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“Colpo di fortuna” è il nuovo film di Woody Allen: “La mia fortuna? Quella volta che Kate Winslet mi ha dato buca”

Il direttore della fotografia Vittorio Storaro e Woody Allen sul set (Thierry Valletoux)

 
A 88 anni il regista presenta la sua opera numero 50, tutta girata in francese: «In fondo avrei sempre voluto essere europeo». Intervista
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Venezia. Écrit et dirigé par Woody Allen. Che strano effetto i titoli di testa in francese della versione originale di Coup de chance, cinquantesimo film del regista, presentato a Venezia, come sempre fuori concorso perché lui non crede nella competizione. A 88 anni, Allen ha realizzato un sogno: girare un film francese, interpretato da attori francesi che parlano francese, lingua a lui sconosciuta (ma i due croissant che sbocconcella durante l’intervista non gli creano problemi: si chiamano così anche in inglese, sorvolando sulla pronuncia).

Coup de chance, in italiano Un colpo di fortuna, è una storia d’amore, corna e delitto. Un marito ricco, potente e maniaco del controllo, Jean (Melvil Poupaud); una fragile moglie trofeo nostalgica della bohème, Fanny (Lou de Laâge); un amante bohèmien che non va a finir bene, Alain (Niels Schneider); una suocera che adora il genero e poi intuisce che non è così adorabile, Camille (Valérie Lemercier). Su tutto governa il caso, che smonta piani e …

Venezia. Écrit et dirigé par Woody Allen. Che strano effetto i titoli di testa in francese della versione originale di Coup de chance, cinquantesimo film del regista, presentato a Venezia, come sempre fuori concorso perché lui non crede nella competizione. A 88 anni, Allen ha realizzato un sogno: girare un film francese, interpretato da attori francesi che parlano francese, lingua a lui sconosciuta (ma i due croissant che sbocconcella durante l’intervista non gli creano problemi: si chiamano così anche in inglese, sorvolando sulla pronuncia).

Coup de chance, in italiano Un colpo di fortuna, è una storia d’amore, corna e delitto. Un marito ricco, potente e maniaco del controllo, Jean (Melvil Poupaud); una fragile moglie trofeo nostalgica della bohème, Fanny (Lou de Laâge); un amante bohèmien che non va a finir bene, Alain (Niels Schneider); una suocera che adora il genero e poi intuisce che non è così adorabile, Camille (Valérie Lemercier). Su tutto governa il caso, che smonta piani e devia traiettorie. Anche delle pallottole.

È stato un caso o una scelta girare proprio questo film in francese?
«Doveva essere una storia di americani a Parigi, poi ho pensato che questo è forse il mio ultimo film – per questioni di età, ma anche perché sono stanco di cercare finanziamenti – e allora perché non farlo in francese? La Francia mi ha sempre sostenuto. E quando ero giovane, i film importanti venivano tutti dall’Europa: francesi, italiani, svedesi. Hanno influenzato una generazione di cineasti americani e io ho sempre voluto essere un regista europeo».

Ha concesso grande libertà, anche d’improvvisazione, ai suoi attori. Ma sul set, non parlando la loro lingua, come capiva se sbagliavano qualcosa?
«Intanto controllavo che le emozioni funzionassero, poi chiedevo a un assistente che parlava francese se le battute erano corrette e se qualche eventuale cambiamento non avesse snaturato la scena. Nel caso, si faceva un altro ciak».

Quanti ne fa di solito?
«Pochi, il meno possibile. Se riesco a cavarmela con uno o due è fantastico, ma mai più di cinque».

La rosa purpurea del Cairo, La maledizione dello scorpione di giada, Match Point, Scoop, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Magic in the Moonlight, Irrational Man: questo è l’elenco incompleto dei suoi film in cui coincidenza, fortuna, sfortuna, magia, paranormale hanno un ruolo più o meno determinante. Da cosa dipende la fascinazione per l’imponderabile?
«Da ragazzino avevo una passione per i trucchi e la magia: ero un illusionista dilettante e tutte queste cose mi interessano ancora».

Lei non è certo un regista di polizieschi, però crimini e misfatti compaiono in una lista forse ancora più lunga della precedente. E, in alcuni di quelli appena citati c’è un cocktail di caso, delitto e sortilegio.
«Nei film, nei libri, il crimine è un dispositivo narrativo prevalente. Perché è drammatico, può essere anche divertente, ma è molto drammatico. Il pubblico va al cinema per vedere gente che si ammazza in guerra o per qualche delitto. E il crimine cattura perché si presta a inaudite pianificazioni strategiche e si nutre di motivazioni psicologiche e sentimenti estremi: gelosia, rabbia, avidità».

Non possiamo certo tralasciare sesso&tradimento, altro tema ricorrente nel suo cinema.
«Il tradimento è una specie di delitto. Porta a complicazioni e spesso al crimine. Porta a mentire, a false vite, alla doppiezza. E all’omicidio. La maggior parte dei crimini sono commessi o per profitto economico o per amore. O gelosia. A guardare tutti quei documentari di true crime in tv vien fuori che molti omicidi riguardano persone gelose del marito che tradisce o della moglie che tradisce. È affascinante osservarne il processo psicologico. Ed è molto divertente per il pubblico, affascinato da questi documentari come una volta lo era da Delitto e castigo o altri romanzoni».

Ci sono analogie tra Coup de chance e Match Point, ma il sesso tra Lou de Laâge e Niels Schneider è molto più tiepido di quello tra Scarlett Johansson e Jonathan Rhys Meyers.
«Qui non era necessario. È più la storia di una donna che continua a tradire il marito con un’altra persona, e al marito l’idea naturalmente non piace. Così decide – sa, lui è un po’ psicopatico – di sbarazzarsi definitivamente dell’amante».

Il fatto che il marito giochi ancora col trenino elettrico è un sintomo della sua psicopatia?
«Sì, lo definirei un arresto dello sviluppo. È un uomo d’affari di successo che si placa guardando i treni che girano, perché questo soddisfa la sua ansia di controllo: può farli partire e fermare a suo piacimento, come un bambino. È un segno che qualcosa non va in lui, ma nel suo ambiente nessuno immagina che sia un assassino, al massimo pensano sia un uomo affascinante con un hobby che la maggior parte degli adulti non ha».

E ora veniamo a un personaggio molto influente nella sua filmografia: la Madre. Che stavolta non recrimina, rimbrotta, minaccia o piagnucola, ma scioglie il mistero.
«Le madri sono enormemente influenti e importanti nella vita. Lo stesso per il padre: una relazione incredibilmente indelebile».

Ma le madri sono più presenti nei suoi film rispetto ai padri.
«Almeno ai miei tempi il padre era fuori a lavorare tutto il giorno».

Ma non sarà anche il potere della grande mamma ebrea?
«Sì, ma c’è anche la grande mamma italiana e la grande mamma irlandese. L’influenza delle madri si vede soprattutto sulle figlie perché sono più simili a loro, mentre i maschi cercano di identificarsi con i padri, però l’impronta materna è fortissima anche su di loro».

Lei assomiglia di più a suo padre o a sua madre?
«Voglio dire, amo i miei genitori, erano fantastici, ma ho ereditato il peggio da entrambi. Qualunque fossero le stranezze di mio padre e i problemi di mia madre li ho presi tutti».

Nel suo memoir A proposito di niente lei scrive: «Considerando la mia carriera, alcuni diranno che non è stata sempre così fortunata, ma non sanno quante volte è stato il caso a decidere». Ce ne dica un paio.
«Quando ho iniziato, nessuno mi avrebbe dato una chance o i milioni di dollari per fare un film. E proprio quando avevo finito la mia prima sceneggiatura, arrivò una nuova, nuovissima, società cinematografica, la Palomar: non avendo una reputazione, non poteva aspirare a un film o a un regista importante e allora mi ha dato i soldi per Prendi i soldi e scappa. Ha scommesso su di me perché non aveva molte altre possibilità e io costavo poco. Il film è stato un successo e mi ha permesso di avere una carriera cinematografica».

E la seconda botta di fortuna?
«Ce ne sono state molte di più, ma per Match Point è stata fondamentale. Una settimana prima di girare, Kate Winslet mi chiama e dice che non se la sente di girare il film perché ne ha appena finito un altro ed è stata troppo lontana dai figli. Vuole recuperare. Come opporsi a una richiesta simile, anche se non ho un ripiego? Ma poi, proprio lì c’è Scarlett Johansson che non fa nulla. In due giorni sostituisco Kate con Scarlett e, quando giriamo, tutto è al posto giusto. Se ho bisogno di una giornata di pioggia, piove. Se mi serve una giornata di sole, ecco che splende. Tutto quel che voglio si avvera».

Sfortuna, mai?
«Non vorrei portarmi sfiga da solo, ma ho avuto una vita molto fortunata: genitori affettuosi, ottima salute, uno splendido matrimonio, l’ultimo, che dura da 25 anni».

Ma il suo film preferito è La rosa purpurea del Cairo o Match Point?
«Di tutti i miei film me ne piacciono cinque o sei, tra i quali questi due».

E gli altri?
«Midnight in Paris, Zelig, Mariti e mogli».

Quanto tempo ha impiegato per scrivere Coup de chance?
«Non molto. È trovare l’idea che richiede tempo. Anche un mese. Ti siedi e non ti viene niente di buono, poi l’idea arriva e scriverla non è niente di che: due settimane».

Come si evitano i buchi di sceneggiatura e gli ingorghi narrativi?
«Bisogna curare i dettagli, tipo: lo fa uccidere e poi lui scompare e lei non sa dove, pensa che se ne sia andato e che nessuno lo trovi... E poi bisogna essere molto crudeli: la maggior parte dei miei film sono commedie e in fase di montaggio non si possono lasciare cose che non fanno progredire la storia. Una battuta inutile, anche se è meravigliosa, rallenta il film».

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