Christopher Nolan: “Dopo Batman ho detto addio ai supereroi. E con Oppenheimer ho riempito un vuoto”
di Roberto CrociLos Angeles. Sceneggiatore, regista, produttore, Christopher Nolan ci ha da sempre regalato una cinematografia che ama agire nelle differenze fra realtà e finzione, con una complessità narrativa che si manifesta nel dipanarsi del racconto. Amante del formato in 70 mm, riesce a portare in sala gli spettatori: Oppenheimer ha incassato oltre 950 milioni di dollari nel mondo, il biopic di maggior successo della storia. Ora arriva anche nelle case, con l’uscita in digitale, Blu-ray 4K, Blu-ray e dvd il 21 dicembre, in tempo per le vacanze natalizie, con contenuti bonus, tra cui The Story of Our Time: The Making of Oppenheimer, oltre 70 minuti di dietro le quinte con interviste a regista, attori e collaboratori su produzione, effetti speciali, musiche. Più il documentario To End All War: Oppenheimer and the Atomic Bomb, realizzato da Nbc News. Abbiamo incontrato Nolan, 53 anni, a Hollywood.
Bello ritrovarsi faccia a faccia dopo la fine dello sciopero.
«Sì, era un problema da affrontare e ris…
Los Angeles. Sceneggiatore, regista, produttore, Christopher Nolan ci ha da sempre regalato una cinematografia che ama agire nelle differenze fra realtà e finzione, con una complessità narrativa che si manifesta nel dipanarsi del racconto. Amante del formato in 70 mm, riesce a portare in sala gli spettatori: Oppenheimer ha incassato oltre 950 milioni di dollari nel mondo, il biopic di maggior successo della storia. Ora arriva anche nelle case, con l’uscita in digitale, Blu-ray 4K, Blu-ray e dvd il 21 dicembre, in tempo per le vacanze natalizie, con contenuti bonus, tra cui The Story of Our Time: The Making of Oppenheimer, oltre 70 minuti di dietro le quinte con interviste a regista, attori e collaboratori su produzione, effetti speciali, musiche. Più il documentario To End All War: Oppenheimer and the Atomic Bomb, realizzato da Nbc News. Abbiamo incontrato Nolan, 53 anni, a Hollywood.
Bello ritrovarsi faccia a faccia dopo la fine dello sciopero.
«Sì, era un problema da affrontare e risolvere. Si trattava di ottenere, sia per noi scrittori che per gli attori, un trattamento equo in quello che, dopo l’esplosione dei canali streaming durante il Covid, è il nuovo panorama dei media. Una realtà descritta da entrambe le parti come una crisi quasi esistenziale, crisi creata dall’industria stessa. Il problema è che negli ultimi anni queste società hanno deciso, sotto la spinta di Wall Street, di cambiare completamente il modo in cui tentano di monetizzare o addirittura di non monetizzare la programmazione che fanno, con il risultato di non voler nemmeno discutere e rinegoziare i vecchi accordi fra loro, gli autori e gli attori. Trovo doverosamente giusto che si sia portato a termine uno sciopero per arrivare a un risultato che soddisfacesse le nostre richieste».
A proposito di attori: come è arrivato alla scelta del protagonista di Oppenheimer?
«Ho chiamato Cillian Murphy e gli ho detto: “Ti conosco da vent’anni, stavolta tocca a te, sei tu il protagonista, sei tu il mio Oppenheimer. Sarai costretto a usare e mostrare tutto il tuo talento”. Abbiamo studiato il personaggio, come parlava, il modo in cui si vestiva, come si muoveva, evitando quel tipo di impersonificazione di cui parla Ken Loach. Cillian è arrivato sul set il primo giorno incredibilmente preparato, con particolari del personaggio che non conoscevo neanche io».
Scusi, che c’entra Ken Loach?
«Loach è uno dei miei registi preferiti, e parla del cinema “alla Madame Tussauds”, quello delle imitazioni, i facsimile insomma. Il nostro Oppenheimer non è così, non è quello che vedete nei filmati d’archivio su YouTube».
Altri registi che ammira?
«Ridley Scott, maestro assoluto nel creare una narrativa grazie a uno stile di ripresa che massimizza l’utilizzo del set e minimizza l’artificio del cinema. Blade Runner è uno degli esempi di come puoi avvolgere il tuo pubblico nell’atmosfera del mondo che stai creando. Ho cercato di emulare questo stile in Batman Begins. Anche Spike Lee è un altro che rispetto: ha detto di aver amato il mio film ma che lui avrebbe inserito “la prospettiva giapponese”. Critica costruttiva di un regista con un’idea diversa: diversi registi interpreteranno le cose in modo diverso. È il bello del nostro lavoro. Alla sua domanda, però, non posso rispondere non citando Stanley Kubrick: lui era uno con un incredibile punto di vista della narrazione e della regia, non perdeva mai la calma, puntava alla semplicità, tutte qualità alle quali mi associo. Ma le sue immagini sono così potenti che quando guardo il mio lavoro mi sento in imbarazzo».
Abbiamo parlato di intelligenze naturali. E quella Artificiale?
«Stiamo iniziando a identificare vari tipi di problemi, direi che ci sono anche vantaggi e opportunità. L’IA è una definizione molto ampia, il vero pericolo è non riconoscere responsabilità nelle persone che sviluppano l’IA. L’IA nel cinema potrebbe aiutare enormemente, e potenzialmente è molto interessante, ma è altrettanto importante che sia controllata e regolamentata. Insomma, la domanda è: chi può far rispettare l’uso che bisognerebbe farne? Il problema è che non si può prevedere il futuro, l’accelerazione dello sviluppo dell’IA porterà a usi oggi sconosciuti. Questo è al contempo l’aspetto eccitante ma anche quello più pericoloso e che un po’ mi spaventa. Per ora possiamo solo aspettare e vedere. Continuando però a parlare di come controllarla in modo appropriato».
Di cosa va in cerca quando inizia a pensare a un nuovo film?
«Sono sempre alla ricerca di un vuoto, un gap. Cerco un tipo di film che dovrebbe esistere ma che non c’è. Dunkirk, per esempio: un mito nazionale, una storia importante che studiamo a scuola, eppure non c’era mai stato un film su quella storia».
Come lavora alle sceneggiature?
«Sono sempre stato attratto da storie ambigue, con personaggi intricati, conflittuali, spesso inaffidabili, con livelli di personalità estremi. Con Bruce Wayne, Batman, ero interessato al personaggio proprio perché è contraddittorio, imprigionato in un paradosso. Con Oppenheimer ho fatto molta ricerca, ho osservato tutto quello che diceva per trovare quegli impulsi contraddittori e conflittuali che hanno dato dimensione a un personaggio che si è trovato ad affrontare situazioni davvero difficili, impossibili e molto, molto stressanti».
E quanto è importante “il messaggio” nei suoi film?
«I miei film non pretendono di offrire risposte facili. E comunque la verità è che, come regista, non devo dare nessuna risposta, ma solo creare domande interessanti, sia per me che per il pubblico. Spero che con Oppenheimer il pubblico si sia posto nuove domande. Ad esempio perché le azioni hanno conseguenze storiche».
Dirigerà mai una serie televisiva?
«No. Mai. Sono un sostenitore dei film in 70mm e credo che la qualità si perda quando si gira in digitale. Le dirò di più: faccio parte del 70mm Film Support Group insieme a Tarantino, Paul Thomas Anderson, J.J. Abrams e Zack Snyder. Il nostro obiettivo è trovare modi migliori per utilizzare la pellicola e mantenerla in vita».
Dirigerà mai un altro film di supereroi?
«No. Assolutamente no».
Ogni tanto tornano indiscrezioni su un suo film di Star Wars. Neppure questo dirigerebbe?
«No, non penso proprio. Anzi: no».
E il sequel di Tenet?
«Mai dire mai».