Libero bidet in libero Stato
di Massimo GianniniCinquant’anni fa, in queste ore, entrava in vigore un decreto che ci ha segnato la vita per un po’ e la memoria per sempre. La sera del 23 novembre 1973 il quarto governo Rumor lanciò la famosa Austerity. Anche allora era appena riesploso il conflitto mediorientale, con la guerra del Kippur del 6 ottobre; l’Opec dimezzò la produzione di petrolio e il prezzo al barile impazzì.
Così la povera Italietta-sempre-in-bolletta tirò la cinghia. Limiti di velocità severi sulle strade, benzinai chiusi e circolazione vietata nei giorni festivi, saracinesche dei negozi abbassate alle 19, cinema teatri e trasmissioni tv interrotti alle 23, illuminazioni pubbliche e insegne pubblicitarie oscurate di …
Cinquant’anni fa, in queste ore, entrava in vigore un decreto che ci ha segnato la vita per un po’ e la memoria per sempre. La sera del 23 novembre 1973 il quarto governo Rumor lanciò la famosa Austerity. Anche allora era appena riesploso il conflitto mediorientale, con la guerra del Kippur del 6 ottobre; l’Opec dimezzò la produzione di petrolio e il prezzo al barile impazzì.
Così la povera Italietta-sempre-in-bolletta tirò la cinghia. Limiti di velocità severi sulle strade, benzinai chiusi e circolazione vietata nei giorni festivi, saracinesche dei negozi abbassate alle 19, cinema teatri e trasmissioni tv interrotti alle 23, illuminazioni pubbliche e insegne pubblicitarie oscurate di notte.
Chi l’ha vissuta, come noi boomers, l’Austerity non se la può dimenticare. Le domeniche a spasso, le città piene di gente a piedi e in bicicletta, la sera chiacchiere in famiglia o dagli amici e poi a letto presto. Ogni volta che ripeschiamo dalla mente certe immagini, presi da una melanconia pasoliniana, rimpiangiamo quel bel tempo che fu. Eravamo poveri. Eravamo felici. Ma forse lo crediamo oggi, solo perché allora eravamo giovani, come esige la trappola dei ricordi. Lo cantava anche il poeta, rivedendosi bambino: “E tutto mi sembrava andasse bene/ tra me e le mie parole/ e la mia anima…”.
Se adesso gliela racconti ai figli o ai nipoti, l’Austerity, ti guardano come se fossi un alieno che parla di un altro pianeta. E io li capisco. La mitica “decrescita felice” mi ha sempre lasciato perplesso (specie quella propalata da noi del mondo ricco a spese di quello derelitto). Non ne sono un teorico: la “miseria come destino” di Thomas Malthus, la “critica al consumo vistoso” di Thorstein Veblen, la “fine del lavoro” di Mimmo De Masi.
Non ne sono neanche un pratico: lo sciacquone del water tirato una volta ogni tanto alla Fulco Pratesi, i colletti delle camicie usurati e rivoltati alla Beppe Grillo, le mutande cambiate ogni sette giorni alla Mauro Corona. Not in my name. Niente elogi alla sporcizia collettiva.
Ma ci farebbe bene un po’ di sano ripasso delle tesi del Club di Roma di Aurelio Peccei e delle idee di Serge Latouche: la crescita che non vuol dire sviluppo, la competizione individuale che azzera la cooperazione tra i popoli. E ci farebbe altrettanto bene un’attenzione minima agli stili di vita, visto che razionalizzare i consumi energetici riduce il global warming, e quindi rallenta la distruzione del Pianeta.
L’anno scorso, grazie al Signor Putin, un po’ di economia di guerra l’abbiamo fatta. Secondo il Piano Cingolani dell’estate 2022, ridurre di un grado il riscaldamento in casa ci è costato 326 euro in meno a famiglia. Tagliare due minuti di tempo e tre gradi di temperatura alla doccia quotidiana ci ha fatto risparmiare 252 euro. Senza sognare un’altra Austerity, mi basterebbe già questo scampolo di sobrietà. Per il resto, libero bidet in libero Stato.