Le ultime madri di piazza Tienanmen
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO. Risponde con voce gentile Zhang Xianling. Poche parole interrotte qua e là da una connessione non proprio stabile. Probabile ci siano altre orecchie in ascolto sul suo telefono di casa. Zhang è una delle fondatrici delle Madri di Tienanmen, donne coraggiose che da trentaquattro anni chiedono al Partito comunista cinese che sia fatta giustizia su quello che accadde nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989, quando i carri armati entrarono nel cuore di Pechino soffocando le richieste di riforme e aperture di decine di migliaia di ragazzi che per 50 giorni occuparono pacificamente la piazza del potere rosso. Donne che in quella strage hanno perso figli, ma anche fratelli e mariti.
Un “incidente”, come lo etichetta il Pcc, che qui rimane argomento tabù. Di cui non si sa ancora il numero dei morti. Eppure la memoria di quella notte di Pechino di oltre tre decenni fa non si è spenta. Nonostante siano sempre meno a ricordare.
Le Madri hanno appena perso infatti un’altra delle loro…
PECHINO. Risponde con voce gentile Zhang Xianling. Poche parole interrotte qua e là da una connessione non proprio stabile. Probabile ci siano altre orecchie in ascolto sul suo telefono di casa. Zhang è una delle fondatrici delle Madri di Tienanmen, donne coraggiose che da trentaquattro anni chiedono al Partito comunista cinese che sia fatta giustizia su quello che accadde nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989, quando i carri armati entrarono nel cuore di Pechino soffocando le richieste di riforme e aperture di decine di migliaia di ragazzi che per 50 giorni occuparono pacificamente la piazza del potere rosso. Donne che in quella strage hanno perso figli, ma anche fratelli e mariti.
Un “incidente”, come lo etichetta il Pcc, che qui rimane argomento tabù. Di cui non si sa ancora il numero dei morti. Eppure la memoria di quella notte di Pechino di oltre tre decenni fa non si è spenta. Nonostante siano sempre meno a ricordare.
Le Madri hanno appena perso infatti un’altra delle loro compagne di lotta, Zhou Shuzhuang, 87 anni, che in quel massacro perse il figlio 24enne, Duan Canglong, laureato in chimica alla prestigiosa Università Tsinghua di Pechino, ucciso poco dopo l’una di notte del 4 giugno ’89 dall’esercito di liberazione popolare. Gli spararono vicino al Palazzo delle nazionalità, su Chang’an Jie, la “strada della pace eterna”, il lungo viale che porta a Tienanmen. Zhou se n’è andata senza trovarla, quella pace.
Sotto controllo
Zhang non è potuta andare al funerale di Zhou, ma ha mandato una corona di fiori. «Sto riposando con una leggera polmonite. Nulla di troppo grave per fortuna», ci dice al telefono dalla sua casa di Pechino. «Non ci incontriamo più molto spesso, purtroppo. Siamo tutte molto anziane ormai, sopra gli 80 anni. Il Covid ha avuto un impatto molto forte su di noi». Un modo per dire che il loro gruppo, anno dopo anno, si fa sempre più esiguo.
Ma è serena Zhang, felice di parlare – anche se per non più di qualche minuto – con un giornalista straniero. Ci avvisa subito: «Sarei felice di fare un’intervista, ma se provate a venire qui troverete sicuramente guardie fuori casa che vi bloccheranno. Mi è già successo il mese scorso con un’amica giornalista giapponese che voleva passare a trovarmi prima di lasciare la Cina. Mi chiamò e mi chiese se ero in casa. Le dissi di sì. Quel sì fece scattare l’allarme e per venti giorni nei pressi di casa mia c’erano controlli dappertutto. Non siamo riuscite ad incontrarci. Non capisco perché le autorità siano così nervose nei nostri confronti».
Vietato ricordare
Il Partito, invece, lo capisce bene. Ogni anno le Madri scrivono alle autorità chiedendo spiegazioni e giustizia. Molte di loro, compresa l’altra co-fondatrice, Ding Zilin, in questi anni sono state spesso confinate nelle loro case nei giorni “sensibili” che precedono e seguono l’anniversario della strage. Nelle scuole cinesi, il massacro di Tienanmen non viene raccontato in nessun libro di testo, non viene approfondito da nessun canale televisivo e non viene ricordato da nessun monumento. Qualsiasi contenuto online è subito censurato. Le commemorazioni pubbliche sono assolutamente vietate.
Subito dopo la strage furono Ding Zilin e suo marito a mettersi in contatto con le altre famiglie. Zhang Xianling fu la prima a farsi avanti: aveva perso anche lei un figlio, di appena 19 anni. Private del diritto di piangere pubblicamente, Zhang e Ding si sono unite dando vita piano piano a questo gruppo che oggi conta poco più di cento persone, non solo donne – «ma non chiamateci organizzazione», ci corregge al telefono – che si sostengono a vicenda, raccolgono informazioni e registrano meticolosamente dettagli relativi all’identità delle vittime e le circostanze della loro morte.
Nel corso degli anni hanno compilato una lista che ora segna 202 morti: la maggior parte erano studenti tra i 17 e i 25 anni. L’elenco non è nemmeno lontanamente completo, ma è il resoconto più esauriente delle vittime di Tienanmen finora disponibile.
Nessun massacro
«Nessuno dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese ha mai chiesto di noi e nessuno ha mai pronunciato una parola di scuse, come se il massacro non fosse mai avvenuto», scrivono le Madri in alcune delle lettere aperte mandate nel corso di questi anni alle autorità comuniste.
«Chiedere al governo di rispondere del massacro secondo la legge è un nostro legittimo diritto. Da 34 anni portiamo avanti le tre richieste di verità, risarcimento e responsabilità in modo pacifico e ragionevole, chiedendo dialogo. La storia del 4 giugno è diventata un argomento proibito. Noi familiari delle vittime siamo diventati un gruppo emarginato di persone sofferenti. Gli unici che vengono a farci visita sono i poliziotti, oppure il personale del ministero della Sicurezza dello Stato». E però, nonostante tutto, le mamme di Tienanmen ancora non si sono arrese.
Sul Venerdì del 24 dicembre 2023