✕

Fermi tutti, Babbo Natale non ha quasi più renne

Incidenti stradali, mutamento climatico, perdita di habitat: l’allevamento dei cervidi vive un momento di crisi. E ormai anche quelli selvatici sono ridotti a pochi branchi
3 minuti di lettura

IL DRAMMA più evidente sono le renne agonizzanti sulle strade, travolte da auto e camion. Ma gli incidenti stradali, sempre più frequenti,sono soltanto una delle minacce alla sopravvivenza di uno degli animali simbolo della tundra artica e delle foreste boreali di Norvegia, Svezia e Finlandia. In Svezia, nei giorni scorsi Jan Rannerud, presidente della commissione per l’allevamento delle renne del parlamento Sami, la popolazione indigena per le quali le renne domestiche sono la principale fonte di sostentamento, ha chiesto urgenti misure, tra le quali la riduzione dei limiti di velocità e corridoi faunistici per proteggere gli animali. Negli ultimi cinque anni nella sola Svezia, dicono infatti i Sami, sono state 10mila le renne domestiche morte per incidenti stradali.

In Norvegia, da mesi gli attivisti Sami protestano davanti al Parlamento per chiedere la chiusura del più grande parco eolico su terraferma del Paese (uno dei più grandi in Europa), che mette a repentaglio i loro allevam…

IL DRAMMA più evidente sono le renne agonizzanti sulle strade, travolte da auto e camion. Ma gli incidenti stradali, sempre più frequenti,sono soltanto una delle minacce alla sopravvivenza di uno degli animali simbolo della tundra artica e delle foreste boreali di Norvegia, Svezia e Finlandia. In Svezia, nei giorni scorsi Jan Rannerud, presidente della commissione per l’allevamento delle renne del parlamento Sami, la popolazione indigena per le quali le renne domestiche sono la principale fonte di sostentamento, ha chiesto urgenti misure, tra le quali la riduzione dei limiti di velocità e corridoi faunistici per proteggere gli animali. Negli ultimi cinque anni nella sola Svezia, dicono infatti i Sami, sono state 10mila le renne domestiche morte per incidenti stradali.

In Norvegia, da mesi gli attivisti Sami protestano davanti al Parlamento per chiedere la chiusura del più grande parco eolico su terraferma del Paese (uno dei più grandi in Europa), che mette a repentaglio i loro allevamenti di renne. Nell’ottobre 2021, la Corte Suprema norvegese ha già stabilito che la costruzione delle turbine nella penisola di Fosen, vicino a Trondheim, ha violato i diritti dei Sami poiché mette in pericolo il loro stile di vita, ma il progetto non si è fermato. Sono, questi, solo alcuni esempi di come le attività antropiche stanno modificando e rendendo frammentario l’habitat delle renne domestiche. Il problema è economico, poiché sono un po’ come il maiale dell’Artico: forniscono carne, pellicce, latte, ma la loro sopravvivenza non è a rischio. Al contrario, per la popolazione selvatica delle Rangifer Tarandus la situazione è molto preoccupante, anche in considerazione del cambio climatico, che sta modificando le condizioni del ghiaccio e della neve.


«Nella Fennoscandinavia (area che comprende la penisola scandinava, la Finlandia centro e sud orientale, la penisola di Kola e la Carelia) le renne selvatiche erano presenti ovunque» dice John Linnell, del Norwegian Institute for Nature Research (Nina), «ma nel corso delle ultime migliaia di anni questi cervidi selvatici si sono notevolmente ridotti a causa di molti fattori, tra cui la caccia eccessiva, i cambiamenti nell’uso del suolo e la diffusione dell’allevamento. Oggi, sono rimasti soltanto alcuni branchi selvatici nelle montagne della Norvegia meridionale e nelle foreste della Finlandia orientale, al confine con la Carelia russa. Le zone settentrionali di Norvegia, Svezia e Finlandia sono abitate solo da renne domestiche, allevate dal popolo Sami».

L’istituto norvegese ha numerosi programmi di studio sulle renne selvatiche, considerate di enorme valore culturale. In Spagna e Francia pitture rupestri dell’Età della Pietra (circa 30mila a.C.) raffigurano le renne insieme a molte altre specie estinte e, intorno a 19mila anni fa, l’espansione verso Nord del Rangifer Tarandus è considerata la chiave per la colonizzazione dell’Artico da parte dell’uomo. Da allora, l’addomesticazione delle renne, o la loro caccia, è stata fondamentale per le popolazioni indigene, così che la popolazione di renne selvatiche si è progressivamente ridotta a circa 30mila in Norvegia, mentre quella domestica nella Fennoscandinavia è stimata in circa 650mila.

«La situazione è però in rapida evoluzione» spiega Manuela Panzacchi, che da venti anni studia la frammentazione dell’habitat delle renne selvatiche per il Nina. «La specie è stata inserita per la prima volta come “vulnerabile” nella lista dell’ Iucn nel 2016, a causa di un declino di oltre il 40 per cento della popolazione nelle ultime tre generazioni. In Norvegia, per la prima volta è stata poi registrata tra le specie “quasi minacciate” nel 2021. Per un Paese che vede le renne come il suo animale simbolo è stato un vero shock».

Anna Skarin insegna tecniche dell’allevamento delle renne all’università di scienze agricole di Uppsala e spiega che anche le renne domestiche hanno bisogno di misure per preservare il loro habitat: «Le attività umane si estendono sempre più a Nord e il terreno che i Sami possono usare per il pascolo si riduce. I grandi impianti eolici sono installati in terreni elevati, quelli indispensabili per l’allevamento. Inoltre, le mandrie mangiano soltanto quello che trovano e in Svezia, dove l’industria del legname è cruciale, quando si prepara il terreno per ripiantare gli alberi vengono rimossi i licheni, alimento indispensabile per le renne soprattutto in inverno». C’è poi il cambio climatico, con eventi estremi più frequenti e condizioni di ghiaccio che rendono più difficile alle renne, sia domestiche, sia selvatiche, trovare i licheni.


«Il clima facilita lo sviluppo di attività antropiche sempre più a Nord, con ulteriore frammentazione dell’habitat delle renne» osserva Manuela Panzacchi. «Anche una singola strada isolata, uno solo dei cottage sempre più diffusi a scopo turistico possono ritardare le migrazioni delle renne per giorni o settimane, fino a più di un mese. In Norvegia, lo sviluppo delle infrastrutture è molto rapido ed è in aumento soprattutto lungo i fondovalle, dove praticamente tutte le migrazioni delle renne libere sono cessate e una popolazione un tempo unita è stata isolata in 24 branchi distinti. Da che lavoro qui ho visto animali che prima potevano muoversi in territori vasti finire come ingabbiati tra strade, casette e parchi eolici, fino a non migrare quasi più. Non immaginate un enorme lavoro con ruspe che distrugge il loro habitat, basta una casetta per fermare animali così elusivi. Siamo vicini al punto di non ritorno, bisogna trovare una soluzione» conclude Panzacchi «e per farlo è necessario un approccio olistico, una programmazione a lungo termine con interventi a più livelli».

Sul Venerdì del 1° dicembre 2023

Leggi i commenti