Kennedy, anatomia di un non complotto
di Marco CicalaIl presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy poco prima di essere ucciso a Dallas il 22 Novembre 1963. Getty Images
È stato la madre di tutti gli omicidi politici e, all inclusive, di ogni
teoria del complotto. L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, sessant’anni fa a Dallas, fu molto più che un magnicidio, cioè l’eliminazione di un Big. Nel sistema venoso delle democrazie occidentali, allora in pieno boom economico, infiltrò invece una pervasiva quanto longeva pozione di sospetto verso poteri, istituzioni, establishment. Insomma, verso il Palazzo (circa una decennio più tardi
il Watergate avrebbe dimostrato che le cospirazioni non solo esistono ma c’è anche modo di smascherarle). Cominciavano già a profilarsi i contorni di quello che in tempi più recenti sarebbe stato definito Deep State, lo Stato nello Stato, fatto di tenebrose oligarchie, lobby, gomorre, più gli ineludibili Servizi. Una Spectre di cui JFK sarebbe stato insieme complice e vittima. Ma pure lo sparatore “comunista” Lee Harvey Oswald che, in una sorta di bovarismo versione stellestrisce, era venuto su a pane, Das Kapital e romanzi …
È stato la madre di tutti gli omicidi politici e, all inclusive, di ogni
teoria del complotto. L’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, sessant’anni fa a Dallas, fu molto più che un magnicidio, cioè l’eliminazione di un Big. Nel sistema venoso delle democrazie occidentali, allora in pieno boom economico, infiltrò invece una pervasiva quanto longeva pozione di sospetto verso poteri, istituzioni, establishment. Insomma, verso il Palazzo (circa una decennio più tardi
il Watergate avrebbe dimostrato che le cospirazioni non solo esistono ma c’è anche modo di smascherarle). Cominciavano già a profilarsi i contorni di quello che in tempi più recenti sarebbe stato definito Deep State, lo Stato nello Stato, fatto di tenebrose oligarchie, lobby, gomorre, più gli ineludibili Servizi. Una Spectre di cui JFK sarebbe stato insieme complice e vittima. Ma pure lo sparatore “comunista” Lee Harvey Oswald che, in una sorta di bovarismo versione stellestrisce, era venuto su a pane, Das Kapital e romanzi di 007. Quanto al suo assassino, l’ebreo Jack Ruby, in carcere si dichiarò perseguitato da una cospirazione nazista. Naturalmente non mancarono quelli secondo cui Kennedy fu fatto fuori perché a Dallas si preparava a pronunciare un discorso nel quale avrebbe infine svelato verità scottanti sugli Ufo. Ma picchiatelli a parte, l’affaire di Dealey Plaza divenne il Paese di cuccagna delle dietrologie. Di quei miti, leggende, affabulazioni che con valorosa ostinazione illuministica (merce rara al giorno d’oggi), Massimo Polidoro si impegna a smontare da quando nell’89 fu con Piero Angela tra i fondatori del Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze. Al caso JFK Polidoro ha dedicato un lungo capitolo del suo libro Il mondo sottosopra (Piemme, 2019) e una serie di video su YouTube. Lo raggiungiamo telefonicamente a Harvard, dove sta svolgendo altre sue ricerche.
Polidoro, gli interrogativi sulla dinamica dell’omicidio Kennedy sono un milione. Scegliamone alcuni, partendo dai dubbi sui colpi sparati da Oswald Furono tre, uno a vuoto, due a segno. Ma alcuni testimoni ne udirono di più, come a indicare che non ci sarebbe stato un unico cecchino.
«La Dealey Plaza è un grosso spiazzo concavo, dove l’eco rimbalza facilmente e può rendere difficile individuare correttamente la provenienza dei suoni. L'effetto dell'eco può spiegare anche perché alcuni dissero di avere sentito due spari, altri tre o quattro e altri ancora addirittura sette».
Per l’omicidio. Oswald utilizzò un fucile di fabbricazione italiana, un
Mannlicher-Carcano. A giudizio di alcuni era una specie di ferrovecchio,
totalmente inadeguato per un’operazione di quella portata.
«Chi lo definisce un ferrovecchio “innocuo” cerca di sminuirne l’efficienza. Però le prove balistiche hanno dimostrato che non solo era molto preciso, ma che un suo proiettile poteva trapassare fino a sei corpi umani».
Si obiettò anche che Oswald non avrebbe potuto colpire un bersaglio in movimento in poco più di cinque secondi.
«Nel tentativo di stabilire la dinamica della sparatoria, gli investigatori si sono affidati principalmente al filmato di soli 26 secondi realizzato dal cineamatore Abraham Zapruder. Con la sua cinepresa a 8 millimetri, Zapruder aveva ripreso il corteo mentre attraversava la piazza, documentando involontariamente gli effetti degli spari di Oswald. Poiché il film non ha un sonoro, a lungo non è stato facile capire quando venne sparato il primo proiettile, cioè quello che andò a vuoto. Per
questo si pensò che il primo fosse il secondo, ossia quello che colpì Kennedy e il governatore Connally. Siccome tra quello sparo e il successivo, cioè il colpo che fece esplodere la testa del presidente, intercorrevano poco più di cinque secondi si ritenne impossibile che in quella finestrella temporale potessero essere stati sparati tre colpi, ricaricando a mano il fucile. In realtà, anche se questa manovra sarebbe
tecnicamente possibile, è stato poi confermato che il primo proiettile, andato a vuoto, fu sparato quasi 4 quattro secondi prima di quello che andò a segno. Forse colpì una quercia che si trovava sotto la finestra del sesto piano del deposito di libri, o forse si disintegrò sul selciato. Gli spari furono dunque tre in circa nove secondi».
Quanti bossoli vennero ritrovati nel punto da cui si era sparato?
«Ne furono rinvenuti tre, sotto la finestra del sesto piano del deposito di libri».
Dissero che, sotto le armi, Lee Harvey si era dimostrato un tiratore molto scarso.
«In realtà, Oswald fu addestrato nei Marines e dopo tre settimane di allenamento ottenne la qualifica di tiratore sceltissimo. Tre anni più tardi sostenne un altro esame dove peggiorò leggermente il risultato, qualificandosi “solo” come tiratore scelto. “Io direi che, raffrontato con altri Marines con pari preparazione” ricordava uno dei suoi istruttori di Oswald, “Oswald era un buon tiratore, al di sopra o meglio
della media”. Quindi, tutt'altro che un tiratore della domenica».
Veniamo al famoso “proiettile magico”. La pallottola del secondo sparo avrebbe avuto una traiettoria impossibile, a zigzag. Colpì Kennedy e poi il governatore John Connally seduto davanti a lui.
«Diventa impossibile solo se, come nel film di Oliver Stone, i due passeggeri
Kennedy e Connally vengono fatti sedere esattamente uno di fronte
all’altro, alla stessa altezza. Ma è sufficiente guardare il filmato di Zapruder e studiare le caratteristiche della limousine in cui si trovavano i due per capire che la situazione era diversa: Kennedy sedevano più in alto rispetto a Connally, il quale era seduto su uno strapuntino e girato di tre quarti di lato. Se si tira una linea dal sesto piano del deposito di libri, dove si trovava Oswald, al punto in cui era l’auto nel momento in cui arrivò il proiettile si vede che attraversa Kennedy e Connally con una linea retta, e non a zigzag, procurando le ferite esattamente nei punti in cui furono poi documentate dagli esami medici».
Al terzo colpo vediamo Kennedy sobbalzare leggermente all’indietro, come se lo sparo fosse arrivato da davanti.
«L'idea che un corpo si sposti all'indietro solo se è colpito dal davanti sembra logica, ma non è corretta dal punto di vista balistico: il premio Nobel Jose Alvarez, e numerose prove successive, hanno dimostrato che un oggetto che ha le caratteristiche e il peso di una testa umana, se viene colpito da un proiettile sparato da un fucile come il Carcano provoca un piccolo foro d'entrata e poi fa esplodere la parte da cui esce, provocando una sorta di "spruzzo" di materia vivente che produce una spinta contraria, verso la direzione da cui è arrivato il proiettile. Alvarez lo ha chiamato “effetto jet”».
Passiamo alla non meno celebre “collinetta erbosa”. Si trovava sulla destra del corteo presidenziale. Si ipotizzò che un secondo killer potesse aver sparato da lì.
«Ma quella zona era piena di gente e proprio lì si trovava anche Zapruder, che stava filmando la scena: impossibile pensare che qualcuno potesse stargli a un metro o poco più di distanza, sparando con un fucile, senza che né lui né altri se ne accorgessero».
Fece discutere anche la registrazione audio del poliziotto motociclista McLain nella quale sembravano udirsi quattro spari.
«Nel 1978 si pensò di avere trovato una registrazione sonora della sparatoria in Dealey Plaza, effettuata per errore dalla motocicletta di un poliziotto di scorta. La registrazione era molto confusa, ma alcuni esperti del suono dissero di avere identificato 4 spari, alimentando così l'idea di un complotto. Tuttavia, quando il poliziotto in questione ebbe finalmente modo di ascoltare la registrazione confermò che non era la sua: lui si trovava molto indietro rispetto a Dealey Plaza, e non
avrebbe potuto registrare nulla. Inoltre, quando Kennedy fu trasportato d'urgenza in ospedale, tutte le auto e le moto accesero le sirene, ma su quella registrazione non c'era traccia di sirene. Si scoprirà solo tempo dopo che quell’audio proveniva da una moto che si trovava al Trade Mart, il luogo dove Kennedy era atteso per il pranzo: troppo lontano per registrare gli spari».
Al passaggio del corteo presidenziale un signore che stava sul ciglio della strada aprì un ombrello, malgrado fosse una giornata soleggiata. Sarebbe stato ribattezzato “Umbrella Man”. Il suo gesto fu interpretato come un segnale convenuto per iniziare a sparare. Si sospettò addirittura che il tizio impugnasse un fucile camuffato da ombrello. Invece?
«L'uomo sarà in seguito identificato in Louis Steven Witt, ex agente delle
assicurazioni, il quale spiegò che con quel gesto voleva richiamare l’attenzione su qualcosa che pensava avrebbe potuto imbarazzare il presidente. Prima della Seconda guerra mondiale, il padre di Kennedy, Joseph, era ambasciatore americano in Inghilterra. L’ombrello di Witt doveva simboleggiare le politiche conservatrici del primo ministro inglese di allora, Chamberlain, noto per portarsi sempre appresso un ombrello. Poiché Kennedy era un democratico, l’idea era quella di ricordargli che suo padre aveva invece sostenuto un conservatore.
Ovviamente c’è da dubitare fortemente che se Kennedy fosse sopravvissuto e avesse notato l’uomo con l’ombrello avrebbe fatto nella sua mente quel tortuoso collegamento. Ma è un classico esempio di come spesso sia più facile cercare, e trovare, ipotesi cospiratorie e dietrologiche per fatti che, invece, possono avere spiegazioni del tutto banali, anche se assolutamente inimmaginabili».
Un altro personaggio enigmatico, o presentato come tale, fu la cosiddetta “Lady Babushka”. Chi era?
«La ribatezzarono così perché nelle pellicole amatoriali di Zapruder e altri, porta un foulard annodato sopra la testa come usavano le donne anziane in Russia. In russo babushka significa nonna o vecchia signora. La donna, che indossa un cappotto giallo, sembra impegnata a scattare fotografie o a fare riprese del corteo presidenziale proprio nei momenti in cui il presidente viene colpito dai proiettili. Ogni tentativo di identificarla fallì perché in tutte le foto o nei filmati in cui compariva aveva il volto coperto dalla macchina o la testa inclinata. Probabilmente si trattò di una donna qualunque che non seppe mai di essere diventata un mistero per alcuni teorici del complotto».
L’indomani, 23 novembre, un quotidiano neozelandese, il Christchurch Star, scriveva di Oswald pubblicandone una foto. Considerato il fuso orario, sembrò impossibile che in Nuova Zelanda potessero già sapere.
«Chi sostiene l’idea del complotto rileva che quando Oswald fu ufficialmente
incriminato, in Nuova Zelanda era già giorno. Come avrebbero potuto allora pubblicare un articolo così dettagliato da contenere anche la foto di Oswald? La risposta che costoro si danno è che la versione ufficiale dei fatti era già pronta per i giornalisti ancora prima della sparatoria, prova dunque che c’era stata congiura. Questo scenario, però, non tiene conto degli orari. L’edizione straordinaria è uscita in Nuova Zelanda all’ora di pranzo del sabato, che corrisponde alle 18 circa del venerdì a Dallas. Quando esce il giornale, insomma, Kennedy è già stato ucciso da quasi sei ore e Oswald già arrestato da quattro. Sarà incriminato più tardi, ma nel frattempo i corrispondenti presenti a Dallas hanno già diramato in giro per il mondo tutte le informazioni sul delitto e sul sospettato».
Una foto molto discussa mostrava Oswald sulla porta del deposito di libri
da cui partirono i colpi nello stesso momento in cui venivano sparati. Come a dimostrare che in quegli istanti lui non si trovava col fucile alla finestra del sesto piano.
«L’uomo sulla porta non è Oswald, ma Billy Nolan Lovelady, un impiegato del
deposito, che aveva una discreta somiglianza con Oswald. Fu identificato dalla polizia e dalla Commissione Warren praticamente subito. Anche la seconda Commissione d'inchiesta lo ha potuto confermare ascoltando gli altri dipendenti del deposito presenti nella foto, che hanno subito riconosciuto Lovelady. E poi, conducendo un esame antropometrico sul viso dell’uomo ritratto: un viso che aveva caratteristiche diverse rispetto a quello di Oswald. Nonostante tutte queste analisi, e nonostante che perfino i principali sostenitori dell’ipotesi cospiratoria abbiano escluso che la foto ritragga Oswald, diversi presunti esperti continuano a sostenere il contrario».
Dopo l’assassino fiorì un autentico mercato delle testimonianze. Una
signora, tale Jane Hill, distribuiva biglietti da visita presentandosi come “la testimone più vicina al presidente” al momento dell’attentato.
«La Hill divenne ospite assidua di convention e talk show facendo una serie di dichiarazioni contradditorie e sempre più improbabili. Disse che chiamò Kennedy dalla strada, che lui si girò per guardarla e fu allora che venne colpito. Disse poi di avere visto un uomo che sparava dalla collinetta erbosa e di essersi buttata in mezzo alla strada per inseguirlo, rischiando di essere investita. Ma è sufficiente osservare il filmato di Zapruder, e altri documenti di quel momento, per vedere
che la Hill (riconoscibile dal cappotto rosso) resta praticamente immobile per tutto il tempo, non chiama il presidente, lui non si gira verso di lei, la donna non si mette a correre da nessuna parte: anzi, a un certo punto si siede sul prato e rimane lì. Forse Jane Hill credeva davvero a quello che diceva, chiaro esempio di come i nostri ricordi possono cambiare col passare del tempo».
Ad arricchire il frullato ci furono anche tutti quelli che confessarono di aver ucciso Kennedy.
«Sono letteralmente decine i mitomani che nel corso degli anni si sono auto accusati di essere i “veri” assassini. Tra questi Charles Harrelson, un criminale arrestato per l’omicidio del giudice federale John H. Wood Jr. Padre dell’attore Woody Harrelson, Charles confessò al momento del suo arresto, nel 1980, di essere stato anche il cecchino della collinetta erbosa. In seguito dirà che la confessione era stato un tentativo di prolungare la propria vita mediatica. Un altro carcerato, James Files, si attribuirà anche lui, nel 1992, il ruolo di “killer della collinetta erbosa”. Il periodo era favorevole, il film di Oliver Stone era appena
uscito, e lui e un giornalista cercarono di vendere una serie di video-interviste della confessione ai network televisivi. La Nbc si interessò al materiale, finché non ebbe modo di vederlo, accorgendosi di quanto palesemente false fossero le dichiarazioni di Files. L’uomo sosteneva, per esempio, di avere conosciuto Oswald nel 1961, impossibile poiché questi era ancora in Unione Sovietica. Files disse che in Dealey
Plaza insieme a lui c’era anche Jack Ruby, il futuro assassino Oswald, mentre in realtà al momento dell’attentato Ruby si trovava nella redazione del Dallas Morning News per dettare un’inserzione per uno dei suoi locali notturni, e fu visto da diversi testimoni. Sempre Files affermò inoltre di avere colpito la tempia destra di Kennedy, mentre tutte le fotografie dell’autopsia sul corpo del presidente mostrano la tempia destra come intatta. Pseudo “celebrity” e mitomani sono pronti a dire e a ricordare qualunque cosa possa regalare loro qualche minuto di visibilità».
Nella mente di tutti ci sono le contro-verità raccontate da Oliver Stone nel
suo film JFK - Un caso ancora aperto e basate sull’inchiesta del procuratore Jim Garrison. Quel castello accusatorio mostrava però notevoli lacune. Quali?
«Garrison non era interessato a stabilire la verità, ma solo a confermare l'idea
che si era immaginato, anche se tutte le prove che raccoglieva lo smentivano. Puntava solo a diventare famoso e a figurare come un eroe. Gli stessi collaboratori di Garrison e i testimoni confermarono di essere stati minacciati o costretti da lui a dire il falso pur di accontentarlo. Già in passato si era avventurato in accuse e condanne sensazionalistiche, senza avere prove per ciò che sosteneva, ma la vicenda Kennedy, in cui portò in galera persone innocenti, rappresentò la fine della sua carriera. Quando si candidò nuovamente al posto di procuratore distrettuale e fu sconfitto, accusò l’Fbi e la Cia di avere pilotato le elezioni. “Credo che non fosse del tutto sano di mente” ha detto Milton Brenner, avvocato e collega di Garrison a New Orleans. “Vedeva cospirazioni ovunque e c’è una parola che definisce questa condizione: paranoia. So che è un termine abusato, ma se mai ha descritto un uomo quello era lui... Credo che con l’indagine su Kennedy sia andato completamente fuori di testa. Era instabile e te ne rendevi conto dallo sguardo folle che aveva negli occhi”».
La Commissione Warren, la prima incaricata dell’inchiesta, fu bistrattata
come se avesse sposato la versione ufficiale (Oswald unico killer): quella architettata dal Potere.
«La commissione fu voluta dal presidente Lyndon Johnson, subentrato a Kennedy, per eliminare qualsiasi ombra di dubbio sul coinvolgimento di potenze straniere, cosciente del fatto che un’eventuale responsabilità di Cuba o dell’Urss avrebbe portato dritti alla Terza guerra mondiale. La commissione dovette indagare in tempi strettissimi, esaminando un’enorme quantità di materiale: oltre 25 mila interviste e 2.300 rapporti d’indagine forniti dall’Fbi, per un totale di 25 mila pagine. La commissione e il suo staff legale dovettero lavorare quattordici ore al giorno per sette giorni alla settimana, e il 24 settembre 1964 resero pubblico il rapporto finale di 888 pagine, che riassumeva i 26 volumi riempiti dall’intera inchiesta. La risposta conclusiva fu chiara e netta: Oswald aveva ucciso il presidente e lo aveva fatto da solo. Ci furono errori o imprecisioni, certamente, ma nulla che potesse smentire o
modificare questa conclusione».
Oggi negli Stati Uniti sono ancora maggioranza quelli che dietro l’omicidio
Kennedy vedono un complotto o comunque qualcosa di losco?
«Secondo i più recenti sondaggi, del 2017, circa il 61 per cento degli americani
è convinto che altre persone fossero coinvolte nell’assassinio oltre a Oswald. La crescente diffidenza nei confronti degli organismi governativi e federali, alimentata da politiche nazionaliste o populiste, ha sicuramente incoraggiato la mentalità complottista, favorita anche dagli algoritmi dei social. Tuttavia, a sorpresa, il
sostegno per le ipotesi complottiste sul caso Kennedy è in calo rispetto alla fine degli anni ’80, quando raggiungeva circa il 75 per cento della popolazione. Tra i motivi ci sono i numerosi studi e documentari che hanno ricostruito le dinamiche dell’assassinio utilizzando le tecnologie più moderne e ricostruzioni tridimensionali».
Lei non è pregiudizialmente contrario all’idea di una cospirazione, ma si
limita a dimostrare che finora non ce n’è prova. È possibile che dietro
Oswald “unico cecchino” ci fossero dei manovratori e che il suo non sia
stato soltanto un gesto di autoesaltazione omicida?
«Qualunque scenario è possibile, ma servono prove solide. Studiando a fondo la storia personale di Oswald, si scopre che era una persona fortemente disturbata, convinta di meritare le attenzioni e il successo che non aveva nella sua vita o sul lavoro, dove era visto come un mitomane, un esaltato e un fallito. Quando venne a sapere che il corteo del presidente sarebbe passato sotto la finestra dell'edificio in cui lavorava da poco, pensò che il destino gli aveva dato l'occasione per entrare nella storia: non aveva pianificato una fuga, forse perché fino all’ultimo non sapeva se avrebbe avuto il coraggio di sparare, ma sognava di finire nei libri di storia da eroe e quando fu catturato immaginò forse un lungo processo che gli avrebbe regalato per anni la prima pagina sui giornali. Invece, fu assassinato da un altro perdente come lui, Jack Ruby, proprietario di nightclub, il quale gli sparò, sognando a sua volta di essere portato in trionfo come eroe, e invece finì in carcere dove morì anni dopo per un tumore».
Quanto e che cosa resta da desecretare sul caso JFK? E che cosa potrebbe venirne fuori?
«Nel dicembre 2022 gli Archivi Nazionali americani hanno pubblicato, su indicazione del presidente Biden, oltre 13 mila documenti contenenti
informazioni relative all’assassinio del presidente. La collezione completa dei documenti sull’assassinio Kennedy, istituita dai National Archives nel novembre 1992, si compone di circa cinque milioni di pagine. La maggior parte di questi documenti è stata resa disponibile al pubblico, senza restrizioni di accesso, già dalla fine degli anni Novanta. Con la pubblicazione dello scorso dicembre, oltre il 97 per cento dei documenti della collezione è ora accessibile a tutti. Ebbene, è
forse uscita qualche rivelazione clamorosa da questi nuovi documenti? No, non è uscito nulla di particolarmente rilevante. Così come non era mai uscito in passato. Ma questo non perché la Cia trattenga ancora, in quel 3 per cento di documenti ancora segreti, l’improbabile “vero nome” del o degli assassini di Kennedy».
Perché allora?
«In quelle carte, molto probabilmente, si trovano riferimenti a operazioni e a strategie di intelligence, con i nomi delle persone che vi erano impegnate all’epoca, e che magari sono ancora vive o ancora attive, e, se fossero resi pubblici potrebbero bruciarne la copertura o invadere la loro privacy. No, il motivo per cui non c’è da sorprendersi se da questi documenti desecretati non esce – e non uscirà – mai nulla di rilevante è un altro. E si spiega semplicemente con il fatto che chi ha condotto le inchieste sull’assassinio del presidente, e in particolare la Commissione che il Congresso istituì nel 1977 per condurre un’indagine più approfondita, e con tecniche più moderne rispetto a quelle disponibili ai tempi della Commissione Warren, ha già avuto accesso a tutti i documenti relativi al caso. Tutti. Anche quelli che all’epoca erano segreti e sarebbero rimasti coperti dal segreto per altri quaranta o cinquant’anni. Nel 1977 la Commissione già poté
esaminare ogni singolo file di quell’archivio, anche se non ha potuto condividerlo pubblicamente, e concluse che non c’era nulla in quelle carte che potesse cambiare la conclusione secondo cui a sparare a Kennedy fu il solo Lee Harvey Oswald. Con quei soli tre spari».
Sul Venerdì del novembre 2023