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L’ex ministra Lucia Azzolina ora è preside: “Ho imparato la lezione. Spiego che la politica non va demonizzata”

Lucia Azzolina

 
L’ex ministra dell’istruzione ora dirige un istituto a Biella. «Ho fatto molti errori di comunicazione, ma non mi pento. e oggi spiego che la politica non va demonizzata». Intervista
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Dopo il ministero dell’Istruzione, dopo la politica con i 5 Stelle e poi con la breve avventura di Luigi Di Maio e Impegno civico, la nuova vita di Lucia Azzolina, 41 anni, è ancora a scuola: primo incarico di preside a Siracusa, un anno fa, e ora dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Biella 2. Nel frattempo c’è stato un lieto intermezzo, ancora in corso, quattro mesi fa è nato il figlio, Leonardo.

Partiamo dal principio: lei era un’insegnante di ruolo, nel 2018 con il boom del Movimento 5 Stelle si ritrova prima parlamentare ripescata dai riconteggi e poi ministra con il Conte bis, nel governo assieme a Pd e sinistra. Un triplo salto carpiato da vertigini. Se ci ripensa oggi?

«In parte è stato un salto traumatico, facevo una vita molto genuina mentre la politica è un po’ diver…

Dopo il ministero dell’Istruzione, dopo la politica con i 5 Stelle e poi con la breve avventura di Luigi Di Maio e Impegno civico, la nuova vita di Lucia Azzolina, 41 anni, è ancora a scuola: primo incarico di preside a Siracusa, un anno fa, e ora dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Biella 2. Nel frattempo c’è stato un lieto intermezzo, ancora in corso, quattro mesi fa è nato il figlio, Leonardo.

Partiamo dal principio: lei era un’insegnante di ruolo, nel 2018 con il boom del Movimento 5 Stelle si ritrova prima parlamentare ripescata dai riconteggi e poi ministra con il Conte bis, nel governo assieme a Pd e sinistra. Un triplo salto carpiato da vertigini. Se ci ripensa oggi?

«In parte è stato un salto traumatico, facevo una vita molto genuina mentre la politica è un po’ diversa. Ho un carattere leale ma non fideistico: quando ti tocca dire una cosa mentre invece ne pensi un’altra non è semplice. Ma è stato un onore, perché mi sono sempre occupata di scuola, avevo fatto anche la sindacalista in Lombardia. Mentre con il Movimento in realtà avevo fatto poco prima dell’elezione: qualche evento pubblico e banchetti, non ero un’attivista a tutto tondo».

E com’è stato il rientro a scuola, un anno fa? Che effetto le ha fatto?

«È stato un ritorno a casa. Qualcuno mi ha chiesto se è stato traumatico e dico no, a me piace quello che faccio. La scuola è una passione e le devo tutto, vengo da una famiglia umile: l’istituzione scolastica è stato un’ascensore sociale e il dramma odierno è che non lo è più per tutti, non ha il ruolo che costituzionalmente dovrebbe avere».

Gli altri professori e professoresse come la trattano? Non è normale trovarsi come dirigente una ex ministra.

«In effetti è qualcosa di strano, non so se è mai accaduto qualcosa del genere. Comunque all’inizio erano un po’ timorosi, forse si aspettavano una persona più formale, fredda. Appena arrivata ho detto a tutti “datemi del tu” e, insomma, qualcuno se ne è un po’ stupito. Fondamentalmente credo in una leadership diffusa e in un ambiente di lavoro disteso, è così che si tira fuori il meglio dagli altri».

Ma un po’ di sospetto c’era. Arriva “la politica”...

«Più curiosità che sospetto. Mi hanno chiesto molte cose, volevano capire qualche retroscena, ciò che insomma non si coglie da fuori. Ho provato a spiegare che in politica, come ovunque, ci sono persone perbene e altre meno. E che la politica non va demonizzata, come a volte in passato ha fatto proprio il M5S».

Lei era ministra nel Conte 2, era il periodo della pandemia, rimasto impresso nella memoria di tutti: docenti, studenti, genitori: qualcuno le ha rinfacciato qualcosa di quelle decisioni?

«No, nulla di tutto questo».

E i famosi banchi con le rotelle? Li ha trovati nella scuola?

«Eh... Quella è stata una storia di lurida propaganda politica. Ogni scuola ha scelto i banchi che voleva, c’era libertà di farlo. Sono stati consegnati 400 mila banchi a rotelle e 2 milioni tradizionali. Quei banchi tanto discussi, e in maniera così strumentale, erano figli di un modello didattico diverso, diffuso nel nord Europa, dove c’è interazione, mobilità, non un approccio passivo all’insegnamento. Comunque, a Siracusa sì, ce n’erano una ventina».

Le molte critiche che ricevette secondo lei erano legate anche al fatto che è una donna?

«Lo dico a malincuore, ma sì: donna, giovane, del Sud e, all’epoca, del M5S. Le avevo tutte. Sul mio rossetto rosso hanno scritto tante oscenità. Pensare e dire, ancora oggi, come hanno fatto tanti, che le donne arrivino a ruoli di potere non per capacità ma per altro è davvero avvilente».

Banchi con le rotelle a parte: c’è qualcosa che lei aveva deciso e che effettivamente ha ritrovato nella scuola?

«Tablet e pc finanziati in quel periodo, i soldi per i libri ai non abbienti, kit didattici, e poi anche sull’edilizia c’erano stati degli investimenti: a Siracusa da un’aula magna avevano ricavato quattro classi in più grazie alla ristrutturazione».

Per la scuola è meglio fare il ministro o essere una brava dirigente scolastica?

«Servono entrambi, per la comunità di un territorio la scuola è tanto, e devi essere un esempio per chi lavora con te. Il ministro deve conoscere la scuola e in tanti hanno svolto quel ruolo senza conoscerla davvero. Sono diverse le quantità di studenti da seguire, ma l’approccio può essere simile».

Quando si fa la ministra si perde un po’ di vista la scuola in carne ed ossa, si dimenticano le ragazze e i ragazzi?

«Io ho cercato di non farlo, ma è vero che dalla stanza di un Palazzo il rischio si corre. Allora tentai di incontrare sempre non solo i sindacati ma anche le associazioni dei genitori e degli studenti, e avevo una squadra di presidi da tutta Italia che dava una mano e segnalava criticità ed esperienze. Mi è dispiaciuto non girare le scuole come avrei voluto: ho fatto la ministra sempre in periodo Covid».

E con la politica, ha chiuso?

«L’amore per la politica è rimasto, ma oggi la priorità è mio figlio».

Tornasse indietro, che errore non rifarebbe?

«Quelli di comunicazione. Non sono intervenuta quando avrei dovuto farlo, quando le offese erano tante. Forse mi hanno capita di più alcuni studenti, meno gli adulti. Non sono riuscita ad essere empatica come avrei voluto: oggi mi dicono “ma adesso sorridi di più” – allora come facevi, con tutti quei morti. Dopo un mese da ministra dovemmo dire al Paese che chiudevano le scuole: non c’era da ridere ma da piangere».

E che cosa rivendica?

«In quel periodo finì la stagione dei tagli, fondi ottenuti anche battendo i pugni sul tavolo in Consiglio dei ministri. Non tutti erano d’accordo».

Oggi la scuola italiana è in buone mani?

«Giudichino docenti, ragazzi e famiglie: non mi faccia dire altro».

Sul Venerdì del 17 dicembre 2023

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