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La Dubai delle meraviglie è merito di un italiano

 Il lago dei cigni dell’Hungarian National Ballet

 
Non solo teatro, ma un vero centro delle arti: l’Opera House è la meraviglia della città emiratina. Diretta da un giovane italiano dalle idee chiare. Prossimo ospite: l’orchestra della Scala
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Dubai. Che invidia! Un teatro d’opera moderno, splendente e prezioso in un punto strategico di Downtown Dubai. Dentro, profumo di nuovo: palchi in radica a guscio di noce e 2.000 poltrone realizzate con gli stessi pellami e le stesse nuance di rosso di Ferrari e Lamborghini. E vetrate panoramiche che affacciano sui prodigi architettonici della città – Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, appuntito e snello, la notte, quando il pubblico sciama verso la Dubai Opera House, si accende come un albero di Natale postmoderno. E lampadari in cristallo a cascata e zampilli d’acqua intermittenti e ascensori panoramici.

Stravagante? Forse, ma soprattutto accogliente. E il pubblico. Invidia! Cosmopolita, entusiasta, effervescente, partecipe, in dishdasha e kefiah, smoking o dégagé (a Dubai convivono 3 milioni di residenti di 200 nazionalità; solo l’8 per cento della popolazione è formata da emiratini). Ma soprattutto giovane, che pensando alle prime dei nostri teatri (coi conti perenne…

Dubai. Che invidia! Un teatro d’opera moderno, splendente e prezioso in un punto strategico di Downtown Dubai. Dentro, profumo di nuovo: palchi in radica a guscio di noce e 2.000 poltrone realizzate con gli stessi pellami e le stesse nuance di rosso di Ferrari e Lamborghini. E vetrate panoramiche che affacciano sui prodigi architettonici della città – Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, appuntito e snello, la notte, quando il pubblico sciama verso la Dubai Opera House, si accende come un albero di Natale postmoderno. E lampadari in cristallo a cascata e zampilli d’acqua intermittenti e ascensori panoramici.

Stravagante? Forse, ma soprattutto accogliente. E il pubblico. Invidia! Cosmopolita, entusiasta, effervescente, partecipe, in dishdasha e kefiah, smoking o dégagé (a Dubai convivono 3 milioni di residenti di 200 nazionalità; solo l’8 per cento della popolazione è formata da emiratini). Ma soprattutto giovane, che pensando alle prime dei nostri teatri (coi conti perennemente in rosso) viene il magone. Qui si fa (non solo) opera, e i conti tornano. Negli Emirati Arabi Uniti business e cultura viaggiano su binari paralleli. Resto senza parole quando mi mostrano le poltrone di platea che, schiacciando un paio di pulsanti, scompaiono sotto il parterre, e lo spazio miracolosamente si ricompone in un enorme ballroom per matrimoni ed eventi a disposizione di clienti danarosi. Per non parlare di Belcanto, il ristorante italiano del roof, con la vista migliore, ça va sans dire.

La facciata dell’Opera di Dubai realizzata da Emaar Properties

 

 

Ora, quando si tratta di bel canto, si sa che senza l’Italia non si cantano messe, anche se noi i teatri li chiudiamo e le orchestre le sciogliamo, mentre loro – astuti parvenu che se a corto di idee le comprano – si caricano di gloria. Così la prestigiosa Orchestra del Teatro alla Scala di Milano ha accettato l’invito, e il primo dicembre terrà un concerto di gala nel corso del 2023 United Nations Climate Change Conference (COP 28), con il direttore Michele Gamba, il soprano Aida Garifullina e il tenore Piero Pretti. A maggio arriva il Balletto dell’Opera di Roma con La Nuit Blanche e l’étoile Eleonora Abbagnato (costumi di Maria Grazia Chiuri per Dior).

Ma se la Dubai Opera House, inaugurata nel 2016 con un concerto di Plácido Domingo, sta andando a gonfie vele – con un magnifico programma interculturale destinato a una comunità di etnie, religioni e tradizioni diverse – è anche merito del giovane e carismatico italiano Paolo Petrocelli, 38 anni, uno dei manager culturali più influenti della sua generazione (lo dice il World Economic Forum) da poco nominato sovrintendente. Romano, diplomato in violino al Conservatorio di Santa Cecilia, laureato in Musicologia alla Sapienza e con una solida esperienza in istituzioni prestigiose, Petrocelli ha un curriculum da paura per il suo impegno nella diplomazia culturale, ma come tanti italiani (moltissimi a Dubai) è un cervello in fuga. «Non lo vivo come un esilio ma come una missione quotidiana. Questo è un mestiere che non esiste senza passione e determinazione. La prospettiva internazionale mi stimola molto, ma sento anche che vorrei dare un contributo all’Italia», dice.

E già tesse relazioni con le nostre istituzioni più virtuose, come l’Auditorium Parco della Musica di Roma. «Dobbiamo solo capire come interagire, cosa siamo in grado di esportare». Ma basta dare un’occhiata alla Stagione 2023/24 per capire che le occasioni non mancheranno: opera, balletto, musica da camera, musical, concerti pop, world music, jazz (in arrivo l’ensemble MusicaEterna di Teodor Currentzis, che con l’inizio della guerra in Ucraina è rimasto paralizzato in Russia, ma anche Ludovico Einaudi, Gidon Kremer, Ravi Coltrane, Mike Oldfield, Matteo Bocelli e una vasta selezione di artisti mediorientali – anche da Iran, Palestina e Kazakistan, Insh’Allah. La Jerusalem Symphony Orchestra, per ovvi motivi, rimandata sine die). «La chiamiamo House of Cultures proprio per mettere insieme mondi distanti fra loro», aggiunge Petrocelli.

Il suo è un curriculum importante, avrebbero dovuto spalancarle le porte in patria.
«Ho sempre pensato a una carriera internazionale, anche quando ero in Italia – con l’Opera di Roma, l’Accademia Chigiana, l’Accademia Stauffer, il Festival Pianistico di Bergamo e Brescia – ho lavorato incessantemente sulla costruzione di rapporti internazionali. Oggi la sfida della Dubai Opera è una delle più interessanti e stimolanti per un manager culturale. Per tanti motivi: innanzitutto, Dubai è una delle piattaforme globali dove convergono tanti interessi e tante opportunità. Poi la Dubai Opera non è solo un teatro per la classica e la lirica, ma un vero e proprio centro per le arti performative. Per finire, ci sono pochissime istituzioni al mondo, a parte la Sydney Opera House e il Metropolitan di New York, che abbiano una programmazione così diversificata. Lo considero uno step importante per poter tornare in Italia ed essere utile in patria».

Ammesso che nelle nostre istituzioni la meritocrazia abbia ancora un valore.
«Su questo tema mi sono espresso più volte, e non solo per un interesse personale. Il mio percorso dimostra la chiara difficoltà di fare fronte comune con una generazione di giovani manager culturali. Siamo in pochi, e c’è ancora la distanza incolmabile tra una generazione senior e una più giovane. Non si tratta soltanto di avvicendamento, ma di affiancamento, sviluppare una visione culturale del Paese, portare avanti idee nuove e coraggiose per una visione diversa del nostro sistema culturale. C’è poi un problema amministrativo-gestionale che però è secondario rispetto alle idee, e non lo stiamo prendendo di petto. Ci stiamo concentrando molto sul nome del prossimo direttore o del prossimo sovrintendente, ma qual è la visione? Che ne sarà di noi domani?».

Sono decisioni che al momento spettano alla politica più che le singole istituzioni.
«Sarebbe ipocrita non dirlo: c’è un’influenza decisiva della classe politica nella gestione del nostro sistema culturale. Ma sono convinto che la forza delle idee di una generazione, di un gruppo dirigenziale giovane, possa creare meccanismi nuovi e più dinamici. D’altra parte, c’è anche una certa riluttanza nei giovani, che a volte hanno paura di esprimersi attraverso le idee e i progetti e il lavoro; non c’è la determinazione a creare un cambiamento. C’è una sfiducia generale che li paralizza, dovrebbero reagire e fare rete».

Com’è vivere qui per un manager italiano?
«I ritmi sono frenetici, c’è la necessità di fare tanto, sempre di più, sempre meglio, nuovo, diverso. Può essere faticoso, a volte. Ma anche molto stimolante. Sono qui da meno di un anno e ho incontrato il mondo. Lo vedi a teatro. A meno di risiedere in una grande capitale internazionale, non hai quel tipo di parterre. Difficile incontrare insieme i Ceo di Chanel, Cartier, Dior e Van Cleef and Arpels. È un modo di coniugare l’arte e gli affari».

Ha avuto qualche esperienza in patria che si avvicini a questa?
«All’Opera di Roma: con Fuortes ero assistente per tutta la parte di sviluppo internazionale. Sono stati anni di grande trasformazione, faticosi, anche perché il cambiamento implica sempre un processo lento e complesso. Anche l’esperienza alla Stauffer di Cremona è stata importante. Una piccola Accademia gestita da una delle fondazioni private italiane più solide, che gestisce un progetto di eccellenza quasi unico al mondo».

Ci sarà spazio in futuro per giovani manager?
«È ridicolo. In Italia abbiamo accettato un giovane presidente del Consiglio, ma è considerato rischioso far gestire un teatro a chi ne ha meno di sessanta»..

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