Il boom del Golfo: in mostra a Napoli i paesaggi del tempo di Napoleone
di Benedetta CraveriEruzione del Vesuvio nel 1771, un dipinto di Pierre-Jacques Volaire esposto nella mostra Napoli al tempo di Napoleone. Rebell e la luce del Golfo, fino al 7 aprile 2024 alle Gallerie d’Italia di Napoli.
Napoli. È una splendida evocazione di Napoli al tempo di Napoleone. Rebell e la luce del Golfo, quella che ci offre, sul filo d’Arianna della pittura di paesaggio, la mostra in corso dal 23 novembre fino al 7 aprile 2024 alle Gallerie d’Italia di via Toledo. Che il panorama del Golfo partenopeo fosse tra i più belli al mondo era una certezza condivisa che aveva già fatto di Napoli una tappa canonica del Grand Tour settecentesco. I Borbone, per primi, avevano promosso e collezionato la illustrazione pittorica del suo paesaggio, avvalendosi di artisti stranieri di indubbio talento. Ma negli anni tra il 1806 e il 1815 – il cosiddetto decennio francese – Napoli visse una stagione straordinaria che investì di una energia nuova le sue istituzioni come la sua vita culturale ed artistica.
Assicuratasi, nel 1804, la corona imperiale, Napoleone Bonaparte procedette a ridisegnare la carta politica europea incoronando sovrani dei Paesi caduti sotto l’egemonia francese i membri della sua stessa fa…
Napoli. È una splendida evocazione di Napoli al tempo di Napoleone. Rebell e la luce del Golfo, quella che ci offre, sul filo d’Arianna della pittura di paesaggio, la mostra in corso dal 23 novembre fino al 7 aprile 2024 alle Gallerie d’Italia di via Toledo. Che il panorama del Golfo partenopeo fosse tra i più belli al mondo era una certezza condivisa che aveva già fatto di Napoli una tappa canonica del Grand Tour settecentesco. I Borbone, per primi, avevano promosso e collezionato la illustrazione pittorica del suo paesaggio, avvalendosi di artisti stranieri di indubbio talento. Ma negli anni tra il 1806 e il 1815 – il cosiddetto decennio francese – Napoli visse una stagione straordinaria che investì di una energia nuova le sue istituzioni come la sua vita culturale ed artistica.
Assicuratasi, nel 1804, la corona imperiale, Napoleone Bonaparte procedette a ridisegnare la carta politica europea incoronando sovrani dei Paesi caduti sotto l’egemonia francese i membri della sua stessa famiglia e destinando al Regno di Napoli il fratello maggiore, Giuseppe Bonaparte. Assunto il potere nel febbraio del 1806, il nuovo sovrano avviò a sprone battuto un numero impressionante di riforme, a cominciare dall’abolizione della feudalità Ma nel maggio del 1808, Napoleone lo destinò al trono spagnolo e inviò al suo posto a Napoli il cognato Gioacchino Murat, marito della sorella Carolina. I nuovi sovrani erano giovani, belli, eleganti, e ripresero con passione ed energia la difficile opera di modernizzazione del paese iniziata dal loro predecessore. A folgorare Carolina fu innanzitutto la bellezza del paesaggio di Napoli e della sua regione: capì quanto fosse importante ingaggiare degli artisti capaci di darne testimonianza.
Grazie a prestiti d’eccezione, come le numerose vedute del Golfo e della regione dipinte da Joseph Rebell, provenienti per la maggior parte dal Belvedere di Vienna, la mostra ci restituisce una Napoli sospesa tra storia e mito. Abbiamo chiesto a Gennaro Toscano, consigliere scientifico della Bibliothèque nationale de France e professore all’École nationale des chartes, uno dei quattro curatori della mostra con Sabine Grabner, Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca, di illustrarcene alcuni momenti chiave.
Gennaro Toscano, consigliere scientifico della Bibliothèque nationale de France, uno dei curatori della mostra
Professor Toscano, possiamo cominciare dagli splendidi ritratti dei protagonisti di questa breve ma densa stagione politica e culturale?
«Il primo è naturalmente il ritratto ufficiale di Napoleone in abiti imperiali dipinto dal barone Gérard, il pittore prediletto da Bonaparte. Se il ritratto di Napoleone è una immagine icastica dell’Impero, quello di Murat, realizzato dallo stesso Gérard nel 1801, evoca la leggendaria foga delle sue cariche a cavallo e lo rappresenta in una delle sue fantasiose tenute ad effetto: un dolman verde, un attillatissimo pantalone rosso con la cintura tricolore, stivali verdi e accompagnato da un paggio nero che regge il suo esuberante colbacco. Il valore militare ha riscattato le sue umili origini, e Murat si è fatto ritrarre in piedi secondo l’iconografia riservata ai membri delle famiglie regnanti o dell’alta aristocrazia».
C’è poi quello della bella Carolina Bonaparte, che era riuscita ad ottenere dal fratello la corona napoletana per sé e il marito.
«Eseguito da Élisabeth Vigée Le Brun tra il 1806 e il 1807, lo splendido ritratto mostra la ventiquattrenne Carolina, all’epoca ancora granduchessa di Clèves e di Berg, ritratta anche lei in piedi in compagnia della figlia Letizia. Poiché Gérard era oberato dagli incarichi, Carolina si rivolse, con un vero colpo di genio, alla pittrice prediletta di Maria Antonietta, oramai passata di moda. A Napoli, durante la Rivoluzione, l’artista aveva ugualmente ritratto la regina Maria Carolina di Borbone di cui proprio Carolina avrebbe finito per usurpare il posto».
Entrambi i Murat erano ambiziosi e Carolina – “la testa di Cromwell su un grazioso busto femminile”, Talleyrand dixit – volle condividere il potere con il marito, il quale si mostrò invece tetragono nel tenerla fuori dalle decisioni di governo. Come si divisero i campi di azione?
«In linea di principio, lui fa la guerra e governa – introducendo il codice civile. Lei si occupa invece della vita di corte, delle scoperte archeologiche e dell’allestimento delle regge. Ma quando, nel giugno del 1812 Murat parte per la campagna di Russia, Carolina assume la reggenza e nei tre anni successivi è lei il vero motore della vita politica, artistica e culturale del regno».
Joseph Rebell, Vista di Atrani vicino ad Amalfi, 1817. Il pittore austriaco fu chiamato a Napoli dalla regina Carolina Bonaparte (1782-1839)
Un tratto comune ai due coniugi è la passione per l’arte e il collezionismo. Come avevano sviluppato un così spiccato senso del bello?
«Dopo essere stata educata nel raffinato collegio di Madame Campan, Carolina aveva seguito l’esempio di tutti i Bonaparte che vedevano nella promozione delle arti un mezzo di ascesa sociale. Ancora a Parigi, mentre abitava al palazzo dell’Eliseo, aveva raccolto una importante raccolta d’arte antica e moderna. Ma per lei come per Murat fu fondamentale il soggiorno a Firenze, nel 1801, dove, grazie al pittore François-Xavier Fabre, alla contessa d’Albany e al diplomatico e collezionista di pittura italiana François Cacault, poterono visitare le grandi collezioni d’arte della città. Murat, che aveva indubbiamente molto occhio, acquistò a Roma, con un colpo da maestro, due capolavori di Canova, i gruppi con Amore e Psiche giacenti e stanti, oggi al Louvre, e la Donna nuda che dorme di Ingres, una tela purtroppo scomparsa. Non si trattava però di opere commissionate ma di capolavori disponibili sul mercato. La vera collezionista fu la moglie».
Quale era il gusto di Carolina?
«Manifestò subito una predilezione per la pittura di storia, detta anche troubadour, molto in voga a Parigi, e commissionò piccoli, incantevoli quadri di questo genere a Ingres e numerose vedute di interni a Granet. A Napoli fece risistemare secondo il nuovo gusto neoclassico le residenze reali, facendo dialogare in uno stesso ambiente oggetti archeologici e dipinti antichi con quadri e vedute contemporanee».
Furono proprio le vedute, come illustra ora la mostra, a costituire il lascito più importante del mecenatismo di Carolina. Arrivata a Napoli, ebbe infatti un vero cri du coeur per la bellezza del paesaggio partenopeo che le fece scrivere: «È la terra promessa». Come prese forma il suo progetto di immortalarne l’incanto attraverso la pittura?
«La giovane sovrana aveva innanzitutto bisogno di una serie infinita di vedute della sua nuova capitale e dei paesaggi circostanti non solo per far conoscere in Francia le bellezze del Golfo ma anche per arredare le residenze reali svuotate dai Borboni che avevano trasferito le loro collezioni a Palermo dove avevano trovato rifugio. Inoltre l’instabilità politica del regno aveva messo in fuga i pittori di paesaggio “forestieri” venuti nel corso del Settecento da altri centri italiani e soprattutto dal Nord dell’Europa. I fratelli Hackert scapparono da Napoli e si recarono a Firenze e nel 1799 venne anche a mancare Pierre-Jacques Volaire, il pittore famoso per i suoi dipinti delle eruzioni del Vesuvio. Carolina trovò a corte solo Simon Denis, il paesaggista di origine fiamminga, ma di formazione francese, ingaggiato da Giuseppe Bonaparte, e lo confermò nella carica di pittore di Camera. Si affrettò però a fare venire da Parigi anche Alexandre-Hyacinthe Dunoy, vedutista caro ai Bonaparte. che rimase al suo servizio fino al 1815».
Perché Carolina scelse proprio Dunouy?
«Perché apprezzava i suoi paesaggi chiari e luminosi d’après nature e le sue composizioni razionali e meticolose dominate dalla luce del Golfo, ed inoltre era francese. Non fu certo un caso se l’unico pittore al suo servizio a non esserlo fu l’austriaco Joseph Rebell, che però condivideva con Dunouy la stessa visione della natura».
Perché, nel 1813, la sua scelta cadde proprio su Rebell?
«Le era stato raccomandato da Giuseppe Capecelatro, arcivescovo di Taranto, grande collezionista, ministro dell’Interno nonché suo confidente e cicerone. E come possono constatare anche i visitatori della mostra la sua scelta non poteva rivelarsi più felice. Entrato all’Accademia di Belle arti di Vienna, nel 1804 Rebell poté seguire i corsi di pittura ad olio di Michael Wutky, grande paesaggista che aveva vissuto a Napoli tra il 1781 e il 1783, dipingendo squarci drammatici del Golfo. A sua volta, nel corso del triennio campano (1813-1815), Rebell dipinse per Carolina le vedute dei palazzi reali di Napoli, di Portici, della Favorita, i paesaggi dei Campi flegrei e della costiera amalfitana, facendo della luce del Golfo, con i suoi chiari di luna e le terribili eruzioni del Vesuvio, un tema centrale della sua produzione anche dopo aver lasciato Napoli. A Roma e poi a Vienna, il pittore replicò – grazie a studi ad olio su carta e su tela eseguiti sul posto, oggi conservati alla Nationalbibliothek di Vienna – vedute napoletane per il re di Baviera, per l’imperatore d’Austria e per Maria Luisa, duchessa di Parma. E così contribuì a consacrare l’immagine di Napoli nell’immaginario europeo».
Sul Venerdì del 24 novembre 2023