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Ken Loach: “Ho passato la mia vita a lottare , ma non ci rimane più molto tempo”

 Ken Loach, 87 anni (Getty images)

 
“Dovrebbero essere i partiti a risolvere le ingiustizie, e invece...”. A 87 anni il regista non si arrende e combatte con un nuovo film, The old oak, nelle sale domani, in cui la working class se la prende con i rifugiati
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Disoccupazione, povertà, disagio sociale, e poi sfratti, sfruttamento dei lavoratori, lotte sindacali. Difficilmente si ritrova nel panorama del cinema mondiale un’altra figura come Ken Loach, 87enne regista britannico che ha fatto dell’impegno a favore della working class e degli ultimi una ragione di vita artistica: un attivista con la cinepresa, schierato a sinistra e non a caso ribattezzato “Ken il rosso”, che ha realizzato film indimenticabili come Bread and Roses, My name is Joe, Terra e libertà (una delle sue diverse incursioni nel cinema storico-politico) e ancora Io, Daniel Blake e Il vento accarezza l’erba, entrambi premiati con la Palma d’oro al festival di Cannes. Nel suo ultimo film The Old Oak, presentato sulla Croisette e ora in uscita in sala dal 16 novembre, col fidato sceneggiatore Paul Laverty sposta però l’attenzione sul tema dell’immigrazione, e sull’impatto che quest’ultima ha proprio sulle regioni più disagiate del Regno Unito.

Disoccupazione, povertà, disagio sociale, e poi sfratti, sfruttamento dei lavoratori, lotte sindacali. Difficilmente si ritrova nel panorama del cinema mondiale un’altra figura come Ken Loach, 87enne regista britannico che ha fatto dell’impegno a favore della working class e degli ultimi una ragione di vita artistica: un attivista con la cinepresa, schierato a sinistra e non a caso ribattezzato “Ken il rosso”, che ha realizzato film indimenticabili come Bread and Roses, My name is Joe, Terra e libertà (una delle sue diverse incursioni nel cinema storico-politico) e ancora Io, Daniel Blake e Il vento accarezza l’erba, entrambi premiati con la Palma d’oro al festival di Cannes. Nel suo ultimo film The Old Oak, presentato sulla Croisette e ora in uscita in sala dal 16 novembre, col fidato sceneggiatore Paul Laverty sposta però l’attenzione sul tema dell’immigrazione, e sull’impatto che quest’ultima ha proprio sulle regioni più disagiate del Regno Unito.

TJ (Dave Turner) tiene aperto il suo pub (che si chiama come il titolo del film) in un piccolo paesino del Nord-Est dell’Inghilterra, nonostante la chiusura della locale miniera che dava sostegno a tutta la comunità abbia impoverito anche lui e metta a rischio l’esistenza stessa del suo locale. Mentre TJ serve pinte ai clienti disoccupati, arriva in città un gruppo di rifugiati siriani: quando Yara (Ebla Mari) scende dal pulmino scattando foto di quel luogo a lei sconosciuto, un bullo le distrugge la macchina fotografica, e TJ che ha visto la scena le offre di darle una delle sue fotocamere inutilizzate. Tra l’uomo e la ragazza si stabilisce un legame di solidarietà che avvicina la comunità locale con i migranti, anche se non tutti in città sono contenti di questi arrivi e iniziano a boicottare TJ e il suo locale. «Mentre io e Paul lavoravamo a Sorry, We Missed You in quei luoghi», racconta Loach, «abbiamo visitato aree molto povere, con un glorioso passato di industrie chiuse da anni e quella solidarietà tipica che nasce da violente lotte sindacali. E abbiamo visto come il governo piazzasse i rifugiati in fuga dal regime di Assad proprio lì dove c’erano meno infrastrutture, lavoro e servizi, in modo tale da nascondere in qualche modo il problema, anziché farne carico alle parti più ricche del Paese. E così abbiamo pensato di farne un film».

Che tipo di ricerche avete fatto prima delle riprese?
«Paul ha parlato con moltissimi siriani: gli hanno raccontato le storie di orrore che hanno dovuto affrontare in patria e questa è diventata la base per costruire i personaggi. Nel film hanno lavorato molti siriani che vivono in quelle zone, tranne chi non voleva apparire per paura di rappresaglie nei confronti di parenti che sono ancora in Siria. La chiave era capire le loro storie, la loro cultura e i loro usi, perché non avremmo mai potuto realizzare il film senza coinvolgerli direttamente, anche nei minimi dettagli della lavorazione».

In che modo?
«Per ogni scena chiedevo loro: come reagireste voi in questa situazione? Perché la regola aurea è che non si può far fare qualcosa a qualcuno se lo ritiene sbagliato. Per esempio quando il bullo rompe la macchina fotografica a Yara, il ragazzo che interpretava suo fratello è intervenuto per difenderla anche se il copione non lo prevedeva. Mi ha detto che una possibilità diversa da quella non era immaginabile».

Come si affrontano secondo lei i problemi di queste migrazioni epocali?
«Il primo passo da parte del governo dovrebbe essere quello di non intervenire in conflitti illegali, come quello in Iraq, che ha creato milioni di rifugiati. Tony Blair dovrebbe rispondere per crimini di guerra per tutto questo. Bisognerebbe ricompensare tutti i Paesi invasi per i danni fatti con politiche imperialiste, a partire dallo sfruttamento di manodopera a basso prezzo. Quanto ai rifugiati, bisognerebbe rispettare i loro diritti e bisogni, e risolvere la questione a livello internazionale».

Lei ha raccontato i problemi della working class per tutta la sua carriera. Confrontando ciò che accade oggi con ciò che è avvenuto ieri, direbbe che i problemi sono sempre gli stessi o che le condizioni dei lavoratori sono persino peggiorate?
«Penso che l’analisi di base non cambi. Si tratta di un conflitto di classe che si trascina lungo tutta la storia dell’umanità. Ma naturalmente ogni epoca ha le sue battaglie, solo che alcuni eventi hanno effetti determinanti su ciò che accade poi in futuro. Per esempio ciò che ha fatto Margaret Thatcher negli anni 80 per distruggere i sindacati, rendere la classe operaia più facile da sfruttare, privare le aziende pubbliche di servizi come la sanità o le ferrovie, che oggi sono un disastro, con il senno di poi è stato il passo necessario perché il capitalismo avesse successo. Ed aprire la strada, ad esempio, a cose come la gig economy».

In questo film dalla parte del torto finiscono però proprio alcuni membri della working class che lei ha sempre difeso: sono loro a rifiutare gli immigrati. Come lo spiega?
«In quello che dicono i personaggi che vogliono sabotare le buone intenzioni di TJ c’è del vero: gli immigrati vengono mandati in posti dove non c’è la minima preparazione per accoglierli. Magari in una classe di 35 bambini vengono messi all’improvviso 6 o 7 rifugiati che non parlano una parola di inglese. E questo peggiora il livello di insegnamento per tutti, provocando le proteste dei genitori degli alunni che vivono lì. Oppure i cittadini hanno maggior difficoltà ad accedere dal medico, che ora si deve occupare anche dei rifugiati. Tutto questo genera tensioni e, un passo alla volta, si sfocia in reazioni totalmente inaccettabili. D’altronde il razzismo e il fascismo sono idee ampiamente cavalcate dai media».

Perché?
«Danno spazio a figure come Trump o Boris Johnson, con i loro messaggi xenofobi, e parlano ampiamente dell’agenda politica dell’estrema destra, mentre non danno spazio alle idee alternative della sinistra. Il problema comunque è a monte».

In che senso?
«I partiti, persino i laburisti oggi nel mio Paese, non mettono più in discussione le essenziali contraddizioni del sistema, che continuerà a causare sempre più disparità tra pochissimi ricchi e moltissimi poveri. Per cambiare le cose dovremmo restituire alla gente il potere in termini di proprietà, produzione e servizi e usare le risorse per le persone invece che per i profitti delle multinazionali. Ho passato tutta la mia vita a lottare contro questo. Solo che quando ho iniziato, se fallivi, potevi sperare di vincere nel decennio successivo. Ora all’orizzonte c’è la crisi climatica che non ci lascia più molto tempo a disposizione per cambiare le cose».

Il suo cinema che contributo può dare in questo senso?
«Quando nel 1966 ho realizzato uno dei miei primi film, Cathy Come Home, che parlava di persone che perdevano la casa, il risultato è stata una minima modifica legislativa per supportare le famiglie in quella situazione. Ma quel film non sfidava il sistema e comunque il cinema è solo una voce in un coro di opposizione. Se produce qualcosa, sono solo piccoli risultati».

Che pensa della nuova generazione di registi che tenta di seguire la sua strada?
«Ognuno è figlio del proprio tempo: quando ho iniziato io negli anni 60 ho imparato dalla politica del tempo e quelle idee – l’influenza del neorealismo italiano o delle cinematografie polacca e ceca – mi sono rimaste appiccicate addosso per sempre. Penso che molti registi oggi abbiano preoccupazioni simili a quelle che avevo quando giravo i miei primi film, ma mi sembra che chi vuole fare un cinema politico oggi abbia più difficoltà che ai miei tempi, quando in una democrazia liberale c’era chi finanziava quel genere di pellicole. Oggi mi pare che quello spazio si sia ristretto notevolmente».

Dicono che questo sarà il suo ultimo film.
«Non lo so ancora, ma ho 87 anni e sono già felice quando mi sveglio la mattina e non leggo il mio nome tra i necrologi».

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