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La trap del conformismo

PER POSTA: ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì. «Esaltare il bullismo, la violenza, il maschilismo o il culto del denaro ha poco a che vedere con il lavoro di un artista, molto con la pigrizia culturale e con la mediocrità personale»
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Caro Michele, riguardo le parole di Cristiana Capotondi contro i testi della trap, mi sovviene un ricordo di infanzia. Anni Settanta. Mia madre, casalinga, ascoltava la radio mentre lavorava (sì, la casalinga è un lavoro, molto impegnativo, anche se non retribuito). Canzoni napoletane, bellissime. Tra queste, alcune tremende: ’A Legge; Cinematografo. Canzoni scritte da maschi (entrambe di un grande autore, E. A. Mario), dove i protagonisti (maschi) vivono l’abbandono, o l’autonomia femminile, con pathos crescente che culmina nel femminicidio. Ricordo, nella mia mente di fanciullo, l’identificazione provata per l’abbandonato, per questo suo dolore straziante che lo porta ad un gesto estremo. E confesso anche, ahimè, l’assenza di empatia per la vittima, detta in gergo ’a malamente, che col suo comportamento inaccettabile (aveva osato abbandonare il maschio o manifestare comportamenti sconvenienti per l’onore dello stesso), evidentemente, un po’ se l’era meritato. Fortunatamente, per la …

Caro Michele, riguardo le parole di Cristiana Capotondi contro i testi della trap, mi sovviene un ricordo di infanzia. Anni Settanta. Mia madre, casalinga, ascoltava la radio mentre lavorava (sì, la casalinga è un lavoro, molto impegnativo, anche se non retribuito). Canzoni napoletane, bellissime. Tra queste, alcune tremende: ’A Legge; Cinematografo. Canzoni scritte da maschi (entrambe di un grande autore, E. A. Mario), dove i protagonisti (maschi) vivono l’abbandono, o l’autonomia femminile, con pathos crescente che culmina nel femminicidio. Ricordo, nella mia mente di fanciullo, l’identificazione provata per l’abbandonato, per questo suo dolore straziante che lo porta ad un gesto estremo. E confesso anche, ahimè, l’assenza di empatia per la vittima, detta in gergo ’a malamente, che col suo comportamento inaccettabile (aveva osato abbandonare il maschio o manifestare comportamenti sconvenienti per l’onore dello stesso), evidentemente, un po’ se l’era meritato. Fortunatamente, per la mia crescita emotiva e sentimentale, poi ho avuto altri modelli maschi: un padre (operaio Italsider) perbene e gentile; autori con altri punti di vista; tanta ma tanta musica altra. Non mi sognerei mai di cancellare quelle canzoni, anzi, le terrei a modello per le generazioni future, come un viaggio nel tempo per far capire quanto fossero turpi certi pensieri del passato. Forse per questo oggi mi sento di dire ai ragazzi della trap che sostengono che le loro canzoni non sono altro che fiction: vero. Ma, per favore, vi prego, non scriviamone mai più, di canzoni così.
Salvatore Colantuono

Caro Salvatore, grande tema. Non riguarda solo la trap. Riguarda, più in generale, la produzione smisurata di contenuti violenti che la cultura di massa sgranocchia come patatine, morti ammazzati, sadismo, sopraffazioni confezionate in larga serie, direi con sostanziale leggerezza. Mi ha entusiasmato, nell’ultimo film di Nanni Moretti Il sol dell’avvenire, la scena in cui il protagonista fa irruzione sul set del film di un giovane regista e interrompe bruscamente l’ultimo ciak: la scena di un’esecuzione a sangue freddo. Spiega agli attori e al regista, che rimangono basiti, che la violenza è un tema importante. Non può essere trattato come uno spettacolino di pronto consumo.

Credo sia un bene che l’arte si sia liberata dall’obbligo etico di rappresentare solo “il vero ed il bello”, come si pretese nel mondo antico. Ma c’è un problema enorme: nel nostro evo la quantità ha sopraffatto la qualità. Un Céline, un Tondelli, un Palahniuk (per non dire un Dostoevskij) possono permettersi di frequentare il lato oscuro dell’umano. Ma l’esercito di aspiranti trapper che, per puro conformismo, riempiono di trucide scemenze i loro testi, non è all’altezza del compito che si è prefisso. Si capisce al primo ascolto che lo fanno solo per moda e per conformismo: se il “genere” in voga fosse il culto mariano, si vestirebbero tutti da pastorella e scriverebbero testi tutti nuvolette e profumo di rose.

I pochi trapper di livello (ci sono, mi fido dell’opinione dei miei “influencer” giovani, che mi spiegano le cose che non so) rischiano di scomparire in quel mucchio indistinguibile. Ha fatto bene Capotondi a dire il suo fastidio profondo per quelle parole. Esaltare il bullismo o la violenza o il maschilismo o il culto del denaro solo perché quello è il canone di un genere, ha poco a che vedere con il lavoro di un artista, molto con la pigrizia culturale e con la mediocrità personale. Se è legittimo scrivere con superficialità cose volgari e brutali, è anche legittimo dire: preferirei che tu la smettessi. Non perché la violenza non esiste, ma perché non sei all’altezza di raccontarla.

Giornalisti come killer di chi critica il potere

Gentile Michele Serra, i giornali, ma anche i siti radio/televisivi, sono sempre stati più o meno filo governativi o più o meno di opposizione. Ma in passato i giornali del primo tipo avevano un taglio sobrio, che si occupava poco delle opposizioni e tendeva a edulcorare le critiche al governo motivando variamente il consenso alla sua azione. L’asprezza della critica era riservata a chi si collocava all’opposizione. Scorrendo le rassegne stampa del tempo presente, si assiste ad un paradosso: più i giornali sono schierati a favore del governo e del suo agire, più si occupano quasi integralmente, spesso in modo becero e al limite della sistematica diffamazione, di attaccare l’opposizione. Politica, sindacale, sociale, culturale, insomma chiunque si azzardi a criticare il “potere”. Non voglio citare le testate di cui parlo, tutti le conosciamo, con i loro titoli a volte infamanti non solo verso i soggetti collettivi ma anche contro le persone che si azzardano a criticare il governo. Mi pongo e le pongo una domanda: si può ancora chiamare giornalista chi fa per mestiere il killer di chiunque critichi chi è al potere? E si può chiamare “libera stampa“ un luogo in cui non si fa altro che questo?
Roberto Albertini (Palermo)

Mi piacerebbe poterla smentire. O edulcorare la situazione sottolineando che anche nei giornali di destra appaiono firme di persone civili, stimabili e piacevoli da leggere. Purtroppo la sua analisi è sostanzialmente corretta. La raggiunta egemonia politica della destra (quella culturale, nei media, è già ampiamente in atto da parecchi anni) ha peggiorato di molto l’umore di quei giornali e di chi li dirige. Curioso: si supporrebbe che la vittoria porti serenità. Invece ha portato ulteriore aggressività, e questo induce a qualche riflessione sull’assetto psicologico, e direi anche sullo stile umano, di molti di questi signori. Il problema è che la destra italiana gode assai quando riesce a passare da anticonformista, “fuori dal coro”, frondista. Di qui il linguaggio quasi sempre sopra le righe. Se capissero che sono conformisti fino al midollo, e per giunta conformisti di governo, molti di loro reduci da incarichi pubblici e in totale dimestichezza con il Palazzo, la loro adrenalina svanirebbe e la loro animosità verbale si affloscerebbe.

Fate un po’ di silenzio per il papà di Giulia

Caro Michele, non credi che sarebbe il caso di spendere due parole su come il mondo dell’informazione ha seguito il caso della povera Giulia? Possibile che il padre della povera ragazza sia dovuto uscire da casa e offrire la colazione ai giornalisti presenti, pregandoli di accettare un periodo di silenzio? Qualsiasi azienda concede dieci giorni di permesso all’impiegato che perde un congiunto, per rispettare il suo dolore. E invece un padre è costretto a chiedere per favore un po’ di rispettoso silenzio dopo l’assassinio della figlia. Per non parlare delle tante, troppe parole al vento di improvvisati opinionisti.
Sergio Soraci (Roma)

L’esitazione non fa parte delle facoltà dei media. I capannelli sotto casa di vittime, carnefici, parenti di vittime e carnefici fanno una brutta impressione anche a me. Nel caso in questione, devo dire che l’alta simbolicità di quel delitto giustificava il clamore mediatico. Voglio dire: era importante parlarne. Non tutti sono riusciti a farlo con il tono giusto, e il dovuto rispetto. L’augurio che possiamo fare alle migliaia di ragazze e ragazzi che hanno reagito con grande impeto alla morte di Giulia è di trovarlo finalmente loro, il tono giusto.

Sul Venerdì del 1 dicembre 2023

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