L’indimenticabile apocalisse hippie di Neil Young
di Giuseppe VidettiLa copertina dell’album After the Gold Rush (1970) di Neil Young
Questa è per chi è convinto che il rock and roll, come recitava il suo slogan in Hey Hey, My My (Into the Black), non muore mai. Oggi Neil Young, 78 anni, è il più influente rocker vivente. Mai una critica, neanche da quelli che sono arrivati per fare piazza pulita delle scorie del rock: rispettato dalla generazione punk e da quella grunge, punto di riferimento per i campioni dell’alt-rock, idolo per le star pop, icona per gli artisti underground – solo Bob Dylan e Joni Mitchell godono di altrettanta credibilità.
Scegliere uno tra i capolavori del primo periodo – fuori e dentro i Buffalo Springfield e Crosby Stills Nash & Young: gli anni d’oro della West Coast – è difficile quanto indicare il migliore tra seicento concerti e sonate di Bach. Mi affido alla suggestione personale: l’uscita dell’album After the Gold Rush (1970) e Don’t Let It Bring You Down, che fu il soundtrack della cosmica depressione post adolescenziale di chi era appena stato sfiorato dal ’68 e dalla cultura…
Questa è per chi è convinto che il rock and roll, come recitava il suo slogan in Hey Hey, My My (Into the Black), non muore mai. Oggi Neil Young, 78 anni, è il più influente rocker vivente. Mai una critica, neanche da quelli che sono arrivati per fare piazza pulita delle scorie del rock: rispettato dalla generazione punk e da quella grunge, punto di riferimento per i campioni dell’alt-rock, idolo per le star pop, icona per gli artisti underground – solo Bob Dylan e Joni Mitchell godono di altrettanta credibilità.
Scegliere uno tra i capolavori del primo periodo – fuori e dentro i Buffalo Springfield e Crosby Stills Nash & Young: gli anni d’oro della West Coast – è difficile quanto indicare il migliore tra seicento concerti e sonate di Bach. Mi affido alla suggestione personale: l’uscita dell’album After the Gold Rush (1970) e Don’t Let It Bring You Down, che fu il soundtrack della cosmica depressione post adolescenziale di chi era appena stato sfiorato dal ’68 e dalla cultura beatnik (anche a causa della magnifica scrittura cinematografica: le canzoni dell’album furono ispirate da una sceneggiatura di Dean Stockwell e Herb Barmann; scritta su istigazione di Dennis Hopper, fresco del successo di Easy Rider, narrava di un apocalittico disastro ecologico che spazzava via la comune hippie di Topanga Canyon – dove questo album fu inciso – di cui lo stesso Stockwell faceva parte).
È una ballata che s’insinua “pericolosamente” sotto la pelle, non mette di buonumore, ti prende per mano e ti trasporta in quel tempo in cui il suono chitarroso e il falsetto fragile di quel ragazzo dinoccolato coi jeans rattoppati erano la rappresentazione del rock onesto. Belle tutte le versioni di Neil che trovate, soprattutto quella in 4 Way Street di CSN&Y. Ma anche le cover: Annie Lennox, Brad Meldhau, Cowboy Junkies, The Resonaires, Seal, Chris Cornell, Guns N’ Roses…