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Il dopo Netanyahu: come sarà Israele finita la guerra con Hamas

Da sinistra il premier Benjamin Netanyahu e il generale Benny Gantz, Getty Images

 
Tutti i sondaggi segnalano la perdita di consensi dell’attuale premier . Diversi i nomi forti, a cominciare da Benny Gantz, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, che ha guidato l’opposizione prima di entrare nel governo di emergenza
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TEL AVIV. Dal 7 ottobre non indossa più la giacca. L’uomo che delle cravatte azzurre – rigorosamente di un tono non troppo lontano da quello del colore della bandiera di Israele – aveva fatto un marchio di fabbrica, ha cambiato guardaroba. Camicie scure, aperte sul collo, al massimo con un gilet in tinta: poco più di una variazione cromatica rispetto al look militaresco che il presidente ucraino Volodomyr Zelensky ha adottato sin dalle prime ore dell’invasione russa il 24 febbraio del 2022. E che, come il nostro, non ha abbandonato neanche nelle occasioni più formali, come l’incontro con Joe Biden.


Certo, non basta questo per raccontare come il mondo di Benjamin Netanyahu sia cambiato negli ultimi quaranta giorni. Perché quando la polvere si sarà posata su queste giornate infinite, serviranno volumi interi per spiegare cosa e quanto sia cambiato in Israele. E dove andrà questo Paese ferito e determinato a prendersi una rivincita. La stessa domanda è lecito porsela riguardo all’uo…

TEL AVIV. Dal 7 ottobre non indossa più la giacca. L’uomo che delle cravatte azzurre – rigorosamente di un tono non troppo lontano da quello del colore della bandiera di Israele – aveva fatto un marchio di fabbrica, ha cambiato guardaroba. Camicie scure, aperte sul collo, al massimo con un gilet in tinta: poco più di una variazione cromatica rispetto al look militaresco che il presidente ucraino Volodomyr Zelensky ha adottato sin dalle prime ore dell’invasione russa il 24 febbraio del 2022. E che, come il nostro, non ha abbandonato neanche nelle occasioni più formali, come l’incontro con Joe Biden.


Certo, non basta questo per raccontare come il mondo di Benjamin Netanyahu sia cambiato negli ultimi quaranta giorni. Perché quando la polvere si sarà posata su queste giornate infinite, serviranno volumi interi per spiegare cosa e quanto sia cambiato in Israele. E dove andrà questo Paese ferito e determinato a prendersi una rivincita. La stessa domanda è lecito porsela riguardo all’uomo che negli ultimi venti anni ne è stato quasi l’incarnazione. E a coloro che in questa crisi vedono l’opportunità di scalzarlo una volta per tutte dalla poltrona di primo ministro.

Fratelli coltelli

Non c’è in questo momento in Israele una persona più detestata di Netanyahu: non soltanto per le falle nella sicurezza che hanno portato all’attacco del 7 ottobre. Ma anche per il rifiuto di assumersi la responsabilità dell’accaduto, al contrario di quanto fatto dai vertici delle Forze armate e dei Servizi segreti. Lo raccontano gli articoli dei giornali e i servizi della televisione, ma anche il mood della gente. Compresi gli elettori che per anni lo hanno sostenuto: «È finito, parola di uno che da sempre lo vota», ci dice Avi Ariel, producer di serie tv. Per non parlare dei commenti sprezzanti di chi per mesi lo ha attaccato nelle piazze per il suo progetto di riforma giudiziaria. Qualche giorno fa la casa di Gerusalemme dove Netanyahu risiede dall’inizio della crisi è stata circondata da manifestanti che ne chiedevano le dimissioni.
Il primo ministro ha cercato di arginare le critiche varando un governo di unità nazionale incaricato di gestire la guerra: l’ingresso più significativo è stato quello dell’ex leader dell’opposizione Benny Gantz, che più di ogni altro negli ultimi anni ha insediato la sua leadership.

I due, per dirla chiara, si detestano: «Israele viene prima», è stata la risposta di Gantz scuro in volto a chi, la sera dell’annuncio, gli chiedeva conto della sua scelta. Finora la tensione è emersa in un paio di occasioni, ma complessivamente è rimasta in secondo piano, spinta indietro dalla necessità di vincere la guerra e «sradicare Hamas». Ma è solo una questione di tempo.

I sondaggi delle ultime settimane del resto, parlano chiarissimo: «Se c’è una cosa che gli israeliani vorrebbero dire al governo, secondo tutti i sondaggi realizzati dal 7 di ottobre, è Sparite», scriveva qualche giorno fa la sondaggista Dahlia Scheindlin su Haaretz. Per poi elencare una serie impressionante di numeri: se si votasse oggi il Likud (il partito di Netanyahu) scenderebbe in Parlamento a 19 seggi rispetto ai 32 di oggi: la coalizione che guida passerebbe da 64 a 42. Il livello di fiducia nell’operato del governo è al 18 per cento, il più basso da quando l’Israel Democracy Institute ha iniziato a fare le sue rilevazioni, nel 2003: e il distacco nel gradimento personale fra Netanyahu e Gantz supera i 20 punti percentuali. Siamo a 27 contro 49.

Dentro il Likud

Ma non c’è solo Gantz a insidiare “Bibi il mago”, come Netanyahu è stato a lungo chiamato proprio per la capacità di restare sempre in sella. Fra le fila del Likud, di cui per vent’anni è stato l’indiscusso padre-padrone, l’agitazione è sempre più evidente: le critiche che per almeno due volte il capo del governo ha provato a esprimere contro i vertici militari che non lo avrebbero avvisato del pericolo imminente sono state accolte con critiche pesantissime nel partito. E a New York scalda i motori Gilad Erdan, ambasciatore israeliano all’Onu, ex uomo di Netanyahu spedito al

Palazzo di Vetro dal premier proprio per evitare che potesse fargli ombra: a furia di discorsi incendiari e di mosse discutibili, come quella di appuntarsi una stella gialla al bavero della giacca, dal cono d’ombra è uscito eccome.

Sarà lui a lanciare ufficialmente il guanto della sfida a Netanyahu? Possibile. Ma che il ruolo da protagonista della partita che si aprirà nel momento stesso in cui le armi smetteranno di sparare sarà di Gantz non lo mette in dubbio nessuno.

Occhi di ghiaccio

A 64 anni l’ex capo di Stato maggiore dagli occhi di ghiaccio, in politica dal 2018, è la scelta naturale di coloro che invocano sicurezza e non si fidano più di Bibi. Finora, nonostante una volta abbia battuto Netanyahu alle urne e almeno altre tre ci sia andato vicinissimo, non è mai riuscito davvero a sfondare. Ora però i sondaggisti prevedono che gli elettori traditi dal Likud gli consegneranno quella vittoria piena che gli è sempre sfuggita. Proprio perché la scelta di unirsi al gabinetto di emergenza nazionale voluto da Netanyahu, dopo aver attaccato per anni la condotta del premier, è vista come un gesto di unità e responsabilità.

Non la pensa così Yair Lapid, ex giornalista che negli ultimi anni ha raccolto attorno a sé i voti dei delusi del Labour e di Meretz, i partiti della sinistra tradizionale: lui è rimasto all’opposizione, nella speranza che gli elettori premieranno la sua coerenza quando sarà il momento di tornare alle urne. All’orizzonte, intanto, scaldano i motori anche una serie di personaggi nuovi: da Eyal Nave, fondatore del movimento di riservisti Brothers in Arms, protagonista della rivolta contro Netanyahu e della mobilitazione della società civile in queste settimane. Al tycoon dell’high tech Eyal Waldmann, la cui figlia è stata uccisa al rave di Re’im il 7 ottobre, dopo che per anni lui si era impegnato per fare andare avanti le trattative di pace con i palestinesi.

Lezione di storia

Benché per ora i sondaggi premino la scelta di Gantz, c’è anche chi pensa che la sua non sarà che una soluzione ponte, e che una volta uscito dall’urgenza di questo momento, Israele si affiderà a una leadership ancora più a destra di quella di Netanyahu: il nome che gira è quello dell’ex premier ultranazionalista Naftali Bennett, corso ad arruolarsi fra i riservisti già dalle prime ore del conflitto e da sempre contrario alla costruzione di uno Stato palestinese. I fautori di questa ipotesi citano la Storia. E in particolare il 1973, anno della guerra del Kippur, iniziata con un attacco a sorpresa contro Israele: allora la premier Golda Meir guidò il Paese alla vittoria, ma subito dopo fu costretta a ritirarsi. Lasciò il posto al laburista Yitzak Rabin prima, ma poi al “falco” Menechem Begin e al suo Likud. Fu Begin a siglare pochi anni dopo la pace con quell’Egitto che nel 1973 aveva quasi sconfitto Israele.

Potrà questo essere un modello per il futuro? Dirlo adesso, suona utopistico. I sondaggi (sempre loro), dicono che l’idea di una qualunque forma di accordo o discussione con i palestinesi oggi è lontana dalla testa della maggior parte degli israeliani.

E anche David Grossman, il più grande scrittore israeliano, da sempre fautore del dialogo, nutre ben poche speranze: «Israele dopo la guerra sarà molto più di destra, più militante e anche più razzista», ci ha detto. La speranza è che sbagli lui e abbia ragione la Storia.

Sul Venerdì del 17 novembre 2023

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