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Le differenze tra Olocausto e Shoah

QUESTIONI (NON SOLO) DI CUORE: Ogni settimana Natalia Aspesi risponde alle lettere dei lettori
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Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.

Scrive il lettore Mario Moncada di Monforte:

Ha ragione lei quando, nel Venerdì del 10 novembre, scrive: «Io non ho mai capito l’antisemitismo, mi è sempre sembrato assurdo il nome, una stortura antica e priva di senso». Mi permetta di chiarire perché. Nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso lavoravo alla Olivetti e, trasferito a Ivrea all’Ufficio studi della Società, conobbi Adriano Olivetti, ebreo. Un personaggio particolare, come uomo e come imprenditore, che per capirlo mi spinse a leggere i numerosi libri sull’Ebraismo che nelle biblioteche aziendali erano numerosi. La conclusione per me fu che l’Ebraismo era una grande religione ma, soprattutto, una grande filosofia della vita. Ho appreso anche che l’espressione “antisemitismo” non indica assolutamente un fatto etnico ma indica un fatto linguistico. Essere un popolo semita, quindi, non indica mai un distinti…

Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.

Scrive il lettore Mario Moncada di Monforte:

Ha ragione lei quando, nel Venerdì del 10 novembre, scrive: «Io non ho mai capito l’antisemitismo, mi è sempre sembrato assurdo il nome, una stortura antica e priva di senso». Mi permetta di chiarire perché. Nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso lavoravo alla Olivetti e, trasferito a Ivrea all’Ufficio studi della Società, conobbi Adriano Olivetti, ebreo. Un personaggio particolare, come uomo e come imprenditore, che per capirlo mi spinse a leggere i numerosi libri sull’Ebraismo che nelle biblioteche aziendali erano numerosi. La conclusione per me fu che l’Ebraismo era una grande religione ma, soprattutto, una grande filosofia della vita. Ho appreso anche che l’espressione “antisemitismo” non indica assolutamente un fatto etnico ma indica un fatto linguistico. Essere un popolo semita, quindi, non indica mai un distintivo aspetto etnico ma soltanto linguistico: è un fatto che, senza alcun dubbio, vale anche per gli ebrei. Essere “antisemita”, quindi, vorrebbe dire letteralmente mostrare ostilità verso coloro che parlano una lingua semitica: cioè gli arabi, i palestinesi, gli etiopi e, ovviamente, gli ebrei. Ha un senso? No. Comunque, per evitare equivoci, occorre concludere che, se non esiste un antisemitismo, esiste purtroppo un doloroso antiebraismo che ha origine nell’ostilità medievale della Chiesa cattolica verso quanti, fedeli alla loro religione, non si convertivano al Cristianesimo. Queste considerazioni sono completate con l’affermazione che non c’è stato mai neppure un Olocausto. Ciò non nel senso che non ci sia stata la persecuzione nazista degli Ebrei, che deve essere chiamata Shoah, come dicono i veri Ebrei. L’Olocausto, nella tradizione ebraica antica, ha il significato di offerta di sé stessi ad un ideale e per la Legge che Dio diede a Mosè, quello dell’Olocausto è un rito sacro (Levitico, 1, 1-17). Allora, poiché questi è il significato della parola olocausto, guardando a come è stato perpetrato lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti tedeschi, non sembra che si possa fare riferimento né all’Olocausto della tradizione religiosa né a quello ideale. Non a quello religioso perché i nazisti, che erano il soggetto attivo, non offrivano le vittime a nessun dio: volevano “semplicemente” eliminare gli Ebrei. Non a quella ideale, inoltre, perché mancava anche la sacralità della forma e la sacralità del luogo che, per la Legge data da Dio a Mosè, erano elementi imprescindibili del sacrificio. Inoltre, in quei poveri uomini che andavano al massacro non c’era nessuna adesione a quell’evento. C’era il rifiuto più netto e, se c’è rifiuto, non c’è quello che, per la cultura ebraica, è sempre stato l’Olocausto. Pertanto c’è stata quella che i veri Ebrei chiamano Shoah: una tragedia. Antisemitismo e Olocausto sono le due parole infondate che quanti hanno tradito i grandi valori dell’Ebraismo, i sionisti, usano per ricattare l’umanità non solo in terra di Palestina. Sarebbe utile farlo sapere a coloro, i più, che disinformati subiscono il condizionamento che nasce da quelle due parole.

La ringrazio per la sua lettera e anche per i tanti libri che ha scritto, e che non conosco, alcuni dedicati anche alla sua città, Palermo, che ha avuto tra i Moncada anche tre viceré. La pubblico, pensando che ci sia gente molto più informata di me che possa darle ragione, o anche no. Conoscendo la sua storia alla grande meravigliosa Olivetti di Ivrea, qui racconta cose essenziali, per chi come me, non sa quasi nulla. Il suo scritto arriva in un momento che si è fatto all’improvviso tragico, soprattutto per Israele e il resto di quella parte del mondo. Riconfesso qui la mia ignoranza e cerco di capire la differenza che lei fa tra Olocausto e Shoah: l’Olocausto è il sacrificio di sé imposto alla vittima che lo rifiuta, la Shoah è quando l’uomo viene sacrificato per eliminarlo, per toglierlo dalla vita, come fecero i nazisti nei campi di concentramento. Quindi, “l’antisemitismo e l’Olocausto sono le due parole infondate di quanti hanno tradito i grandi valori dell’Ebraismo...”?

Sibilla e Indi, due casi disumani

Premetto che nessuna motivazione politica e tantomeno religiosa mi spinge a scriverle queste righe, a proposito di due casi solo all’apparenza diversi. Sibilla Barbieri è stata costretta a morire lontana da casa. Anche la piccola Indi Gregory è morta lontano da casa. Entrambe hanno subito una legge, diversa in entrambi i paesi. Ma fondamentalmente insensibile a quanto di più umano esista nella morte, soprattutto dinnanzi ad una morte che ci pone un’unica scelta: morire nella propria casa. Scelta inconsapevole da parte di Indi, fatta dai suoi genitori per lei, consapevolissima da parte di Sibilla, adulta e cosciente. La trovo in entrambi i casi una imposizione disumana. Sorvolo sulla disumanità anche stupida, di dare speranze a chi non ne ha più ma che si aggrapperebbe a tutto per averne come nel caso dei genitori di Indi. Sibilla non ne aveva più e questa disumanità appare ancora più stupida. Grazie,
Sara Pagano

Capisco la sua lettera e le ragioni per cui me la invia. Lei pensa alla disumanità di una legge che ha tenuto lontano da casa, dal morire nella propria casa, due figure diventate da noi emblematiche. Due persone, una incosciente, l’altra decisa, per cui la casa era una figura astratta, o l’idea di una casa, di quanto si dà alla casa il compito di proteggerci. Per quanto dolorose ma forse inevitabili, io non so prendere una decisione, pensare chiaramente, immaginare soluzioni diverse. Cosa è bene, cosa è male? Cosa fa “meno” male? La piccola Indi non aveva mai visto la sua casa, dai tragici otto mesi era tenuta in vita senza sapere di esserlo, ferita da dolori che solo lei sentiva e che rendevano la sua vita, nel suo torpore, assente. Certo i suoi la sapevano viva anche se chiusa in un buio insensato. Senza presente, senza futuro, immobile nella lunga agonia. Macchine che da otto mesi la tenevano in vita, molto costose per un ospedale pubblico: è bastato staccarle e la vita si è spenta. Ecco, pur nella angoscia di quel momento, avrei gridato, anziché “vergogna!”, un GRAZIE! a chi ha tolto l’orribile non-vita di Indi, e contemporaneamente ringraziato il gentile ospedale romano che, sapendo di non poter fare niente più di quello inglese, si aspettava un miracolo per salvarla, chissà poi in che condizioni. Quanto a Sibilla Barbieri, a me è spiaciuto moltissimo che abbia scelto la morte, bella e decisa, senza possibilità di scampo. Probabilmente non era la sua casa che sognava, ma forse un luogo senza dolori. Come andare a letto la sera e poi svegliarsi: un altro giorno.

Se nascesse lo Stato di Savoia

Apprezzo il suo coraggio nel mettere in chiaro quello che un energumeno le ha rinfacciato delle sue scelte personali. Sembra uno scritto del direttore della Verità sotto mentite spoglie. Ognuno è libero di vivere come preferisce. Invece mi è parsa in difficoltà sulla tragedia palestinese. La lettera in cui viene ricordato che la terra venne acquistata dagli ebrei è rivelatrice. Sarebbe curioso se un gruppo di italiani dopo aver comprato la Savoia dovesse ritenersi nel giusto a fondare un nuovo Stato solo perché avrebbe la proprietà. Non lo è. Le auguro tanta vita, abbiamo bisogno della sua saggezza.
Enrico Venieri

Per forza: quell’esodo di uomini e corpi di donne sempre avvolte nel velo che le ricopre tutte, portando con sé su carri, muli, e vecchie auto fracassone, file e file di uomini col volto chiuso dalla disperazione, coi bambini sempre di grande bellezza e la voglia ancora di ridere, mi angosciano nel loro incessante passaggio. E non sappiamo dove andranno, chi li accoglierà, chi darà loro finalmente un rifugio. Dove vanno? Da chi scappano? Chi temono? Chi li vuole sterminare? Chi ha bisogno di aiuto sarebbero i palestinesi, a
chi vorremmo togliere il velo sono le donne palestinesi. Vorrei indicare luoghi sicuri alle donne palestinesi, ma hanno Hamas, che può essere feroce come lo è stato il terribile 7 ottobre: poi c’è l’Iran e l’Egitto e l’America e Putin... Poi ci sarebbero, per ridere, anche i fascisti scemi del liceo Caffè di Roma – ma quelli non contano nulla, come il loro professore, che però è monarchico!

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