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A casa di Bobo e Sergio Staino, con moglie, figli e tante vignette

Nello studio di Sergio Staino, la moglie Bruna Binasco tra i figli Ilaria e Michele fotografati per il Venerdì. (Carlo Bressan / Cge Fotogiornalismo)

 
Protagonisti per quarant’anni delle sue strisce, ora che Sergio Staino li ha lasciati la sua famiglia ci apre la porta (anche) dei loro cuori
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Scandicci (Firenze). Chissà se esiste un altro posto dove le donne di Wolinski sorridono vicino ai Cipputi di Altan e le creature di Pazienza e Schulz ammiccano dai loro mondi fantastici intorno a una foto con dedica di Tom Waits. Vignette, autografi, disegni appesi in cucina e soggiorno, lungo i corridoi, sopra il letto o i divani, nello studio, dentro il bagno.

Una Babele di carta alle pareti di una casa di campagna che negli anni Sessanta uno studente di architettura suggerì al padre di acquistare dai contadini in fuga verso la città. Lo studente era Sergio Staino e la casa è sulle colline di Scandicci, in fondo a una strada di ulivi e curve, vicino a un circolo ricreativo con lo stemma del Pci sulla facciata. Qui Staino ci ha passato la vita, «una vita bellissima, che ti sei meritata …

Scandicci (Firenze). Chissà se esiste un altro posto dove le donne di Wolinski sorridono vicino ai Cipputi di Altan e le creature di Pazienza e Schulz ammiccano dai loro mondi fantastici intorno a una foto con dedica di Tom Waits. Vignette, autografi, disegni appesi in cucina e soggiorno, lungo i corridoi, sopra il letto o i divani, nello studio, dentro il bagno.

Una Babele di carta alle pareti di una casa di campagna che negli anni Sessanta uno studente di architettura suggerì al padre di acquistare dai contadini in fuga verso la città. Lo studente era Sergio Staino e la casa è sulle colline di Scandicci, in fondo a una strada di ulivi e curve, vicino a un circolo ricreativo con lo stemma del Pci sulla facciata. Qui Staino ci ha passato la vita, «una vita bellissima, che ti sei meritata tutta» ha detto la figlia alla cerimonia laica in suo commiato a Firenze, tra i dipinti del Vasari di Palazzo Vecchio.

Sergio Staino (Getty images)

 

Staino se n’è andato il 21 ottobre a ottantatré anni, dopo lunghi mesi sofferti in ospedale, e nella casa di San Martino alla Palma ha lasciato la moglie Bruna – donna venuta ragazza dal Perù per studiare pedagogia e conosciuta ai tempi dell’università – i figli Ilaria e Michele. E lui: Bobo, il disincantato alter ego, fedele alla linea ma a modo suo, che quella famiglia l’ha presa per mano e tenuta stretta – un po’ vittima e un po’ celebrità – nelle strisce di uno dei fumetti più amati dei nostri tempi.

«È stato bello» dice Bruna – gli stessi capelli chiari e dritti sulle spalle disegnati da Staino per più di quarant’anni – mentre ci prepara il caffè nella cucina aperta a tutti gli amici che il marito invitava a cena, insaziabile com’era di compagnia e storie di talenti altrui. Sergio e Bruna erano insieme quando il viaggio è iniziato. Autunno 1979. Il professor Staino, insegnante di applicazioni tecniche alla scuola media Fermi di Scandicci, vive un periodo un po’ così, sospeso tra i sogni da inseguire e la paura di non raggiungerli, fobia standard alla soglia degli anta. A scuola non tutto fila liscio, per di più Sergio ha rotto col movimento marxista-leninista in cui ha creduto a lungo e gli occhi iniziano a tormentarlo indebolendosi progressivamente. Perdere la vista lo angoscia. Non tanto per paura di non potersi muovere, passeggiare, guidare la macchina, andare al cinema. Il suo terrore è un altro: non disegnare più. «Se avessi la tua mano, mica starei qui a rompermi i coglioni» gli dicono gli altri prof divertiti dalle sue vignette disegnate in modo compulsivo e lui, alla fine, ci prova. Si concede un anno di tempo: o sfondo o smetto. Serve un’idea, un personaggio. Prima immagina un animale, poi uno psichiatra, fino a puntare su chi conosce meglio: se stesso. Più goffo e con meno capelli, il naso enorme da capitan Cocoricò, gli occhiali e le mani grassocce sulla macchina da scrivere. Lo chiama Bobo, gli mette accanto la moglie Bruna, da quel momento Bibi, e trasforma le dinamiche domestiche in paradigma collettivo con la politica al centro tavola.

Una delle tante strisce in cui l’intera famiglia è rappresentata

 

Fra il contrabbasso e le matite

«Pur di vedere l’effetto, gli sarebbe bastato pubblicare una striscia nel giornalino della Confesercenti di Scandicci» racconta oggi la moglie. «Poi, però, decise di mirare in alto, e spedì le strisce a Linus», la Sorbonne del fumetto italiano. Oreste Del Buono, storico direttore della rivista e segugio di talenti, gli risponde in fretta, «meno di una settimana» sorride Bruna, e da quel momento Staino non si ferma più. Successo, collaborazioni illustri, l’Unità, Cuore, l’Espresso, Repubblica e il Venerdì, La Stampa. La sinistra psicanalizzata nel tinello di Casa Bobo, mentre il Pci cambia nomi e i muri vengono giù.

Teatro, cinema, premi, tanti e prestigiosi, ora stipati in mezzo ai libri e ai ricordi di una vita, come il busto di cartapesta dei maestri carristi del Carnevale di Viareggio. «Lavoravamo come matti, giorno e notte» ricorda ancora Bruna. «Sergio preparava gli schizzi, io rifinivo e coloravo, gli pulivo i lapis e, nel frattempo, cucinavo per gli amici, leggevo i giornali per selezionare le notizie migliori, fonte di ispirazione. Dopo la chiamata di Antonio Ricci a Drive In, partivamo per Milano con i figli addormentati in macchina. Sergio scriveva gli sketch e Ilaria e Michele, ancora bambini, li recitavano in tv con Paolo Pietrangeli nei panni di Bobo. Guidavo di notte, fino all’alba. Meraviglioso…».

Ne è passato di tempo. I figli piccoli di allora oggi sono quarantenni con prole, l’età del padre quando tutto è iniziato. Ilaria insegnante di italiano per stranieri. Michele suona il contrabbasso. Sin da ragazzino, con l’aggravarsi della malattia agli occhi del padre, ha curato l’editing delle tavole «con la supervisione della mamma» precisa «che controllava persino il colore della camicia dei personaggi». Il primo computer a quattordici anni, videogiochi e vignette da completare. L’ultimo, gigante, qui nello studio della casa di famiglia con porta finestra sulla campagna toscana: la caricatura dei tre nipotini come salvaschermo, la lampada e le grandi lenti di cui Sergio non poteva fare a meno vicino alla tastiera. «Malgrado la vista, voleva entrare in qualsiasi libreria, andare a teatro, al cinema e continuava ad avere una mano incredibile».

Dalla tasca Michele sfila lo smartphone. Nella galleria dei video ne cerca uno registrato in ospedale pochi mesi fa. Mostra Staino disteso nel letto tra due infermieri. In primo piano, la mano puntata su un blocco da disegno, il pennarello a tracciare schizzi faticosi. Dietro a quei segni incerti, commoventi, Michele rivede la sua vita. «Ricordo le cene con i suoi amici meravigliosi, Antonio Tabucchi, Paolo Conte; per un bambino serate di una noia mortale… Oppure quando da ragazzo accoglievo Wolinski qui in aeroporto in arrivo da Parigi per le vacanze. Mio padre soffrì molto per la sua morte nella strage di Charlie Hebdo»: «Piango l’amico, un uomo libero» disse. E poi il lavoro totalizzante. «L’ho aiutato con le vignette per tutti questi anni senza mai toppare una scadenza» racconta ancora il figlio. «Ovunque, a qualsiasi ora. Una volta persino mentre ero sul palco all’Ariston di Sanremo per un concerto del premio Tenco. In più dovevo essere sempre pronto a leggergli email, libri, articoli. La sua era una curiosità irrefrenabile e resistere a quel ritmo non era possibile. Alla fine, abbiamo assunto una segretaria e me ne sono andato via». Scrolla le spalle, come per scusarsi. «Lo amavo certo, ma era ingombrante. Io desideravo un lavoro artistico, e forse non a caso ho scelto l’unico angolo di creatività in cui lui non si misurasse: la musica. Anche se, una volta, ha pure provato a cantare, stonando, Luci a San Siro durante la tournée con Vecchioni».

Guccini e i professori

Ilaria annuisce: «Michele ha ragione, noi siamo dovuti scappare, io persino prima di lui. Da ragazzina ho sofferto certe dinamiche. Era imbarazzante la sera ritrovare a casa i miei professori di scuola a cena, oppure quando il babbo mi chiedeva di suonare la chitarra davanti a Guccini, io che al massimo conoscevo il giro di do. E poi ogni cosa che succedeva in casa diventava una storia. Questo, soprattutto da adolescente, non mi piaceva. Leggendo Bobo, gli amici scoprivano che mi ero fidanzata. Litigammo quando mi disegnò raccontando che mi stava crescendo il seno. Uno scontro memorabile. Su cui scrisse una storia: “Cresci Ilaria, cresci”. Storia dolcissima, piena di amore e autocritica. Talmente bella che gli dissi: “Ok babbo, hai vinto tu”».

Un padre ingombrante, ma premuroso. «Affettuoso, apprensivo, molto chioccia» dice Ilaria. «In piena notte mi aspettava in pigiama nel giardino e la domenica mattina ci svegliava recitando l’Alfieri». E ora, che si fa? «Stiamo riordinando l’archivio. Il babbo voleva che ci pensassi io, in realtà ho dovuto affidare l’impresa a una società che ha lavorato per gli Uffizi, pensate un po’ le dimensioni». Un patrimonio smisurato di bozzetti, disegni, acquerelli, dipinti, appunti che saranno riuniti a Scandicci, in un castello medievale a due passi dalla scuola media del professor Staino. La chiusura del cerchio: a pensarci, avrebbe potuto scriverci una striscia.

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