Le migliori foto della nostra vita
di Marco BracconiCoppie di fidanzati, famiglie in vacanza, piccole grandi avventure immortalate soprattutto a partire dagli anni Cinquanta e poi fino all’avvento del digitale
Nessuna stima è stata fatta, né sarebbe possibile. Basta però il buon senso per immaginare che solo in Italia saranno decine di milioni, numero da moltiplicare su scala mondiale in chissà quanti miliardi. Se le potessimo vedere tutte assieme scopriremmo che i soggetti sono quasi sempre gli stessi, una sterminata messe di compleanni, vacanze, viaggi di nozze, premiazioni sportive, comunioni, battesimi, diplomi, feste comandate, domeniche allo zoo.
La vita piccola, nel mondo prima dello smartphone, quel mondo che tante volte diciamo che non c’è più. Come le foto ricordo, appunto. Non si fanno più. Oggi si scatta più di prima ma la stessa onomatopea – clic – non descrive la stessa esperienza. Al tempo del rullino lo scopo era la conservazione della memoria, nell’era dei social è la comunicazione del proprio presente.
Soprattutto, ciò che veniva fotografato allora aveva sempre una ricaduta materiale, oggi quasi mai. La grandissima parte del triliardo di immagini prodotte negli ultimi quin…
Nessuna stima è stata fatta, né sarebbe possibile. Basta però il buon senso per immaginare che solo in Italia saranno decine di milioni, numero da moltiplicare su scala mondiale in chissà quanti miliardi. Se le potessimo vedere tutte assieme scopriremmo che i soggetti sono quasi sempre gli stessi, una sterminata messe di compleanni, vacanze, viaggi di nozze, premiazioni sportive, comunioni, battesimi, diplomi, feste comandate, domeniche allo zoo.
La vita piccola, nel mondo prima dello smartphone, quel mondo che tante volte diciamo che non c’è più. Come le foto ricordo, appunto. Non si fanno più. Oggi si scatta più di prima ma la stessa onomatopea – clic – non descrive la stessa esperienza. Al tempo del rullino lo scopo era la conservazione della memoria, nell’era dei social è la comunicazione del proprio presente.
Soprattutto, ciò che veniva fotografato allora aveva sempre una ricaduta materiale, oggi quasi mai. La grandissima parte del triliardo di immagini prodotte negli ultimi quindici anni resteranno nell’infosfera, tutte fotografie riproducibili e con una firma in forma di account. Le altre, quelle che noi boomer portavamo a sviluppare da ragazzini, sono tutti pezzi unici e tutte anonime. Non dovrebbero valere niente, se non per i cuori di chi le ha scattate o dei loro discendenti. E invece...
«Sta nascendo un mercato, il collezionismo delle cosiddette foto anonime è in crescita, alcune gallerie lo stanno fiutando e cosi le fiere del settore», dice Roberto Mutti, direttore del Photofestival lombardo, che al fenomeno ha dedicato un saggio pubblicato da Silvana Editoriale. La fotografia di autore non identificato è un contributo teorico, «che nasce proprio dall’aver visto aumentare la circolazione di questi “reperti” e l’attenzione da parte di chi, tradizionalmente, si occupa di fotografia “alta”. Sono segnali precisi che vanno tutti nella stessa direzione».
Recherche senza fine
Li vedremo tra un attimo, questi segnali. Fissiamo però intanto gli anni, anzi i decenni. Il cacciatore di scatti della domenica ama i Cinquanta, epoca della prima diffusione della fotografia amatoriale, ma le immagini che tirano di più sono gli scatti del dopo-Boom, che fu prima boom delle nascite, poi dell’economia del Paese e infine delle Kodak a tracolla.
Sempre loro dunque, i favolosi Sessanta e a seguire i più complicati Settanta, a cavallo tra bianco e nero e colore. Mezzo secolo di distanza che fa già preistoria, per molti nostalgia. «Ma stiamo attenti» spiega Mutti «la passione e l’interesse per le foto “qualunque” non è un fenomeno vintage, piuttosto è archeologia. Non a caso prima ho usato la parola reperto, perché quel tipo di esperienza in cinque passi (scatto-pellicola-sviluppo-attesa-visione) non tornerà più di moda, è finita per sempre. Quindi è come se negli armadi o nelle cantine di tutto il mondo fossero sepolti i resti di una civiltà scomparsa».
Una sola foto acquistata al mercatino, se interessante, può arrivare a costare 50 euro, e questo è uno dei segnali di cui si diceva qualche riga fa. Ed è appunto la foto singola, la “chicca” che gli appassionati cercano sui banchetti milanesi di piazza Diaz, a Porta Portese a Roma o in qualche angolo del festival di Arles. «Il fatto è che se ne trovano di bellissime. Chi le ha fatte non ha saperi tecnici alle spalle, le ha scattate con macchinette automatiche, ma per caso o per istinto ciò che ne esce fuori è esteticamente valido». Un miracolo, doppiamente miracoloso perché senza la firma di nessuno.
Dai mercati rionali a quelli globali il passo non è breve, ma è un fatto che a Paris Photo, la più importante fiera europea di settore, da qualche anno si trovino stand di foto ricordo, e lo stesso succede nella milanese Mia Fair. Sempre a Milano lavora Alidem, che raccoglie e organizza foto di questo genere producendo mostre seriali (come quelle sui cappelli) o arredi di design per locali che, al posto della carta da parati, si tappezzano di volti e luoghi sconosciuti.
Nel 2021 il fotoreporter Martin Parr ne ha allestite migliaia in una mostra – siamo di nuovo a Parigi – e il titolo dice molto: Déjà View. In mezza Europa le case d’asta, ogni tanto, le propongono accanto alle immagini degli autori laureati. Ma il grosso è altrove: «Il circuito dove si vende e si compra resta sottotraccia, e i collezionisti hanno un po’ l’aria dei carbonari. Frequentano i negozietti dove si commercia un po’ di tutto oppure i banchetti dei mercatini, dove io stesso mi rifornisco. I miei reperti preferiti sono quelli che a prima vista possono sembrare scarti, errori, e in una certa misura lo sono. Ma anche no...».
Già, perché oggi le foto “sbagliate” si scartano con una virata di pollice, allora uscivano dal negozio dello stampatore al pari delle altre: «Ricordate gli scatti ripetuti senza aver girato la rotellina, o il classico primo fotogramma del rullino inserito solo a metà? Per via di questi incidenti, dai mucchi spuntano fotografie che diresti lavorate da un artista d’avanguardia, tra sdoppiamenti e sovrapposizioni che allora le relegavano fuori dagli album e oggi invece gli attribuiscono interesse e valore. A differenza di altri mercati dell’“antico” qui non è l’antichità a far premio, ma le caratteristiche intrinseche dello scatto, la sua comunicatività immediata».
Si torna dunque al mito fondativo della fotografia, al suo karma primario che vuole fissare un attimo come fosse già un ricordo futuro, e come tale offrirlo all’occhio dell’osservatore. «Nelle foto “qualunque” non c’è arte, ma capita di trovarla, non c’è il narcisismo del selfie ma si intravede la vanità di un ceto medio che per la prima volta immortalava i suoi piccoli traguardi e una certa inedita sicurezza di sé. In ogni caso, sempre e inevitabilmente, c’è uno spaventoso grado di sincerità».
Finale digitale
L’ultimo capitolo di questa storia – e di molte altre – lo scrivono le fotocamere digitali e poi gli smartphone. Sarà una guerra con un solo vincitore e miliardi di caduti, quante sono le immagini su carta marchiate Novecento, storia minima del mondo in un certo momento del mondo. «Prevedo che il fenomeno del collezionismo si articolerà sempre di più, ed è una buona cosa. Però il fascino, la varietà e talvolta la bellezza di questi materiali è tale da farmi sognare un grande archivio delle foto anonime, magari figlio di un’iniziativa come quella della Cineteca di Bologna, che promuove la raccolta dei super 8 girati dagli italiani».
Visti i numeri, sarebbero necessarie diverse biblioteche di Alessandria, quindi sarà dura. Ma è certo che la storia pubblica formato 10x15 continuerà a viaggiare in futuro sottotraccia, di mano in mano, vivendo la sua imprevista seconda vita. Che poi è un po’ anche la nostra.
Sul Venerdì del 10 novembre 2023