Il viaggio di Paolo Rumiz nell’Italia dei terremoti, da Trieste a Napoli
di Riccardo StaglianòPaolo Rumiz ad Amatrice. Alessandro Scillitani
L’Italia non sta su una faglia, è una faglia. Ma gli italiani preferiscono non saperlo. Perché, come scrive Paolo Rumiz in Una voce dal Profondo (Feltrinelli) «parlare di eruzioni o di Terra che trema porta scalogna, imbarazza i politici, rovina il gioco ai palazzinari, fa inorridire le aziende turistiche, ti mette contro gli operatori dell’effimero». Di tutte queste ragioni di opportunismo il grande inviato triestino non si cura. Con voluttà speleologica si cala dentro grotte mefitiche, guada ponti allagati, si inerpica come uno stambecco per gli Appennini – «la nostra vera, misconosciuta colonna vertebrale che ci dà un’identità molto più delle Alpi» – in cerca dell’anima degli italiani. In un libro sapienziale, tanto intenso quanto inclassificabile, in un dialogo costante tra storia, mito e una spiritualità laica, molto rumiziana, che a quanto pare si può attingere solo camminando, calcando la terra passo dopo passo. Secondo la lezione di Werner Herzog che, ai giovani che volevano f…
L’Italia non sta su una faglia, è una faglia. Ma gli italiani preferiscono non saperlo. Perché, come scrive Paolo Rumiz in Una voce dal Profondo (Feltrinelli) «parlare di eruzioni o di Terra che trema porta scalogna, imbarazza i politici, rovina il gioco ai palazzinari, fa inorridire le aziende turistiche, ti mette contro gli operatori dell’effimero». Di tutte queste ragioni di opportunismo il grande inviato triestino non si cura. Con voluttà speleologica si cala dentro grotte mefitiche, guada ponti allagati, si inerpica come uno stambecco per gli Appennini – «la nostra vera, misconosciuta colonna vertebrale che ci dà un’identità molto più delle Alpi» – in cerca dell’anima degli italiani. In un libro sapienziale, tanto intenso quanto inclassificabile, in un dialogo costante tra storia, mito e una spiritualità laica, molto rumiziana, che a quanto pare si può attingere solo camminando, calcando la terra passo dopo passo. Secondo la lezione di Werner Herzog che, ai giovani che volevano fare cinema, diceva che viaggiare a piedi per 3.000 chilometri avrebbe insegnato loro più di 2-3 anni di scuola.
Il viaggio di Rumiz nel paese che trema
Perché è importante un viaggio lungo la faglia dei terremoti?
«Perché questo sbrego che taglia l’Italia è un elemento importante per capire i suoi abitanti e l’ho usato come filo conduttore per rileggere le nostre diversità. Perché i triestini sono carsici, i napoletani magmatici, i siciliani sfuggono la luce: le risposte hanno sempre a che fare con il loro rapporto col sottosuolo».
Il libro è anche una dichiarazione d’amore per il Sud, Napoli in testa...
«Tanti dei fili che tiravo si annodavano lì. È la più grande città al mondo che sta sopra un vulcano e mi piace la visione magmatica dei suoi abitanti. Venendo da un universo molto compartimentato, mi affascina il loro, dove tutto comunica con tutto, il sopra e il sotto, la religione e la superstizione, in quella che Walter Benjamin aveva definito “porosità”».
A proposito di Vesuvio, sembra ammirare quelli che continuano a vivere sulle sue pendici, nonostante i pericoli: ci spiega meglio?
«La migliore risposta al perché si rimane me l’ha data una cuoca al molo dei traghetti di Pantelleria: perché vale il rischio. A Napoli rimani perché ti affacci sul più bel golfo del mondo. Perché le lave non si limitano a minacciare, ma producono un rigoglio botanico pazzesco e diventano uno straordinario materiale di costruzione. Rimani perché l’aria del vulcano è uno zefiro divino e perché il Vesuvio è il padre della Campania, e nessuno potrà convincere i campani a guardarlo come una “bomba a orologeria”. E poi perché, come dicono, “di qualcosa si deve pure muri’”. Detto questo, io ce l’ho soprattutto con una comunicazione, a partire dai media, costruita su allarmi e paure. Si è vista all’opera soprattutto nel 1970 sui Campi Flegrei quando, dopo una serie di microscosse, fu ordinato uno sgombero che aprì la strada a una terribile speculazione edilizia e quindi, paradossalmente, a un aumento successivo della popolazione in quei luoghi. Faccio notare che la gran parte delle case che crollano è dovuta alla cattiva costruzione più che alla mancanza di allarmi. Da noi la cultura del rischio semplicemente non esiste».
Piccola digressione: tra le etimologie che si imparano/ripassano leggendo queste pagine c’è proprio quella di rischio: «Per battere la concorrenza» scrive Rumiz, «i commercianti d’Oriente, anziché navigare sulle coste, puntavano al largo quando spirava un vento che in persiano si dice Ruzgar-i kuvve. Ma poiché quel vento era pericoloso e causava naufragi, la frase “prendere il Ruzgar”, udita dagli italiani, divenne “prendere il rischio”». Per non dire di quella di disastro: «La mancanza di stelle che disorienta i naviganti. Vuol dire andare senza gli astri, che indicano la strada». Radice a sua volta imparentata con “desiderio”, dalla combinazione tra i latini de privativo e sidera, astri.
Cita uno studio internazionale dove si chiarisce che i terremoti fanno più vittime nei Paesi più corrotti. E racconta di quando una commissione di esperti giapponesi spiegò che, con una buona edilizia, il 95 per cento dei morti in Friuli si sarebbero potuti evitare. Non impariamo mai?
«Ai primi posti di quello studio c’era Haiti, Indonesia a Turchia e, poco dietro, noi. Quanto alle devastazioni del Friuli molte furono dovute all’esenzione dall’antisismico strappata qualche decina di anni prima al parlamento dai friulani stessi. Odiamo l’antisismico prima, perché aumenta i costi di costruzione , e lo amiamo dopo il terremoto, perché fa lievitare la torta della ricostruzione. Un’eccezione è Norcia. Dopo un primo decreto pontificio del 1860, fu un pool di esperti legati al Pci di Berlinguer a fortificare la città, rendendola capace di limitare i danni anche con scosse di magnitudo 6.5, come quella del 2016. Non è un caso se non si è trasformata in un’altra Amatrice».
Di cui scrive che le sue «macerie non erano fatalità ma crimine, un’omissione che altrove avrebbe mandato in galera capi di governo» perché «non esiste Paese sviluppato dove un terremoto di magnitudo 5.9 faccia tanti morti». E invece…
«E invece si è usata la tragedia per ricostruire altrove la new town, praticamente un parco a tema. Se metà di quelle energie fossero state usate per mettere in condizione gli abitanti di rientrare nelle case avremmo avuto una conservazione meno disneyana del genius loci. Come esempio virtuoso cito Venzone, dalle mie parti, già condannata alla demolizione con tutte le sue chiese e le sue mura. Ma un pugno di uomini disse no e cambiò il corso del destino, lottando contro le accademie, le soprintendenze, le amministrazioni locali, persino le forze dell’ordine».
Dedica anche tre capitoli su diciotto alla Calabria, che definisce “la grande dimenticata italica”: perché?
«Perché, da nordico, mi sento in debito con questo termitaio di eremi da dove è passata gran parte della civiltà cristiana arrivata dall’Egitto. Un passato glorioso che non giustifica certe brutture, però apprezzo la loro risposta all’inefficienza dello Stato che li ha costretti a sviluppare una solidarietà reciproca, quella che il mio amico Marco Ciriello chiama “welfare del Sud” – che al Nord non c’è più».
Al Nord imputa la perdita del senso del sacro. Ce n’è così bisogno quando si ha uno Stato funzionante come dimostrò il sisma in Friuli nel ‘76?
«Va detto che in soli quattro anni, dal Friuli all’Irpinia, fu come se si fossero esaurite le scorte di solidarietà degli italiani. E pure da noi, dove si è ricostruito presto e bene, l’anima dei luoghi è andata in parte distrutta. Mentre al Sud, dove il cemento ha fatto anche peggio dei terremoti, ho testimoniato momenti luminosissimi di difesa del genius loci. Un’Italia bifronte da attraversare tra incantamento e indignazione».
Più incantamento, in quest’ultimo viaggio. Ad esempio fa notare che la Von Der Leyen si impietosisce per un randagio ma dedica uno stitico tweet a una strage di migranti. Ma le scudisciate sono meno frequenti dell’elegia, o sbaglio?
«La mia non è un’inchiesta, è un tentativo di ricavare un’antropologia dai segnali che arrivano dal sottosuolo. L’indignazione riguarda il mondo di superficie. Avrei potuto parlare tanto di come è costruita Napoli o come a Rimini hanno ignorato i rischi sismici, ma ero più teso ad ascoltare la voce del profondo. Soprattutto quella del sud Italia che ha bassissima coscienza di sé mentre è profondamente cosciente dei suoi difetti, a differenza di noi al Nord. In questi giorni la Commissione grandi rischi valuta di aumentare il livello di allarme nella zona dei Campi Flegrei. Ma io so che, nell’impossibilità di prevedere se e quando il terremoto arriverà, quella è gente che ha centomila altre gatte da pelare e non ha tempo oggi per preoccuparsi di un evento che può avvenire tra mesi o anni. La sopravvivenza quotidiana oscura tutto. E ciò non deve sorprendere. A Napoli, nella mia mente a compartimenti stagni, si sono sfondate le paratie. Il loro pensiero libero, e un po’ magico, mi ha modificato».
Sul Venerdì del 17 novembre 2023