Favino, Mastandrea & Servillo: siamo divi, ok, ma a modo nostro
di Paola ZanuttiniStanno tutti bene, è un sollievo vederli pettinati e di bell’aspetto. Già, perché Toni Servillo, Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea non se la passano tanto bene in Adagio, il film che, dopo Romanzo criminale-La serie e Suburra, conclude la trilogia noir su Roma di Stefano Sollima. Reduci della Banda della Magliana al crepuscolo, brutti, sporchi e meno cattivi di un tempo, il primo è affetto da demenza intermittente, il secondo ha il cancro all’ultimo stadio, il terzo è cieco. Ma si rimettono in gioco per proteggere un ragazzino alle prese con un poliziotto, inferocito dalla vita e dallo stipendio basso, che prima lo ricatta e poi vuol farlo secco.
È un sollievo anche mettere insieme (su Zoom) le tre star più richieste del cinem…
Stanno tutti bene, è un sollievo vederli pettinati e di bell’aspetto. Già, perché Toni Servillo, Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea non se la passano tanto bene in Adagio, il film che, dopo Romanzo criminale-La serie e Suburra, conclude la trilogia noir su Roma di Stefano Sollima. Reduci della Banda della Magliana al crepuscolo, brutti, sporchi e meno cattivi di un tempo, il primo è affetto da demenza intermittente, il secondo ha il cancro all’ultimo stadio, il terzo è cieco. Ma si rimettono in gioco per proteggere un ragazzino alle prese con un poliziotto, inferocito dalla vita e dallo stipendio basso, che prima lo ricatta e poi vuol farlo secco.
È un sollievo anche mettere insieme (su Zoom) le tre star più richieste del cinema italiano, perché riunirle solo per un’ora ha comportato una fatica organizzativa non indifferente. Favino, il più internazionale, è a Budapest per le riprese di Maria (Callas), regia di Pablo Larraín; gira anche Le Comte de Montecristo diretto da Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte; ha concluso Napoli - New York di Gabriele Salvatores; e intanto è nei cinema con Comandante di Edoardo De Angelis.
Servillo ha due film in lavorazione: Caracas di Marco D’Amore e Iddu, di Piazza e Grassadonia, in attesa di cominciare ad aprile un altro lavoro con Roberto Andò. Mastandrea, oltre alla recentissima e trionfale uscita di C’è ancora domani, opera prima di Paola Cortellesi, è alle prese con il suo secondo film da regista: Nonostante («Cioè, l’ho fatto nonostante il primo») in cui, stavolta, recita anche. E, dal 30 novembre sui nostri schermi, sarà per la terza e ultima volta l’ispettore Ginko nella saga Diabolik dei Manetti Bros.
Avvertenza: in questa intervista, già complicata di suo visto che siamo in quattro, ci daremo del tu per semplificare. Perché ci manca solo che il lei introduca un’entità femminile unidentified. Poi: Mastandrea cazzeggia spesso, ma con toni lunari quasi impercettibili. E si rivolge a Favino col suo soprannome Picchio, a volte Picchio Maria; mentre Servillo, il più serio di tutti, cadenza: Pierfrancesco. Ognuno si riferisce a Sollima, il regista, con il nome proprio, Stefano. E Cortellesi è sempre Paola. Io chiamo tutti per cognome, come a scuola.
Favino, alla proiezione veneziana di Adagio ci ho messo venti minuti per riconoscerti: calvo, anchilosato, rinsecchito.
Favino: «Mi fa molto piacere, davvero. Capita di raro l’opportunità di scomparire del tutto, ed è una velleità. Il nostro mestiere dovrebbe essere quello di mettersi nei panni di un altro e tentare di farci dimenticare».
Quanto sei dimagrito?
«Più o meno otto chili».
Dal Buscetta del Traditore e dal Craxi di Hammamet, hai avviato una trasfigurazione quasi pericolosa.
«Ci sono stati anche film in cui non è avvenuto, penso a L’ultima notte di Amore o a Corro da te o a Nostalgia. Insomma: non è una cifra. Il desiderio sarebbe quello di non distrarre lo spettatore con la tua presenza, e in questo caso c’erano delle condizioni anche grafiche che Stefano ha voluto dare al film, per cui questa trasformazione era necessaria. E, per quel che mi riguarda, anche piacevole».
È un ossimoro, perché poi in quella sparizione c’è molta presenza.
«Forse proprio perché in quei 20 minuti tu non sai che sono io e quindi segui più la storia che non chi la interpreta. È questo che mi piace».
Quanto interferisce con la percezione del personaggio da parte del pubblico il fatto che l’interprete sia una star riconosciuta e amata?
Servillo: «È evidente che nella relazione tra l’attore e il pubblico si stabilisca una sorta di confidenza, no? Anche di affetto, curiosità. Però è chiaro che poi l’attore cerca sempre di servire il personaggio, come diceva anche Pierfrancesco. E servirlo significa sottrarre il più possibile se stessi, per quanto una parte di te ce la metti sempre, seppur nascondendola. Il vero trucco dell’attore non è quello che si fa sulla faccia o sul corpo, che comunque ha la sua importanza, il vero trucco dell’attore – lo diceva, insospettabilmente, Petrolini – è quello che fai su certe parti di te che cedi al personaggio e poi dissimuli».
Mastandrea: «Dello sparire nei personaggi, con Picchio, ne parliamo tanto perché a modo mio, pure io cerco di sparire. Però nella maniera completamente opposta, cioè: cerco di sparire usando il più possibile cose mie, profonde, che non conosco».
Come l’accento romano in un film veneto, come in Cose dell’altro mondo?
«Questa è una vera menzogna. Comunque, sto facendo un discorso serio: nell’Ultima notte di Amore, per esempio, Picchio non ha avuto una trasformazione fisica, ma non ho visto lui: è sparito perché c’entrano tante cose, l’approccio al personaggio, il contesto in cui ti muovi. E anche in questo film di Stefano ognuno di noi è stato sacrificato per il bene del film: chi con più piacere e chi meno. Per me quattro ore di trucco sono un’ immensa novità e le ho sofferte tantissimo, anche se ho lavorato meno degli altri».
Favino: «Comunque i personaggi in sceneggiatura erano descritti fisicamente così».
Mastandrea: «Per cui, dici tu, potevo pure non accettare, lasciar perdere».
Favino: «Non vorrei che quello delle trasformazioni passasse per un desiderio degli attori: nel mio caso, quasi sempre le ha richieste la sceneggiatura: e a quel punto ti metti o non ti metti a disposizione. Però sono d’accordo con Toni, con la trasformazione, per paradosso, sei molto più svelato».
Questo crepuscolo della banda della Magliana allude ad altri crepuscoli?
Servillo: «Credo che, in un film che si chiama Adagio, Stefano ci abbia voluto mettere a disagio. Forse nella scrittura s’è divertito a infilare tre attori che ama in una situazione anche fisicamente estrema alle prese con una redenzione quasi impossibile, mentre tutto intorno a loro brucia: regole, valori, istituzioni, il presente, il futuro. E l’unica speranza è che ci sia un taglio netto con tutto questo disordine: solo una generazione nuova può operarlo».
Favino, tu che avevi già lavorato nel 2005 in Romanzo criminale, il film, non la serie, vedi un’evoluzione?
Favino: «La criminalità si è sicuramente evoluta, le modalità in cui era nata la banda della Magliana non sono quelle con cui ha continuato ad esistere, oppure si è sciolta in altre attività. Basta pensare a quanto è successo qualche anno fa, con Mafia Capitale e altre storie toccate da Stefano in Suburra. Però questo mondo dei tre cani sciolti, abbandonati in un angolo, io l’ho trovato anche assurdamente poetico. Sono immagini molto forti, quasi da letteratura americana».
Mastandrea, è un caso che hai girato quasi di seguito in due Rome distopiche? In Siccità di Virzì il Tevere è prosciugato e qui la città è assediata dal fuoco e rabbuiata dai blackout.
Mastandrea: «Nel film che sto girando invece c’è il vento. Va bene pure quello, no? A parte questi eventi meteorologici, tutte le storie sulla decadenza di Roma e i suoi sottotesti mi hanno stufato. È vero, c’è una decadenza sociale e culturale, Roma è minuscola, non c’è niente, ci si è rinchiusi nei quartieri – in quelli dove si può ancora vivere – ed è quasi impossibile girarci un film, ma penso che Stefano parli d’altro. Inserisce piccole storie in contesti che prendono fuoco. Ha fatto un film classico con tutti gli elementi del cinema di genere».
Servillo: «Secondo me è anche un film sulla paternità, perché il vero protagonista è un ragazzino e, nel tentare di proteggerlo, questi tre ex delinquenti declinano tre diversi modi di raccontare la paternità. Il film è interessante per questo, e anche rispetto agli altri film di Stefano. L’ha chiamato Adagio perché voleva un altro passo per entrare nei suoi personaggi».
Mastandrea: «Ho letto un’intervista a Werner Herzog: a una domanda sui giovani e la speranza ha risposto che i giovani devono meritarsela, la speranza, quindi vanno anche responsabilizzati, invece che compatiti, accompagnati, ipercompresi. Poverini, c’hanno i social? Impareranno a usarli! O a buttarli, o a nascere già in cattività. Però, ripeto, questo film parla di altro, di uno che non ce la fa e l’epicità del cinema gli viene in soccorso. L’epicità del cinema è quella di riunire tre semiassi distrutti e costruirci un camion dove farlo salire a bordo, proteggerlo e tutto il resto. I bei film si muovono su regole drammaturgiche semplici, che vanno avanti dai tempi della tragedia greca».
E in questo caso?
Mastandrea: «Amicizia, legami, senso di colpa, padre, figlio. Ci sta tutto. Poi Toni, per favore, vienimi in soccorso sulla tragedia greca. Tu ne sai, io la cito, ma non l’ho mai letta».
Servillo: «L’hai detto: ambizioni, colpe che ricadono tra una parte e l’altra... La verità è che il film suggerisce ai giovani di ribellarsi a questo disordine».
Invece, nelle note di regia, Sollima suggerisce: finiamola di considerarci in ritardo rispetto ad altre industrie cinematografiche perché siamo veloci, preparati, agili e possiamo tener testa al resto del mondo. Giusto, però poi che succede?
Mastandrea: «Non credo che nessuno in Italia si senta inferiore ad altre cinematografie. Certo, dobbiamo lavorare con più pistole alla tempia perché c’è meno tempo, perché in pochi possono permettersi di fare un film in serenità. Ma il vero problema è il dopo: noi facciamo i film perché vengano visti, perché vengano distribuiti in un contesto eterogeneo e sano, invece spesso questo non avviene, soprattutto con i film più piccoli e le opere prime, lasciando da parte poi alcuni casi eccezionali come quello di Paola. È un problema produttivo, distributivo, di sistema, perché poi di gente che sa fare cinema in Italia ce n’è tanta. E anche l’allontanamento del pubblico dal nostro cinema dipende da molti fattori: ci metto anche la mia categoria che molto spesso non va incontro al pubblico. Però, dico, come ci vado? I contenitori in cui parlare di cinema non esistono, non esistevano prima dei social, che ora hanno le dirette Instagram: ma è un modo sano per arrivare al pubblico? E poi il pubblico dove lo trova il film? Nella sala di quartiere: ma c’è ancora? Perché il pubblico la ritualità del cinema la deve seguire, il suo cinema di quartiere ce lo deve avere».
Favino: «L’ultima notte di Amore al botteghino ha incassato 3,6 milioni e il primo giorno su Sky ha fatto 298 mila presenze. Il problema è perché quelle 298 mila presenze non siano al cinema».
Ma, al nostro cinema, le piattaforme nuocciono o sono una boccata d’ossigeno?
Servillo: «Possano dare molto, però creano anche una moltiplicazione di merce, merce, merce che invita a consumare, consumare, consumare. Credo facciano un lavoro che va nella direzione di un infinito intrattenimento ed è una grande responsabilità. Perché quando si sceglie di uscire di casa per vedere un film, e questo film comincia, si svolge e finisce, noi abbiamo fatto un’esperienza conclusa, invece di prestarci a un inesauribile rincoglionimento».
Favino: «Sulle debolezze del nostro cinema c’è corresponsabilità di tutti, inclusi i giornalisti».
In che senso?
«Nel senso che l’Italia ha un problema col successo degli italiani. Esce Barbie e un intero Paese dice che meraviglia!, un intero Paese lo sostiene. Il pubblico questa cosa la sente, è una cosa vecchia. E dà fastidio, perché tu in qualche modo sei a rappresentare il tuo Paese, ma devi sempre scontrarti con il pregiudizio: se un film italiano è bello, come quello di Paola cui non faccio che mandare messaggi di felicità, c’è sempre il ma davanti: “Ma è bello!”».
Servillo: «È un carattere nazionale l’incapacità di gestire e vivere il successo in leggerezza, senza doverlo smontare per capire cosa c’è dietro. Come se non facesse bene a tutti la forza del nostro cinema in sala e all’estero. È anche vero che noi azzardiamo pochi progetti in coproduzione. Prendiamo il caso della Francia: a me è capitato di recitare con tanti attori francesi e in un film dove c’era anche Pierfrancesco, Le confessioni di Roberto Andò, ho avuto il piacere di duettare spesso con Daniel Auteil. Lui si rammaricava molto che una relazione privilegiata tra il cinema francese e il cinema italiano si fosse interrotta. C’è stato un momento in cui i nostri attori erano popolarissimi in Francia e gli attori francesi erano popolarissimi in Italia, al punto che non sapevi distinguerne la nazionalità. Questi legami andrebbero favoriti anche quando si immaginano delle storie».
Favino: «Va detto che il cinema francese non si fa il problema della lingua, mentre da noi un film coi sottotitoli se lo guardano solo i giovani. Poi c’è la felice eccezione di Io capitano di Garrone».
Ognuno con i suoi caratteri, siete i Gassman, Sordi, Mastroianni, Manfredi di quest’epoca. Ma in Italia come si definisce lo status di una star?
Mastandrea: «Una star italiana è un dado, un dado vegetale con cui cucinare dei brodi da paura».
Favino: «L’Italia non le vuole le star, non le vuole più. Faccio un esempio. Sto girando un film con Pierre Niney: l’intero comparto del cinema francese ha l’interesse di fare in modo che Pierre Niney sia rappresentativo, perché se lo è i suoi film hanno successo, il cinema francese ha successo e il pubblico si rappresenta con piacere in un volto nazionale riconosciuto all’estero. Se c’è questa attenzione, allora si può costruire, anche industrialmente, un sistema attorno a queste figure. E infatti in Francia ci sono ancora le star, tante, riconosciute, rispettate nel mondo».
Anche le nostre lo erano un tempo.
Favino: «Perché avevano intorno ancora un mondo interessato a fargli mantenere quel livello, perché così si vendevano molto meglio i loro film all’estero. La nostra era l’unica cinematografia latina forte e si giravano molti più film di oggi».
Mastandrea: «Posso dire una cosa prima che me la scordo? Io credo che la star è il prodotto naturale di un sistema che funziona. Cioè: non è che viene creata la star per supportare il sistema, infatti Picchio ha portato un esempio di attori che stavano in un contesto che produceva divismo nel senso positivo del termine, perché era un sistema che macinava, era un’industria che esportava. Da noi oggi le star sono quattro over 50, e quattro under 50. Non parliamo delle attrici, pochissime».
Servillo: «La star è il prodotto di un sistema che funziona e nasce dentro quel sistema. Poi quel sistema decide di continuare a investire sulla star moltiplicando le storie, utilizzando quell’attore per creare una relazione di affezione con il pubblico».
Parliamo un po’ di autori. Non ci sono più i Fellini-Rossellini-Visconti di una volta.
Mastandrea: «Credo invece che si stia affermando una generazione nuova, lo sento proprio da spettatore. Non esportiamo solo Sorrentino e Garrone».
Fuori i nomi.
Mastandrea: «Penso ai gemelli D’Innocenzo, penso a Pietro Castellitto».
Favino: «Giovannesi».
Mastandrea: «Sì, Claudio, con cui ho anche lavorato e che conosco bene. E Noce, Claudio Noce».
Favino: «De Angelis»,
Mastandrea: «Edoardo. Bella ‘sta cosa: tu dici i cognomi, e io i nomi. Eppoi ci sono anche tante autrici».
Favino: «Alice Rohrwacher, che ha più mercato fuori che da noi, come Guadagnino».
Mastandrea: «Luca».
Come reagite quando, durante la lavorazione o a una prima visione del girato, vi accorgete che quel film non vi piace?
Favino: «Non mi è mai capitato di fare un film che fosse esattamente quello che ci si era immaginato in sceneggiatura o al primo ciak. Per fortuna non esiste una regola per cui un film sarà un sicuro successo. In realtà un film riuscito non è la somma degli addendi che ci sono lì dentro: spesso serve una specie di energia esterna, quasi magica che, quando poi vai a mettere insieme gli elementi, forma qualcosa che neanche il regista aveva immaginato. C’è chi lo chiama dio del cinema».
Servillo: «Quello che a volte ti mette insieme a un regista, a un progetto, è proprio l’idea che sia una sfida. Potrebbe funzionare o no, è questo che ti tiene vivo: andare contro corrente. La formuletta non esiste. Poi ci sono dei film che al primo montato ti fanno esclamare: oddio no! E invece rilavorandoli al montaggio, forse per intercessione di questo fantomatico dio del cinema, le cose si aggiustano».
Favino è ormai un attore internazionale. Servillo un po’ di meno, nonostante i film da Oscar e Palma d’oro. Mastandrea sembra che non ci pensi proprio a sconfinare.
Mastandrea: «Le tre volte che ho recitato in inglese poi non mi sono rivisto per pudore. O vergogna. Non credo di essere pronto o molto interessato: né io né il cinema straniero ci teniamo a lavorare insieme».
Servillo: «Io recito in teatro quasi 200 sere su 365 giorni all’anno. È un bel mestiere, che mi tiene molto occupato e, a proposito di mercificazione, è anche una scelta di vita. Sono molto felice di aver lavorato in dei film italianissimi che hanno avuto un largo consenso all’estero. E quando, per anni, ho portato Goldoni nelle capitali del mondo era un grande piacere vedere che nei cinema di quelle città davano Gomorra o La grande bellezza».
Favino: «E poi ci sono anche attori che hanno rifiutato Hollywood: Vittorio Gassman se ne tornò dicendo “A me questo mondo non interessa”. E aveva fatto Guerra e pace».
Sul Venerdì del 24 novembre 2023