termine carico, che restituisce la magnitudine esistenziale del problema. Al punto che anche l’Undp, il programma di sviluppo delle Nazioni unite, nel 2022 ha battezzato “Don’t Choose Extinction” la sua campagna per abbandonare gli idrocarburi. Oltre metà del campione di 10 mila giovani interpellati da The Lancet l’anno prima era d’accordo con l’affermazione secondo cui «l’umanità è spacciata». Una preoccupazione così ingombrante da rovinar loro il sonno, la concentrazione e l’immaginazione del futuro. Ecoansia è un termine entrato nel lessico comune.

Un fiordo in Groenlandia (Getty images)

 

La sesta estinzione (Neri Pozza) è invece il titolo del libro di Elizabeth Kolbert, premio Pulitzer del New Yorker per i magnifici articoli sull’ambiente. «A dieci anni dalla sua uscita» dice via Zoom dalla sua casa a nord di New York – dove il gelo un tempo arrivava agli inizi di ottobre mentre oggi, quasi un mese dopo, invece stenta a palesarsi – «siamo solo dieci anni messi peggio». È lei a parlarci della preoccupante morìa di insetti europei che si trovano alla base della catena alimentare degli uccelli, quindi dell’impollinazione, con gigantesche ricadute sull’agricoltura. Siamo spacciati o si può fare qualcosa? E cosa? «Beh, come si dice quando sei in una buca che è diventata una trappola: smetti di scavare! Quindi niente più permessi per aprire nuovi impianti fossili, come invece è successo in Alaska o a Rosebank in Gran Bretagna: è semplicemente folle. Poi costruire un sacco di impianti rinnovabili, riconvertendo le vecchie infrastrutture. Infine investire massicciamente nella ricerca per trovare nuove soluzioni. Un esempio? L’aviazione civile: va interamente ripensata».

Tre idee per evitare l'estinzione climatica

Dallo scaffale della saggistica a quello della narrativa otteniamo spunti quasi intercambiabili: c’è comunque da strologare l’ignoto a partire dal verosimile. È quello che fa molto bene l’inglese Naomi Alderman in Il futuro, in uscita da Feltrinelli. Allieva di Margaret Atwood, un’altra che di distopie se ne intende, racconta un mondo dominato da alcuni capricciosi imperatori tecnologici – terribilmente simili ai veri Musk, Bezos, Zuckerberg – che, preallertati da un esclusivo sistema di messaggistica, all’inizio del romanzo si precipitano nei bunker fatti allestire in caso di apocalisse. Gente così ricca e potente che può decidere di far piovere dove vuole bellamente fregandosene di quelli che ricchi non sono. Anche qui, sembra fiction, ma il cloud seeding esiste. Come esiste un’azienda ungherese specializzata in rifugi extra-lusso.

E che ne pensa Alderman del gradiente apocalittico del momento attuale, così alto nel suo libro? «Bisogna considerare la tendenza delle persone a sovrapporre il sentimento della propria mortalità a quello della specie. Ci sono problemi grossi, ma non credo che la fine sia imminente. Devo però riconoscere che, alla fine di ottobre, nel mio giardino londinese ci sono ancora le fragole! Che sembra bello ma è preoccupante». Un’illogica allegria simile a quella di andare al mare per Ognissanti. Il meccanismo di difesa che funziona per lei è distinguere i problemi, affrontarli uno alla volta: «Come dice ogni buon psicoterapeuta: rallenta, calmati, capiamo cosa sta esattamente succedendo. Così scopriamo che in certi casi, come nella Brexit, siamo stati noi a demolire la casa». I suoi cavalieri dell’apocalisse sono comunque i gigacapitalisti digitali: «Dedico pagine per esemplificare la quantità di cose importanti che si potrebbero fare con una parte dei loro soldi» che invece svaniscono in un escapismo spaziale, con Marte e altri pianeti falsamente presentati come valide alternative alla bancarotta terrestre. E mentre «l’atomica è stata un’invenzione terribile ma almeno è servita a sconfiggere i nazisti, l’intelligenza artificiale non ci viene “venduta” per sconfiggere Putin. E allora? Se rappresenta un rischio così grande, come dicono i suoi stessi padri, l’unica è smettere di svilupparla. Abbiamo visto tutti Il dottor Stranamore, o no?».

L'IA? Basta non mettergli in mano le armi

Intelligenza artificiale

La romanziera ha messo il dito nella piaga. Obbligandoci a una digressione prima del capitolo pandemico. Si dà infatti il caso che a marzo scorso, sotto gli auspici del Future of Humanity Institute, un centro di ricerca di Oxford il cui nome dice già molto sulla temperatura emotiva del tema di cui ci occupiamo, sia uscito uno studio sorprendente. Dove 160 tra esperti in vari settori e superforecaster, ovvero persone che pur senza una specializzazione si sono dimostrate estremamente abili in gare di previsioni, ha stilato una classifica di rischi. Distinguendo tra eventi catastrofici, tali da far fuori fino al 10 per cento della popolazione (la Seconda guerra mondiale, per intenderci, ne ha falcidiato il 3) ed eventi capaci di provocare un’estinzione, risparmiando giusto un nucleo di «massimo 5.000 fortunate, o sfortunate, anime» come ha ironizzato l’Economist. Bene, al primo posto assoluto campeggia l’IA , cui i superpredittori assegnano un rischio di catastrofe (entro il 2100) del 2,1 per cento, contro un 12 per cento degli esperti, e uno di estinzione rispettivamente dello 0,38 e 3 per cento.

In videoconferenza dall’Oregon Josh Rosenberg, il coordinatore dello studio, chiarisce che l’intenzione era fotografare lo stato del dibattito per vedere come cambierà nel tempo. Pur non volendo commentare nel merito, si limita a far notare che non definirebbe del tutto trascurabile una possibilità di estinzione dello 0,3 per cento. Personalmente, però, nel breve è più preoccupato da nucleare e pandemie che non dall’IA. Così come ridimensiona Douglas Rushkoff, autore dell’affascinante inchiesta Solo i ricchi (Luiss University Press) che, sempre a partire dai bunker e dalle isole private che si accaparrano, ci spiega che «l’IA farà ciò che è programmata a fare. E se estrarrà del valore dalla vita delle persone la colpa è del capitalismo, che glielo chiede, non dell’algoritmo che esegue». Per poi consegnarci una sentenza conclusiva sull’allarme che agita i fondatori: «La confraternita tecnologica ne è così spaventata perché erano sicuri di poter dominare le masse in quanto più intelligenti. Mentre se l’IA li supererà rischia di fare a loro ciò che loro hanno fatto a noi».

Musk & friends temono che l'AI li spodesti

Istituzione cugina di quella diretta a Oxford dal transumanista Nick Bostrom, è il Centre for Existential Risks di Cambridge. L’ha fondata, undici anni fa, l’astronomo Martin Rees, autore da ultimo di If Science is to Save Us. Con uno scopo chiaro: concentrarsi sui “cigni neri”, eventi altamente improbabili ma dalle conseguenze cataclismatiche. «L’opposto degli incidenti d’auto, molto probabili e studiatissimi. Per questo siamo nati noi, consapevoli che, se anche riuscissimo a ridurre di un millesimo questi rischi, avremmo largamente giustificato la nostra esistenza». Tra i bersagli grossi di loro paper recenti «i cyber-attacchi che potrebbero, in un paio di giorni, mettere in ginocchio un Paese e la guerra biologica, con armi mai così abbordabili». Più, ovviamente, l’IA di cui dice che una misura ragionevole sarebbe prevedere «un periodo cuscinetto tra sviluppo e immissione sul mercato, come si fa coi farmaci». Tre anni fa aveva anche scommesso con Steven Pinker, il neuroscienziato di Harvard celebre per un perma-ottimismo a trentadue denti, che un evento biologico inaspettato avrebbe potuto uccidere oltre un milione di persone. Poi è arrivato il Covid, con quasi 10 milioni di morti, ma nessuno ha pagato pegno perché non sono riusciti ad accordarsi sulla definizione di evento biologico.

Pandemie

Il Coronavirus, ci siamo arrivati. Per una roba del genere bisognava andare indietro di un secolo (1918-1920), all’influenza spagnola e ai suoi 50-100 milioni di vittime. Tra i pochi che stavolta l’avevano visto arrivare c’è David Quammen che, con otto anni di anticipo, nel profetico Spillover (Adelphi) metteva in guardia proprio dai salti di specie dei virus. Dal suo studio nel Montana, dove ospita un pitone come se fosse un micio, esordisce con una distinzione: «Se pensiamo alla fine del Pianeta, a meno di un’improbabile esplosione del Sole, questo potrà andare tranquillamente avanti senza di noi. Se invece parliamo dell’umanità, con i suoi 8 miliardi di abitanti e un’enorme varietà genetica, sarà difficile farci fuori tutti». Difficile, ma non impossibile e sembra quasi sentirlo fare i calcoli mentali dell’Armageddon: «Una guerra nucleare potrebbe arrivarci vicina. Anche un virus all’Rna, tipo un’influenza aviaria che contagiasse gli umani, magari ne ucciderebbe la metà. Ma si estinguerebbero solo le specie a rischio, quelle in cui sono rimasti pochi esemplari». I veri highlander sarebbero gli scarafaggi citati all’inizio, certi topi e, sul versante vegetale, i tarassachi.

Un sanitario a Macao durante il Covid (Getty images)

 

Fatta la premessa, però, abbiamo imparato così poco dalla lezione pandemica che «siamo forse messi peggio che nel 2019 dal momento che il National Institute of Health, il più importante organismo federale sulla salute, ha cambiato le regole rendendo immensamente più difficile per gli scienziati di nazionalità diverse collaborare tra loro. I vaccini sono stati sviluppati in tempi record anche grazie al genoma sequenziato dai cinesi. Idem per i primi risultati di Moderna. O per lo sviluppo degli antivirali. Oggi non sarebbe più possibile». Il virus del sovranismo non risparmia la scienza. Sull’onda dell’ipotesi lab leak, la fuga accidentale da un laboratorio, il Congresso Usa ha anche cancellato finanziamenti milionari sulle ricerche più rischiose, il cosiddetto “guadagno di funzione”: «L’ignoranza è una brutta bestia».

Per la prossima pandemia saremo meno preparati

Giriamo quesiti analoghi a Richard Hatchett, direttore della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, una fondazione pubblico-privata la cui ragione sociale è farsi trovare pronti per il prossimo contagio: «Se siamo messi meglio? Dipende. Anche se sembra assurdo dirlo a un italiano, siamo stati molto fortunati che nel 2020 fosse un Coronavirus, famiglia che conoscevamo e su cui avevamo già cominciato a studiare vaccini. Se il prossimo fosse di una famiglia diversa la reazione potrebbe essere più lenta. Però abbiamo anche imparato tantissime cose, dalle piattaforme di risposta rapida alle migliori esperienze di test e tracciamento, a come reagire evitando lockdown». Tra le minacce che gli tolgono il sonno svettano i paramixovirus, tipo nipah e hendra, non altamente trasmissibili come il Covid ma con mortalità che hanno raggiunto il 70-80 per cento. Contromisure? «Tagliare drasticamente i tempi di produzione dei vaccini. Imparando dalla Formula 1 dove le pause dei pit stop in tempi brevi sono passate da 60-90 a 2-3 secondi. Se tre anni fa ci è sembrato un miracolo metterci 11 mesi per il vaccino, la prossima volta dovrebbero bastare 100 giorni. Investendo adeguate risorse si può fare».

Nuove guerre

Resta la minaccia più ancestrale, quella di uomini che uccidono uomini. Al netto di una non piccola falange di evangelici americani – i Christian Zionists invitati in Israele da Netanyahu ai tempi del suo primo mandato, che salutano lo scontro in Terra santa come anteprima di una lungamente attesa Seconda venuta del Cristo – tutti gli altri si angosciano. Di una trentina di guerre attualmente in corso, ci concentriamo su Ucraina e Medio Oriente per vicinanza geografico/sentimentale, senza dimenticare Taiwan e la competizione strategica tra Pechino e Washington.

Il direttore di Limes Lucio Caracciolo crede in un’escalation verso una Terza guerra mondiale? «Nessuno dei principali attori, Russia, America, Cina vuole veramente uno scontro. D’altronde si potrebbe dire che proprio la ritrosia americana a continuare a gestire o a intervenire nelle crisi ha permesso a Putin di invadere e ad Hamas di attaccare. Ma, retorica a parte, chi dovrebbe sganciarla l’atomica?». Stanno succedendo cose tremende e non finiranno presto, ma Caracciolo esclude l’allargamento incontrollato: «L’Iran è un regime repressivo ma con capacità di ragionamento: non credo voglia suicidarsi. Idem Hezbollah. La realtà è che Hamas ha costretto Israele a un’alternativa del diavolo: se anche facesse fuori tutti i miliziani, a quel punto dovrebbe riprendersi la Striscia di Gaza, da cui è venuta via a gambe levate nel 2005: per farne cosa? A meno che la popolazione scappasse o venisse eliminata a sua volta è molto difficile immaginare una convivenza».

L’"Orologio dell’Apocalisse”, che dopo Hiroshima e Nagasaki (a proposito: il Pentagono ha appena annunciato di lavorare a un’atomica 24 volte più potente di quelle) viene regolarmente aggiornato dal Bulletin of Atomic Scientists, è stato spostato avanti l’ultima volta a gennaio, per l’Ucraina. Mai così vicini all’ora X. Vale quel che vale, per Caracciolo poco, il direttore di Limes concorda invece sul fatto che, rispetto alla torta totale della popolazione del pianeta, la fetta occidentale sia sempre più vistosamente minoritaria: «Sia che consideriamo utopia o distopia l’idea dell’America come potenza regolatrice, i numeri chiariscono che, con circa un miliardo di persone, il resto del mondo siamo noi. Tanto più usiamo un linguaggio apocalittico, tanto più ci crediamo, come fanno Isis e consimili, tanto più ne propiziamo lo scenario. Mentre, al netto di crisi energetiche, migrazioni e lupi solitari, sono ancora convinto che si possa vivere relativamente in pace».

Distruttori di mondi

I giornalisti sono statutariamente impegnati nel corpo a corpo quotidiano con i fatti. Storici del presente, quando va bene, gli stanno addosso. Lo sguardo della geopolitica è molto più distaccato. Per non dire di quello degli storici. Adriano Prosperi, eminente accademico dei Lincei, parla di «attesa ricorrente. Da San Paolo in poi i cristiani vedono il mondo come qualcosa che deve finire presto» e ripercorre con voluttà di dettagli una serie di segni per cui, completata la predicazione del Vangelo, il Cristo sarebbe potuto tornare sulla Terra. Allora l’apocalisse era una liberazione. Il medievista Franco Cardini, alla richiesta di inquadrare il sentimento di fine del mondo, inanella una ghirlanda di date che parte dalla Grecia assalita dalla Persia nel V secolo avanti Cristo, alla discesa di Annibale in Italia, alla «caduta senza rumore» dell’Impero romano, alle invasioni dei mongoli nel XVI secolo, alla peste manzoniana del 1630 e via elencando. Giusto per dire di quanto la cronologia si può allargare e, in questo movimento a fisarmonica, perdere di specifica minacciosità. Tra i tanti bias, le distorsioni cognitive che ci portano a vedere ciò che ci sta davanti al naso in maniera falsata, la “retrospezione rosea”, ovvero credere che il presente sia peggiore di un passato idealizzato, è tra i più frequenti. Eppure abbiamo conosciuto la Shoah e, di fronte a quel benchmark, le atrocità odierne impallidiscono. Allora perché tanto millenarismo, anche tra i giovani, indiscussi portatori sani di futuro?

Un elemento nuovo, in realtà, c’è. I social network, attraverso i quali porzioni crescenti di umanità incontrano la realtà. Anni fa Facebook scoprì che i post che inducevano sentimenti negativi, compresi i messaggi di odio, avevano una viralità cinque volte superiore a quelli neutri. Vivendo di pubblicità e del tempo che le persone ci trascorrono sopra l’azienda, con un cinismo senza precedenti, decise dunque di istruire gli algoritmi a valorizzarli, farli vedere di più. Il risultato è una moltiplicazione di bolle in cui le persone confermano i propri pregiudizi e cementano l’incomprensione verso gli altri. Una condizione che lo psicologo sociale Jonathan Haidt ha paragonato alla punizione divina nella Babele della Genesi. Gente che parla senza capirsi. Confinata nel lockdown perpetuo dei propri schermi. Condividendo meme su Oppenheimer che, all’indomani del primo esperimento nucleare, cita i versi del Bhagavad Gita: «Ora sono diventato Morte, distruttore di mondi». In dieci, cento, mille variazioni dove al posto dell’atomica puoi sostituire l’angoisse du jour. Più che l’apocalisse in sé è l’apocalisse in noi, al solito, a fare paura.

Sul Venerdì del 10 novembre 2023

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