Riaprono le piste da sci ma con la neve artificiale
di Raffaele OrianiCannono sparaneve dell'azienda ThecnoAlpin presso la stazione sciistica di Obereggen in Alto Adige
Bolzano. Il 2 novembre tra Veneto e Friuli si scatena un nubifragio: il cielo è senza stelle, i camion sbandano al vento, i tergicristalli vanno a mille senza scalfire il muro d’acqua. La cosa più inquietante però non è l’acqua, ma il termometro che alle 22.30 di un’impegnativa notte di mezz’autunno segna 17 gradi. La temperatura del nostro Paese ha avuto un aumento record sui trent’anni precedenti di 2.17 gradi a settembre, di 3.47 gradi a ottobre, vedremo di quanti a novembre. Ma se l’inverno è sempre più un’incognita, la stagione invernale rimane una certezza: con la consueta caparbietà, il mondo della montagna si prepara ad aprire migliaia di chilometri di piste per milioni di sciatori. Il Dolomiti Superski ha da settimane una data certa in calendario: il 25 novembre si mette in moto uno dei più estesi comprensori sciistici del mondo, 450 impianti di risalita per 1.200 chilometri di piste nelle Dolomiti venete, trentine e altoatesine. Non si sa se per il 25 l’aria saprà di neve fr…
Bolzano. Il 2 novembre tra Veneto e Friuli si scatena un nubifragio: il cielo è senza stelle, i camion sbandano al vento, i tergicristalli vanno a mille senza scalfire il muro d’acqua. La cosa più inquietante però non è l’acqua, ma il termometro che alle 22.30 di un’impegnativa notte di mezz’autunno segna 17 gradi. La temperatura del nostro Paese ha avuto un aumento record sui trent’anni precedenti di 2.17 gradi a settembre, di 3.47 gradi a ottobre, vedremo di quanti a novembre. Ma se l’inverno è sempre più un’incognita, la stagione invernale rimane una certezza: con la consueta caparbietà, il mondo della montagna si prepara ad aprire migliaia di chilometri di piste per milioni di sciatori. Il Dolomiti Superski ha da settimane una data certa in calendario: il 25 novembre si mette in moto uno dei più estesi comprensori sciistici del mondo, 450 impianti di risalita per 1.200 chilometri di piste nelle Dolomiti venete, trentine e altoatesine. Non si sa se per il 25 l’aria saprà di neve fresca, certo è che basteranno un paio di giorni sotto lo zero perché il manto delle piste sia morbido e abbondante.
Il Rapporto Nevediversa 2023 di Legambiente stima che il 90 per cento delle piste italiane siano ormai innevate artificialmente. Le nubi imbianchino pure il paesaggio, che agli sciatori ci pensano i cannoni: secondo l’Osservatorio Italiano del Turismo Montano, lo scorso anno la penuria di neve naturale non ha impedito di recuperare quasi per intero il fatturato pre-pandemico. Tra impianti, alberghi e servizi sono oltre dieci miliardi di euro, impensabili senza la materia prima che i supporter chiamano tecnica o programmata, e gli scettici semplicemente artificiale: «Specialmente alle quote più basse, abbiamo molte riserve energetiche e ambientali su questa neve» dice Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente. «Ma la domanda di fondo è un’altra: dove lo sci non è più uno sport naturale, ha ancora senso praticarlo?».
Innevare costa
Sgombriamo il campo da un equivoco: la neve artificiale non ha additivi chimici, è pura aria e acqua come quella naturale. Ci sono i fiocchi duri, quasi di ghiaccio, delle gare di Coppa del mondo, e quelli soffici e uniformi che rendono lo sci alla portata di tutti: «La neve programmata risponde all’incertezza climatica, ma non solo» spiega Wolfgang Psenner, responsabile Italia di TechnoAlpin, l’azienda di Bolzano che in trent’anni di attività è diventata leader mondiale degli impianti di innevamento artificiale. «In montagna c’è un’intera filiera di negozi, alberghi e ristoranti che dipende dalla qualità della neve: le abitudini dei consumatori sono cambiate, e una località sciistica che si rispetti non può presentare piste spelacchiate a dicembre». TechnoAlpin ha in curriculum una dozzina di Campionati del mondo e di Olimpiadi, tra cui i Giochi di Pechino 2022 che sono stati i primi a svolgersi interamente su neve artificiale. È un successo che si nutre di innovazione, e ha cambiato radicalmente il business dello sci da discesa: «Oggi gli sciatori si aspettano piste con un manto di neve perfetto e senza insidie: non posso stare lì a scrutare il cielo per offrirgliele!» sorride Zeno Kastlunger, responsabile degli impianti di Plan de Corones, in Alto Adige, e vicepresidente di Dolomiti Superski.
«Certo, innevare costa, e nel nostro comprensorio la neve programmata incide per il 40 per cento degli investimenti e il 20 per cento del consumo di energia». Non è un caso che l’abbonamento Superski quest’anno toccherà l’iperbolica cifra di 80 euro giornalieri. Ma non si tratta solo di soldi: secondo Legambiente, la produzione di neve artificiale sulle Alpi italiane comporta un consumo energetico di 720 gigawatt/ora annui. A spanne, il fabbisogno di 250 mila famiglie: «Gli impiantisti replicano che si tratta in gran parte di fonti rinnovabili» osserva Bonardo. «Ma per quanto pulita, quest’energia andrebbe usata altrove per contenere il fabbisogno complessivo».
Laghetti o no?
Il settore dello sci da discesa si è adattato in fretta al cambiamento climatico. I Natali senza nevicate non sono più una rarità, ma sulle piste non se ne accorge più nessuno: «Nel lontano 1979 mio padre fu il primo a importare un impianto di innevamento dagli Stati Uniti» ricorda Kastlunger. «Da allora la tecnologia ha fatto progressi enormi, e ha permesso di abbattere i costi, limitare i consumi e moltiplicare le superfici trattate: attualmente il 97 per cento delle piste di Dolomiti Superski è servito da impianti di innevamento».
Con 750 dipendenti e 250 milioni di fatturato la fabbrica della neve di TechnoAlpin sforna ogni anno oltre cinquemila cannoni per tutti i mercati del mondo: «Esportiamo l’85 per cento della produzione» spiega Psenner. «E oltre ai terminali sparaneve forniamo impianti chiavi in mano di innevamento programmato». Sì, perché ai cannoni si accompagnano tubazioni, elettrodotti, reti informatiche, stazioni di pompaggio e depositi d’acqua sempre più numerosi e capienti: «A livello nazionale abbiamo contato 142 invasi per lo stoccaggio d’acqua da innevamento artificiale: c’è chi li chiama laghetti, ma sono bacini scavati e impermeabilizzati che non hanno nulla di naturale» controbatte Bonardo di Legambiente. «La realtà è che stiamo assistendo a un’artificializzazione di ambienti incontaminati: cosa ce ne faremo se fra vent’anni l’industria dello sci dovesse chiudere i battenti?».
In 30 anni + 0,9 gradi
Secondo uno studio del Cnr la temperatura media delle Alpi è aumentata di 0,9 gradi negli ultimi trent’anni, a fronte di un trend globale di 0,16 gradi a decennio. Il futuro non gioca a favore dell’industria del freddo e della neve: «L’innevamento artificiale ha bisogno di temperature ben al di sotto dello zero» precisa Bonardo. «Oggi non ha più senso investire in impianti sciistici al di sotto dei 2.000 metri». Sì, ma oggi quando? «Già trent’anni fa ci davano dei pazzi quando abbiamo ammodernato i nostri impianti di Bolbeno» dice Giorgio Marchetti, sindaco di Borgo Lares, in Trentino. «E invece lo scorso inverno abbiamo fatto la migliore stagione di sempre, con 250 mila presenze e 850 bambini che hanno imparato a sciare sui nostri campetti». Bolbeno è un esempio virtuoso di gestione comunitaria del business turistico. A 600 metri di quota, è la stazione sciistica più bassa d’Italia: «Abbiamo appena investito sette milioni di euro in nuovi impianti di risalita» rilancia il sindaco. Il caldo avanza ma lo sci non arretra. Eppure c’è da chiedersi se abbia senso raddoppiare la posta su un tavolo che perde pezzi, ovvero gradi centigradi, a ogni anno che passa: «La domanda è legittima» risponde Kastlunger. «Ma se avessimo smesso di investire dieci anni fa non avremmo fatto i numeri record dell’ultima stagione».
Anche Bonardo ammette che lo sci è l’unica industria vera della montagna: «Se crollasse si creerebbe un enorme problema sociale». Meglio sperare che non crolli: il ministero del Turismo ha appena stanziato 200 milioni di euro per impianti di neve artificiale. Nel solo 2023, Dolomiti Superski ha investito 100 milioni di euro, 30 dei quali per impianti di risalita e ben 70 per sistemi di innevamento. Tanti soldi. Spesso pubblici. Erano invece molte meno, e tutte private, le risorse che Lorenzo Delladio, storico patron del marchio di abbigliamento La Sportiva, era disposto a investire a San Martino di Castrozza in un progetto di “rinaturalizzazione” del turismo di montagna: «Si trattava di smantellare un paio di vecchi impianti e di sostituirli con piccoli interventi al servizio di esperienze più naturali: ciaspole, slitte, trekking, sci alpinismo e quant’altro» dice oggi al Venerdì. Sono passati sei anni e non se ne è fatto nulla: «Poteva essere un progetto pilota, per testare un’offerta turistica all’altezza dei cambiamenti che dovremo affrontare». Uno studio di Bankitalia invita a «fare investimenti per ridurre la dipendenza dell’economia montana dalle condizioni dell’innevamento». Perché il clima cambia e prima o poi cambierà anche il nostro modo di “usare” la montagna. Delladio voleva metterci del proprio: il fuoco di sbarramento degli impiantisti locali gli ha fatto capire che sarebbe stato un calvario burocratico. Così i tre milioni di euro che pensava di investire a Passo Rolle li ha dirottati sulla sua azienda. Da allora La Sportiva ha più che raddoppiato il fatturato: lui ha fatto comunque un buon affare, il turismo di montagna molto meno.