Serra e Altan al gran ballo dell’Italia che non cambia
di Michele Serra2024
Il libro di Michele Serra e Altan Ballate dei tempi che corrono (Feltrinelli, 172 pagine, 22 euro) sarà disponibile dal 14 novembre. Pubblichiamo in anteprima una parte dell’introduzione.
Predire il futuro non fa parte delle mie facoltà. Ciò malgrado, io l’ho fatto, a conferma che nelle arti creative un certo tasso di impudenza può essere di grande aiuto. Nel fiorire di oroscopi, profezie e anticipazioni che i giornali offrono ai loro lettori ogni volta che la Terra completa la sua rivoluzione attorno al Sole, perché non aggiungere le mie fandonie a quelle altrui?
E dunque ogni fine dicembre, dal 1997 fino a oggi, ho scritto per la Repubblica una poesia di tipo divinatorio, prevedendo mese per mese l’andamento dell’anno a venire. Ora un libro le raccoglie tutte, comprese le quattro annate (2001, 2002, 2003, 2008) nelle quali, confesso per pigrizia, ho ripiegato sulla prosa, evitando di spaccarmi la testa per rispettare la metrica e cercare la rima giusta. Non c’è rimario al mondo, n…
Il libro di Michele Serra e Altan Ballate dei tempi che corrono (Feltrinelli, 172 pagine, 22 euro) sarà disponibile dal 14 novembre. Pubblichiamo in anteprima una parte dell’introduzione.
Predire il futuro non fa parte delle mie facoltà. Ciò malgrado, io l’ho fatto, a conferma che nelle arti creative un certo tasso di impudenza può essere di grande aiuto. Nel fiorire di oroscopi, profezie e anticipazioni che i giornali offrono ai loro lettori ogni volta che la Terra completa la sua rivoluzione attorno al Sole, perché non aggiungere le mie fandonie a quelle altrui?
E dunque ogni fine dicembre, dal 1997 fino a oggi, ho scritto per la Repubblica una poesia di tipo divinatorio, prevedendo mese per mese l’andamento dell’anno a venire. Ora un libro le raccoglie tutte, comprese le quattro annate (2001, 2002, 2003, 2008) nelle quali, confesso per pigrizia, ho ripiegato sulla prosa, evitando di spaccarmi la testa per rispettare la metrica e cercare la rima giusta. Non c’è rimario al mondo, né cartaceo né in rete, che basti a sciogliere certi intoppi. La rima è spesso un mistero subliminale, una folgorazione illogica, fuoriesce dai neuroni senza una ragione apparente ed è proprio questo che la rende seducente. Avere fatto rimare Édith Piaf con il rabbino Toaff e il Donbass con la musica bluegrass è per me ragione di indicibile soddisfazione – basta poco, a volte, per essere felici.
Sempre la pigrizia è da considerarsi responsabile della mancata stesura di due annate, il fatidico 2000 e il recente 2022. Se non le trovate nel libro è perché non sono state scritte (il più inappellabile degli omissis) e devo dire che, rimirando la complessiva grandiosità dell’opera, un poco mi dispiace che due buchi ne interrompano la trama, lunga più di un quarto di secolo.
Ovviamente la forma divinatoria è solo un pretesto. Un gioco canzonatorio. I materiali che compongono questa poderosa sfilza di strofe sono tratti dal già accaduto, che viene poi manipolato in funzione satirica. La tecnica, banale e però efficace, è più o meno questa: se nell’anno in corso un leader politico si è distinto per protervia o per incapacità, siamo autorizzati a immaginarlo, nell’anno seguente, altrettanto protervo e incapace – se non peggiorato. Se una moda cretina conquista la ribalta, sarà presto soppiantata da un’altra ancora più cretina. Se la star di un reality show rutta a tavola, il suo successore si scaccolerà con la forchetta. È il vecchio trucco del mestiere satirico: quando incontri la rana che vuole farsi bue, assecondala. La tendenza a ripetersi è, del resto, abbastanza tipica dell’Italia recente, con le parti in commedia fissate già da un bel pezzo: la destra cafona e la sinistra inutile, per esempio, sono caratteri costanti di ogni ritratto satirico della politica italiana da tempo immemorabile, direi dalla caduta del Muro ai giorni nostri. E passando al corpo grosso del Paese, ditemi voi se l’evasione fiscale, il dissesto del territorio, il trionfo della pacchianeria, il provincialismo ottuso, il basso livello dell’etica pubblica, le mafie miliardarie e semianalfabete, la forma spesso pagliaccesca dei moti di ribellione (i forconi! cose da pazzi!) sono novità. No, non lo sono. Dunque li ritroverete anno dopo anno, inamovibili e trionfanti, nel lungo percorso a ritroso del libro, che parte dall’incombente 2024 e retrocede fino agli ultimi scorci dello scorso millennio senza che l’epoca – con la sola eccezione, notevole, della rivoluzione tecnologica – ci appaia, nella sostanza, molto cambiata.
2021
Le inevitabili ridondanze (per esempio la tiritera del Ponte sullo Stretto, che come tutti sanno non verrà mai costruito ma serve ai nostri governicchi per fare colpo sulla credulità popolare) fanno dunque parte del gioco, generando la sensazione di un falso movimento, o di una corsa al contrario – vedi la copertina del maestro Altan. In piccola parte alcune delle ripetizioni che troverete sono imputabili all’autore, che ha le sue idiosincrasie e le sue manie personali, e dunque picchia e ripicchia volentieri su certi tasti; ma in grande parte la causa di questa danza immobile è nel carattere di un Paese che è cambiato abbastanza poco, e generalmente male. Dispiace dirlo, anzi duole, ma siamo diventati un popolo noioso. Più che altro noioso, come chiunque sia sempre troppo simile a se stesso. Proprio per questo, per ingannare il tempo, viene la voglia di farsi gioco di questa triste sensazione: abbiamo perduto quasi tutti i treni. Si cerca di riderci sopra, e non è mai una cattiva idea.
La materia prima prevalente di queste pagine sono gli avvenimenti nazionali, fortunatamente inscrivibili, in epoca recente, soprattutto nella categoria del ridicolo. Fummo molto più nocivi nel passato, pur sempre inventori del fascismo e dunque fautori della guerra e della distruzione dell’Europa, nonché animatori, dopo una trentina d’anni, del più sanguinario terrorismo d’Occidente, nero e rosso. Da Berlusconi in poi, direi che ci siamo infilati in un cul-de-sac piuttosto ignobile ma sostanzialmente imbelle, come se ci fossimo stufati di digrignare i denti e l’impegno prevalente fosse essere la parodia di noi stessi.
Ma mi sono ben guardato dal trascurare la scena mondiale, così ricca di invasioni armate, attentati, decapitazioni, bombardamenti e soprusi che sarebbe stato un peccato non approfittarne: la satira, come è noto, attinge dall’indecente e dal mostruoso buona parte della sua ispirazione. Difficilmente si sofferma sulla persona virtuosa o sull’avvenimento rassicurante. A suo modo serve per elaborare il lutto: individua la stortura o la ferita e le descrive, quando ci riesce, senza stracciarsi le vesti o ululare di sdegno, perché la satira non è la retorica, è il suo contrario, anzi il suo rimedio. Evita le tirate moraliste, si limita a mettere a fuoco un meccanismo e a deformarlo quanto basta per farlo saltare. Così, almeno, ho cercato di fare negli ultimi (quasi) quarant’anni, dal Tango di Staino al mio Cuore e anche dopo, sull’Espresso finché è durata, su Repubblica finché durerà.
2005
Resta da dire che questo libro è mio quanto di Altan, che leggevo da ragazzo su Linus pensando: questo signore è un genio. Se mi avessero detto, quando avevo vent’anni, che avrei fatto un libro assieme a lui (che ne aveva appena trenta) non ci avrei mai creduto: come se mi avessero detto che avrei fatto un disco con Guccini o De André.
Non poteva esserci, per queste mie ballate, un illustratore più adatto. A partire dalla disordinata fuga all’indietro in copertina, l’Italia che racconta Altan è raramente decorosa e spesso desolante. I nuovi patrioti al governo attribuiscono al disfattismo ogni sguardo asciutto sulle nostre cose: invece proprio di sguardo asciutto si tratta. Lui è, da sempre, ferocemente allegro, il più feroce e il più allegro. Credo che – come me – si senta coinvolto da ciò che racconta; che non lo inquadri dall’alto; che viva questo Paese come il suo, e lo abbia sempre disegnato “dal di dentro”, così come è capitato di fare anche a me per il semplice fatto che effettivamente ho sempre abitato qui.
La retorica dell’“anti-italianità”, da parte di chi la rivendica, mi è sempre sembrata un po’ di maniera, nonché una spiegazione non richiesta. Questo è un libro italianissimo. È il frutto del lavoro (pluridecennale) di due italiani che hanno vissuto, con l’Italia, gomito a gomito. L’idea che ogni racconto severo o difficile o fortemente critico derivi da un punto di vista “snob”, o altezzoso, è una fola messa in giro da chi non può permettersi il lusso della verità. Di me, per pudore, non posso che tacere, ma Altan, da quando ha impugnato una matita, è popolare tanto nelle intenzioni quanto nei risultati. Questo, dunque, è un libro pop. E gli eventuali riferimenti colti fanno perfettamente parte del suo essere pop: l’idea che qualità e popolo non siano entità conciliabili è l’idea più classista del mondo. Buona lettura, mi raccomando a pezzetti, poco per volta, che tutto in una volta vi rimane sullo stomaco.
Sul Venerdì del 10 novembre 2023