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Gli attivisti di Ultima Generazione a processo: “Il collasso climatico ci fa più paura del carcere”

La pulizia di Palazzo Madama dopo il blitz di Ultima Generazione (Ufficio stampa Senato / Ansa)

 (ansa)
Il governo li chiama eco-vandali e inasprisce le pene. Intanto, da Bologna a Roma, iniziano i processi per i blocchi stradali, la vernice sul Senato e i blitz nei musei. Ecco chi sono e cosa rischiano i ribelli del clima
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ROMA. Davide alza le braccia per salutare. Alessandro e Laura sorridono. Escono insieme dal tribunale e vanno incontro a una piccola folla che li attende dietro gli striscioni arancioni di Ultima Generazione. Per il governo sono eco-vandali e andrebbero sbattuti in cella. Per chi li aspetta in piazzale Clodio sono solo tre attivisti che chiedono di agire contro la crisi climatica. Applausi. Ma sono di solidarietà, non certo di congratulazioni perché per loro non è ancora finita. Il 2 gennaio spruzzarono pittura lavabile sulla facciata di Palazzo Madama. Ora rischiano fino a sei anni di carcere. Se speravano di uscire incolumi, come accaduto a Firenze con il non luogo a procedere nei confronti dei loro compagni che s’incollarono al vetro della Primavera del Botticelli, sono rimasti delusi. Udienza aggiornata a marzo, la battaglia per il clima continua nelle aule di tribunale. E loro sono in prima linea.

ROMA. Davide alza le braccia per salutare. Alessandro e Laura sorridono. Escono insieme dal tribunale e vanno incontro a una piccola folla che li attende dietro gli striscioni arancioni di Ultima Generazione. Per il governo sono eco-vandali e andrebbero sbattuti in cella. Per chi li aspetta in piazzale Clodio sono solo tre attivisti che chiedono di agire contro la crisi climatica. Applausi. Ma sono di solidarietà, non certo di congratulazioni perché per loro non è ancora finita. Il 2 gennaio spruzzarono pittura lavabile sulla facciata di Palazzo Madama. Ora rischiano fino a sei anni di carcere. Se speravano di uscire incolumi, come accaduto a Firenze con il non luogo a procedere nei confronti dei loro compagni che s’incollarono al vetro della Primavera del Botticelli, sono rimasti delusi. Udienza aggiornata a marzo, la battaglia per il clima continua nelle aule di tribunale. E loro sono in prima linea.

Per disperazione

Davide Nensi, 24 anni, sapeva di rischiare quando ha impugnato l’estintore pieno di vernice. Anche Alessandro Sulis, 21 anni, e Laura Paracini, 26, erano consapevoli di poter finire in un mucchio di guai: «La nostra è stata un’azione di protesta non violenta dettata dalla disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e dal disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità».

Avevano scelto il 2 gennaio perché quel giorno l’attività del Senato era sospesa, e la pittura lavabile per non compromettere l’edificio. Avevano messo in conto una denuncia per imbrattamento e invece gli è stato contestato il danneggiamento aggravato, che è un reato molto più grave, punibile con il carcere da uno a cinque anni. Non sono fuggiti e non hanno opposto resistenza. Dopo l’arresto (sono stati rilasciati il giorno successivo) e mesi di polemiche, il processo è entrato nel vivo. E loro, secondo una pianificata strategia di comunicazione, hanno continuato a fare rumore.

Davide ha raccontato come la sua vita sia cambiata da quando si è reso conto della catastrofe climatica: niente più studi in astronomia ma una sola urgenza: fare qualcosa per salvare il pianeta. Laura ha spiegato di essere disposta ad andare in carcere perché terrorizzata dall’immobilismo della politica. Alessandro ha ribadito l’ultima richiesta del movimento al governo italiano: un fondo permanente di 20 miliardi per ristorare i danni delle catastrofi climatiche.

Dichiarazioni su social, media e soprattutto in piazza, andando su e giù per l’Italia, cercando di convincere quante più persone della drammaticità della situazione e della necessità di mettersi in gioco. Il concetto è semplice: siamo in guerra, lo si è visto con il crollo della Marmolada, le alluvioni di Marche, Emilia-Romagna e Toscana. «Ci stanno ammazzando», dicono, e Ultima Generazione ha scelto di lottare.

Loro tre rischiano di pagare un prezzo personale altissimo. La battaglia legale, in punta di diritto, si gioca sulla differenza tra imbrattamento e danneggiamento. La difesa ha chiamato a deporre una ricercatrice del Politecnico delle Marche, anche lei attivista di Ultima Generazione, per spiegare che quella era vernice ad acqua e non avrebbe potuto compiere alcun danno permanente: «Poteva essere rimossa anche dalla pioggia».

L’avvocatura di Stato (ministero della Cultura, Senato e Comune di Roma si sono costituiti parte civile) ha invece mostrato due fatture da 40 mila euro: «Le idropulitrici di Ama non sono state sufficienti, per rimuovere i residui di vernice dalla facciata del Senato sono serviti altri due interventi di ditte specializzate: ecco il conto». L’udienza è stata aggiornata, se ne parlerà a marzo. Davide, Laura e Alessandro non hanno dubbi: «Continueremo a fare disobbedienza civile».

Oltre duemila denunce

Non sono i soli. Da quando Ultima Generazione ha lanciato la sua campagna – era dicembre 2021 – gli attivisti non si sono mai fermati: scioperi della fame, blocchi del traffico in decine di città italiane, sul Grande Raccordo Anulare di Roma e al traforo del Gran Sasso, blitz nei musei, mani incollate ai capolavori dell’arte, carbone vegetale nelle fontane della Barcaccia, di Trevi e dei Quattro Fiumi, otto chili di farina su una macchina dipinta da Andy Warhol, catene alla Cappella degli Scrovegni, vernice alla Scala di Milano…

L’obiettivo è fare molto rumore impiegando un numero limitato di partecipanti. Sono infatti un centinaio gli attivisti della prima linea, quelli che in quasi due anni hanno collezionato oltre duemila denunce, più di 130 fogli di via e almeno 250 sanzioni amministrative. La Digos li identifica e perquisisce, controlla i loro spostamenti. E nel frattempo fioccano le proposte di legge del centrodestra pensate esplicitamente per fermarli. In un clima, anche politico, per loro sempre più ostile.

Padova, blitz degli ambientalisti: in tre s'incatenano all'interno della cappella degli Scrovegni

A Padova un gruppo di attivisti è stato indagato per associazione a delinquere, la questura li teneva d’occhio da tempo, contesta loro sette azioni compiute in una manciata di mesi e ha ipotizzato l’esistenza di una banda con strutture e gerarchie, una roba da boss della mafia – anche se l’azione più eclatante era stata quella di incatenarsi all’interno della Cappella degli Scrovegni e leggere ad alta voce messaggi di protesta contro lo spreco di acqua ed energia.

Anche la Questura di Pavia aveva tentato qualcosa di simile, cercando di imporre la sorveglianza speciale a un ventenne di Voghera, Simone Ficicchia, coinvolto sia nel lancio di vernice all’inaugurazione della Scala di Milano che nell’azione alla galleria degli Uffizi. Nel suo caso la richiesta era stata subito rigettata dal tribunale di Milano, che non aveva ravvisato nella sua condotta un pericolo per la pubblica sicurezza. Una vittoria riconfermata qualche giorno fa a Firenze dove il giudice ha deciso per lui e altri due attivisti il non luogo a procedere: incollarsi con le mani al vetro della Primavera del Botticelli non costituisce reato. Sarà anche un atto discutibile, «ma rientra», ha precisato l’avvocatessa, «nella manifestazione di dissenso e di libera espressione del pensiero e dell’opinione».

Fino a quando le accuse continueranno a cadere? «Il livello di repressione sta aumentando», ha detto Davide prima di entrare in udienza a Roma, «si sta criminalizzando il dissenso come dimostra il nuovo pacchetto sicurezza». Che piomba come una scure sui blocchi stradali: prima la norma puniva con una sanzione amministrativa chiunque impedisse la libera circolazione sulla strada ordinaria, ora incollarsi all’asfalto diventa reato.


Non che fino adesso le contestazioni siano state leggere. Mentre il Venerdì va in stampa, a Bologna si celebra per direttissima un processo contro tre ragazzi, tutti studenti e incensurati, accusati di violenza privata per essersi seduti a gambe incrociate e avere impedito il transito per venti minuti.

«Non sarà la minaccia di nuovi reati a fermarci», spiega Giacomo Baggio, referente del gruppo di supporto legale di Ultima Generazione. «Organizziamo due incontri al mese online e un terzo dal vivo per informare i militanti del costo personale che andrà a pagare chi sceglie la disobbedienza civile. Parliamo delle perquisizioni, dei fogli di via, delle sanzioni amministrative che si accumulano e possono portare al sequestro dei beni o al pignoramento degli stipendi. Superati i ventimila euro si rischia l’ipoteca sulla casa. Chi sceglie di entrare in azione sa di violare la legge e ne accetta le conseguenze, ma nessuna persona viene lasciata sola».

Oltre al gruppo di sostegno legale, Ultima Generazione ha infatti una rete di una quarantina di avvocati che assiste gli attivisti nei processi, offre pareri e consulenze. Ogni udienza è accompagnata da un sit-in di solidarietà e da una campagna fondi per sostenere i costi legali. Sul sito si legge: «Siamo di fronte a un sistema incapace di far fronte al collasso climatico e ai problemi dell’Italia ma pronto a reprimere il dissenso. Abbiamo il dovere di alzare la voce ed esigere giustizia». La chiamano «persistenza»: dritti come un treno fino a quando non avranno risposte.

Sul Venerdì del 1 dicembre 2023

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