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Alice Rohrwacher: “Con il film La chimera racconto la prigione del maschilismo”

Una scena del film La chimera di Alice Rohrwacher, in sala dal 23 novembre

 
Nel suo nuovo film Alice Rohrwacher racconta una vicenda di piccoli tombaroli e grandi utopie. Per dire che «il materialismo anni 80 ha cambiato tutto». Intervista
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Roma. Alice Rohrwacher è una regista eremita e un idolo dei cinefili internazionali. Il suo cinema è pensato e fatto lontano da Roma, in Umbria dove è nata e vive, continuando a seguire le attività agricole: il miele, le vigne... Nel frattempo il suo cortometraggio Le pupille, prodotto da Alfonso Cuarón e visibile su Disney+, ha avuto la nomination agli Oscar 2023. Dieci anni fa al Festival di Cannes Le meraviglie aveva vinto il Gran premio della giuria e nel 2018 Lazzaro felice il premio per la miglior sceneggiatura. Presentato anch’esso a Cannes, esce giovedì in sala il suo nuovo film La chimera, prodotto come sempre da Tempesta film con Rai Cinema.

Alice Rohrwacher (a sinistra) con la sorella Alba al festival di Cannes (Getty images)

 

Un film stupefacente, liberissimo, che racconta di una banda di tombaroli nelle terre etrusche. Un cast bizzarro, perfettamente amalgamato: il protagonista…

Roma. Alice Rohrwacher è una regista eremita e un idolo dei cinefili internazionali. Il suo cinema è pensato e fatto lontano da Roma, in Umbria dove è nata e vive, continuando a seguire le attività agricole: il miele, le vigne... Nel frattempo il suo cortometraggio Le pupille, prodotto da Alfonso Cuarón e visibile su Disney+, ha avuto la nomination agli Oscar 2023. Dieci anni fa al Festival di Cannes Le meraviglie aveva vinto il Gran premio della giuria e nel 2018 Lazzaro felice il premio per la miglior sceneggiatura. Presentato anch’esso a Cannes, esce giovedì in sala il suo nuovo film La chimera, prodotto come sempre da Tempesta film con Rai Cinema.

Alice Rohrwacher (a sinistra) con la sorella Alba al festival di Cannes (Getty images)

 

Un film stupefacente, liberissimo, che racconta di una banda di tombaroli nelle terre etrusche. Un cast bizzarro, perfettamente amalgamato: il protagonista, uno straniero che si unisce alla banda per misteriosi motivi, è Josh O’Connor, principe Carlo nella serie The Crown. Dentro di sé porta il dolore per una donna amata e svanita, il cui ricordo cerca di condividere con la madre di lei (Isabella Rossellini). Alba Rohrwacher, invece, è una cattivissima ricettatrice.

Incontriamo la regista di passaggio a Roma, dove il film è stato presentato alla Festa del cinema, e lei (in partenza per Parigi perché il Centre Pompidou le dedica una retrospettiva, dopo che La chimera avrà aperto il festival Filmmaker a Milano) a fine proiezione era assediata da una piccola folla di giovanissimi.
Il film è raccontato da un cantastorie con tanto di tabellone, però vediamo chiaramente che si svolge negli anni 80. Anzi nella colonna sonora ci sono proprio tre brani dell’84: Vado al massimo di Vasco Rossi, Gli uccelli di Battiato e Space Lab dei Kraftwerk. Come mai gli anni 80?

«Noi parliamo sempre degli anni 60, ma quand’è che davvero il materialismo trionfa sulla cultura contadina, sulle credenze, sulla religione? Negli anni 80, gli anni in cui io sono nata e cresciuta. E quindi ho pensato che questa storia si doveva raccontare in quegli anni, che sono gli anni del disincanto, e c’è il desiderio di una generazione di emanciparsi da qualcosa che per loro è il passato, ma anche la capacità di usare il passato a proprio vantaggio. Magari la generazione precedente sarebbe scappata, sarebbe andata in città. Invece loro capiscono che possono sfruttare quello che hanno per fare soldi, e saccheggiano le tombe».

Le pupille era tratto da una lettera-racconto di Elsa Morante, e mi pare che anche qui ci sia un personaggio morantiano: quello interpretato da Isabella Rossellini, che maltratta le figlie e vive mitizzando un’altra figlia, che però, scopriamo, è morta…
«In realtà questo personaggio è nato anche da una storia vera: mi era capitato di incontrare una signora, davvero un personaggio morantiano, che condivideva la vita del figlio assente con la ex babysitter di lui. Parlavano delle cose che faceva questo figlio in giro per il mondo e io ci ho messo parecchio a capire che questo figlio in realtà era morto. Me ne sono accorta quando mi sono quasi innamorata di questo ragazzo di cui mi raccontavano le qualità, le bellezze...».

E il protagonista del film, invece, con questo passato misterioso?
«In fondo è un eroe romantico, ispirato ai personaggi del Grand Tour, quei tedeschi o inglesi che nell’800 si innamoravano di una statua, di un dipinto. Però è anche un po’ ridicolo, vive nell’epoca della disillusione, dove non c’è più bisogno di eroi. È burbero, è buffo, è sgraziato. Volevo che fosse sì legato ai tombaroli, però che cercasse qualcos’altro. Forse un passaggio per l’aldilà? Non lo so, però ha un legame con qualcosa, ha un vuoto, e volevo che lui condividesse questo vuoto con qualcuno. Per questo mi serviva il personaggio di Isabella Rossellini, che ha anche lei un piede tra i vivi e un piede nell’aldilà».

Il tema del film, mi pare, è proprio l’aldilà.
«Io sono cresciuta nelle terre etrusche, e mi immagino due-tremila anni fa tutto quello sforzo creativo (costruire un vaso, una statua, decorare le stanze per le tombe), fatto non per mostrarlo agli altri uomini, ma per nasconderlo sottoterra, per i morti. Mi ha sempre profondamente commosso. Forse ancor più oggi, che non siamo nemmeno capaci di fare una torta senza farla vedere a tutti. Alla prima idea del film abbiamo lavorato con Pietro Marcello, poi si è unita Carmela Covino, e infine l’idea si è coagulata. Forse i miei film sono coagulazioni, come le ferite che a un certo punto fanno la crosta. L’idea è diventata effettiva durante il Covid, cioè durante un momento in cui il modo in cui affrontiamo la morte è diventato fondamentale».

In una scena si intravedono gli affreschi che, all’apertura della tomba, svaniscono, come in Roma di Fellini.
«Me l’hanno raccontata tanti tombaroli questa storia delle cose che si sfaldano. E a un certo punto mi è venuta la felicità di pensare che Fellini e io avevamo gli stessi tipi di amici, perché sono sicura che a lui questa storia l’hanno raccontata degli archeologi o dei tombaroli!».

Ogni tanto cambia il formato del film, ci sono scene che sembrano girate con la cinepresa amatoriale. Perché?
«Il film è girato in pellicola, e le code dei rulli 16mm che avanzavano ogni tanto li mettevo in una piccola macchina da presa amatoriale e giravo delle scene così: l’idea era che fossero come frasi scritte a mano su un libro stampato».

I tuoi temi in questo film sono affrontati più di sbieco. Quello della fine della civiltà contadina, anche quello del rapporto tra maschile e femminile. Questo è un film fatto da donne: tu regista e sceneggiatrice, la montatrice, la scenografa, la direttrice della fotografia, però racconta soprattutto una banda di uomini, anche un po’ grevi.
«A me interessava raccontare anche il lato struggente del maschilismo, la prigione del maschilismo. Questi uomini sono obbligati socialmente a “essere dei maschi”, a maltrattare le donne del paese, a provarci con le straniere eccetera… Non hanno l’immaginazione per pensarsi altro. Tutte cose che io ho vissuto, essendo cresciuta in una piccola comunità, però ho cercato di raccontare l’aspetto misero di questa prigione. Oggi cerchiamo di ripensare il ruolo delle donne, ma la vera domanda è anche: cosa vuol dire essere un maschio?».

Questo è forse il tuo film più fiabesco, nel senso che il piacere di raccontare è più libero, fluente.
«Lo spettatore non dovrebbe immedesimarsi, entrare nel protagonista, ma stare davanti alla storia. Una visione forse più arcaica: sai che ti stanno raccontando una storia, e quando la psicologia del protagonista ti sta per catturare c’è qualcosa che ti dice: “Scusi, ma lei qui non entra”. È come dire: qui c’è il trucco, qui c’è l’inganno. Come nelle fiabe: tu nelle fiabe non è che puoi patire per la figlia del sole o per Giufà, tu guardi la fiaba con un altro sentimento. Mi sembra di rispettare di più il pubblico così. Quando guardo certi film che ti fanno entrare dentro, che ti catturano anche con trucchetti banali, io non ci sto bene in quei posti. E lo stesso vale per la trama: come nelle fiabe, la trama conta poco, è rivelata, non c’è la paura dello spoiler. Il cantastorie nel film ha un tabellone con tutta la storia disegnata, compresa la fine».

L’idea è continuare in questa direzione: da anni hai un progetto dalle Fiabe italiane di Calvino.
«Non so se sarà una serie, o una specie di antologia di film. L’ho scritto con Marco Pettenello, per la prima volta c’è un po’ più di struttura narrativa. Ho proprio voglia di lavorare per i bambini e per i ragazzi. C’è una sfiducia nei giovani che non capisco. Il progetto dovrebbe avere una strana struttura: una famiglia di girovaghi negli anni 50 racconta alcune fiabe. Ma queste fiabe, anziché in un passato remoto, sono ambientate nel loro futuro, cioè nel nostro mondo di oggi. Infatti il titolo dovrebbe essere Ci sarà una volta».

Sul Venerdì del 17 novembre 2023

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