Katalin Karikò, Nobel per la Medicina: “Così siamo arrivati ai vaccini anti-Covid”
di Giuliano AluffiLa biochimica ungherese Katalin Karikò (68 anni) ( Janos Kummer/Getty Images)
«Temevo che quella telefonata nel cuore della notte fosse una caldaia da riparare, invece era il Nobel». È una singolare confessione quella che ci fa la biochimica Katalin Karikò, 68 anni, ungherese e naturalizzata statunitense. La scienziata, che oggi vive a Philadelphia ed è professoressa a contratto presso l’University of Pennsylvania, oggi 10 dicembre Coviene premiata con il Nobel per la medicina insieme al collega Drew Weissmann. Il motivo è l’aver scoperto il modo per far sì che il nostro organismo possa produrre da solo i suoi farmaci in modo sicuro: come accade con i vaccini anti-Covid di Pfizer e Moderna, dove sono le nostre stesse cellule a fabbricare la proteina Spike tipica del virus, così che gli anticorpi possano riconoscerla come bersaglio. Questo approccio permette di produrre vaccini di ogni tipo a tempo di record: attualmente è in sperimentazione clinica per la cura di tumori, allergie e anemie. Katalin Karikò ha anche appena pubblicato la sua biografia Breaking thro…
«Temevo che quella telefonata nel cuore della notte fosse una caldaia da riparare, invece era il Nobel». È una singolare confessione quella che ci fa la biochimica Katalin Karikò, 68 anni, ungherese e naturalizzata statunitense. La scienziata, che oggi vive a Philadelphia ed è professoressa a contratto presso l’University of Pennsylvania, oggi 10 dicembre Coviene premiata con il Nobel per la medicina insieme al collega Drew Weissmann. Il motivo è l’aver scoperto il modo per far sì che il nostro organismo possa produrre da solo i suoi farmaci in modo sicuro: come accade con i vaccini anti-Covid di Pfizer e Moderna, dove sono le nostre stesse cellule a fabbricare la proteina Spike tipica del virus, così che gli anticorpi possano riconoscerla come bersaglio. Questo approccio permette di produrre vaccini di ogni tipo a tempo di record: attualmente è in sperimentazione clinica per la cura di tumori, allergie e anemie. Katalin Karikò ha anche appena pubblicato la sua biografia Breaking through: my life in science (Sfondare: la mia vita nella scienza, edizioni Crown), che uscirà in Italia in primavera per Bollati Boringhieri.
Professoressa Karikò, che cos’è questa storia della caldaia…
«La notte del 2 ottobre, alle 3.40, è squillato il telefono di casa nostra. Ha risposto mio marito, Béla, che è responsabile della manutenzione del complesso residenziale in cui abitiamo, uno dei più grandi di tutta la costa Est. Per questo non è raro che riceva chiamate per qualche emergenza, soprattutto per le caldaie».
Ma questa volta era diverso...
«Béla mi passa il telefono. Era Thomas Perlman, il segretario del Comitato del Nobel, per dirmi che avevo vinto insieme a Drew Weissman. Mi chiede se per caso so come rintracciarlo. Questo mi è sembrato strano, e ancora di più il fatto che mezz’ora dopo che avevo dato il cellulare di Drew non lo avessero ancora chiamato. Così scrivo a Drew “Hai parlato con Thomas?”. “Thomas chi?” mi risponde lui. Ormai pensavo che fosse tutto uno scherzo – se ne fanno molti così – e solo l’annuncio ufficiale mi ha rincuorato».
Qual è stato il momento Eureka che vi ha portato al Nobel?
«Tutto il lavoro nel nostro organismo è svolto dalle proteine. Ogni cellula ha delle fabbriche di proteine, dette “ribosomi”. Come fanno queste fabbriche a sapere quali proteine devono produrre? Si tratta di informazioni che portiamo nel nostro Dna. Ma il Dna rimane al sicuro nel nucleo: si avvale di un “messaggero”, un filamento detto mRna, che esce dal nucleo e viaggia fino ai ribosomi. L’idea rivoluzionaria della medicina a mRna è realizzare in laboratorio l’mRna che fabbrica una certa proteina di cui c’è bisogno per curare una malattia, e poi iniettarlo nel paziente. Così si istruiscono le sue cellule a fabbricare quella proteina. Insomma le cellule del paziente producono da sole, in poche ore, il farmaco che gli serve, proprio là dove serve di più. Fino al 2005 questo approccio non funzionava: l’mRna prodotto in laboratorio causava eccessive reazioni immunitarie. Noi abbiamo capito come evitare queste reazioni. Come mai in natura l’mRna non provoca queste reazioni? Ci siamo chiesti. E la risposta è che l’mRna, negli esseri viventi, subisce diverse mutazioni: riproducendo una di queste, abbiamo realizzato finalmente un mRna sicuro e capace di far produrre grandi quantità di proteine».
È un premio che arriva dopo tanti sforzi, a lungo anche poco apprezzati, come lei stessa ha raccontato...
«Ho avuto tre grandi delusioni nella mia carriera. La prima nel 1995, quando la responsabile del mio dipartimento alla University of Pennsylvania decise che non sarei diventata professore associato perché la mia ricerca non aveva portato fondi all’Università. Il secondo duro colpo nel 2010: io e Drew, con la nostra startup RNARx, non potevamo brevettare la nostra scoperta».
Possibile?
«Sì, perché era di proprietà dell’Università. L’azienda Epicentre ci offrì 300 mila dollari per usare quella tecnologia, con cui avremmo potuto acquistare un laboratorio, e noi avvisammo l’Università perché trovasse un accordo proficuo per tutti. Ma fummo tenuti fuori dai negoziati, l’università vendette a Epicentre i diritti esclusivi per quella tecnologia e noi non partecipammo ai frutti della nostra scoperta. Per di più anche quell’anno la mia richiesta per una cattedra fu respinta dall’università: per il comitato la mia ricerca non era “di qualità accademica”. L’ultima goccia fu nel maggio del 2013…».
Che cosa accadde?
«Un giorno arrivai in facoltà e vidi nel corridoio una serie di scatoloni con tutti i miei strumenti. Stavano svuotando il mio laboratorio per dare lo spazio ad altri. Sempre perché la ricerca sull’mRna non aveva portato fondi governativi. Allora decisi di lasciare l’università e mi unii a un’azienda tedesca, BioNTech, fondata da due scienziati che avevano capito bene il potenziale dell’mRna: Ugur Sahin e Özlem Türeci. Diventai vicepresidente. E l’8 novembre 2020 Ugur mi chiamò per dirmi che il nostro vaccino anti-Covid, prodotto con Pfizer, funzionava».
Com’è iniziata la sua storia?
«Sono nata a Szolnok, e cresciuta nella piccola città di Kisújszállás, nell’Ungheria comunista. Mia madre era contabile, e mio padre aveva una macelleria, almeno fino a quando, nel 1957, il Partito gli impedì di lavorare perché ritenuto coinvolto nella Primavera di Budapest, la sollevazione antisovietica del 1956. Lui continuò a macellare bestiame, ma clandestinamente: su richiesta di clienti fidati che rischiavano, pur di farlo campare, la prigione. Vivevamo in quattro in una stanza senza acqua corrente né televisore. E già da bambina avevo curiosità “scientifiche”: a tre anni osservavo mio padre aprire le carcasse, chiedendomi: “Questo vitello prima si muoveva, ora non lo fa più: cos’è che lo faceva muovere?”. Da adulta, mentre un ricercatore faceva un esperimento con mRna su un animale dissezionato, gli dissi che quello che faceva mi ricordava mio padre. “Anche lui neurochirurgo?” mi chiese. “Non proprio” risposi».
Quando decise di diventare scienziata?
«A 13 anni mi classificai terza alle Olimpiadi di biologia nazionali. Alle superiori ebbi un insegnante eccezionale, Albert Tóth, che non si limitava a insegnare biologia, ma ci chiedeva sempre che cosa pensassimo, stimolandoci. Ci spinse anche a scrivere una lettera a Albert Szent-Györgyi, lo scienziato ungherese che vinse il Nobel per la Medicina nel 1937 per aver isolato la vitamina C. Impossibile per noi scoprire il suo indirizzo, così scrivemmo sulla busta soltanto: “Per Albert Szent- Györgyi, U.S.A.”. Incredibilmente gliela consegnarono. E ci rispose! Un Premio Nobel ci dava retta: fu un’emozione incredibile. Ci mandò un suo libro con la dedica: “Agli entusiasti cultori della scienza di Kisújszállás”. Cultrice della scienza: mi sentivo davvero così».
Per realizzare il suo sogno decise però di trasferirsi negli Stati Uniti.
«Nel 1985 contattai Robert Suhadolnik, che alla Temple University studiava degli antivirali su cui stavo lavorando. Mi offrì un posto nel suo gruppo a Philadelphia. Io e Béla vendemmo l’auto e nascondemmo il ricavato, 1.200 dollari, nell’orsetto di pezza di nostra figlia Susan: dovevamo oltrepassare la Cortina di Ferro, e non si potevano portare all’estero più di 50 dollari. Il trucco funzionò».
Qual è il suo prossimo traguardo?
«Oggi ormai ci sono oltre 250 sperimentazioni cliniche per terapie a mRna per tante malattie di ogni tipo, compresi molti tumori. Io in questi ultimi anni ho studiato una soluzione basata su mRna per alcune malattie neurodegenerative. Ma non posso dire di più perché ho fatto proprio ieri la richiesta per il brevetto».
Grandi riconoscimenti ma anche l’odio dei No-Vax. Come ci convive?
«Ho ricevuto molte contestazioni online, ma di persona no. Ovunque io vada a tenere lezioni, qui in America o in Ungheria, incontro sempre persone che mi ringraziano per il contributo ai vaccini mRna. Una volta mi è capitato però, all’Accademia delle scienze ungherese, dopo un mio discorso, che una donna si è alzata e ha detto che non dovrei accettare quei riconoscimenti perché il vaccino non è sicuro. Io ho risposto che forse non aveva sentito la parte del discorso in cui parlavo di come ho imparato ad affrontare lo stress: riconoscendo ciò su cui posso agire, e concentrandomi su quello, e lasciando stare invece ciò su cui non ho potere. Le ho detto quindi che lei, se ritiene di poter decidere su ciò che altri, come me, dovrebbero o non dovrebbero fare, si stresserà inutilmente».
Ancora congratulazioni per il Nobel.
«Grazie, anche se Jànos Ludwig, che conobbi negli anni 70 all’Università di Szeged ed è ancora uno dei miei amici più cari, mi ha già ammonito: “Kati, tutte le difficoltà che hai avuto non sono riuscite a distoglierti dai tuoi obiettivi. Ora non farti distrarre da tutte queste celebrazioni”».
Sul Venerdì dell’8 dicembre 2023