Un secolo di coming out: come il romanzo ha costruito l’identità omosessuale
di Massimo RaffaeliDa sinistra, André Gide (1869-1951), Marcel Proust (1871-1922), Pier Vittorio Tondelli (1956-’91)
L’identità è di solito intesa come un guscio protettivo o un costrutto che comunque valorizzi certezze ritenute intangibili. Ma la stessa nozione di identità può declinarsi, al contrario, nei termini di un indotto relazionale, ovvero di uno specchio che rifranga la corrispettiva alterità: quest’ultimo è il caso della bella monografia dello scrittore e francesista (e collaboratore del Venerdì) Angelo Molica Franco, Il buio straordinario. La nascita dell’identità omosessuale nel romanzo del Novecento (People), che connette con equilibrio una mirata campionatura del romanzo novecentesco all’esperienza direttamente autobiografica, e si direbbe girata in soggettiva. L’analisi è condotta su un campione di dieci romanzi, dove si annoverano classici quali L’immoralista (1902) di André Gide e Maurice (’14) di Edward M. Forster (con le atmosfere che oggi associamo alle foto estetizzanti di un Von Gloeden), testi di primo rango ma in Italia decisamente meno frequentati come il superbo Paradiso (…
L’identità è di solito intesa come un guscio protettivo o un costrutto che comunque valorizzi certezze ritenute intangibili. Ma la stessa nozione di identità può declinarsi, al contrario, nei termini di un indotto relazionale, ovvero di uno specchio che rifranga la corrispettiva alterità: quest’ultimo è il caso della bella monografia dello scrittore e francesista (e collaboratore del Venerdì) Angelo Molica Franco, Il buio straordinario. La nascita dell’identità omosessuale nel romanzo del Novecento (People), che connette con equilibrio una mirata campionatura del romanzo novecentesco all’esperienza direttamente autobiografica, e si direbbe girata in soggettiva. L’analisi è condotta su un campione di dieci romanzi, dove si annoverano classici quali L’immoralista (1902) di André Gide e Maurice (’14) di Edward M. Forster (con le atmosfere che oggi associamo alle foto estetizzanti di un Von Gloeden), testi di primo rango ma in Italia decisamente meno frequentati come il superbo Paradiso (’67) del cubano José Lezama Lima e infine opere già imminenti sul tempo presente come Altri libertini (’80) di Pier Vittorio Tondelli, un esordio che anticipa, con tutta la sua oltranza linguistica, il libro più alto e dolente dello scrittore emiliano, Camere separate (’89).
Dedotto dal proprio spazio/tempo, ogni romanzo analizzato testimonia una fase storica della quaestio omosessuale a partire dal senso di reclusione e clandestinità che impongono le società borghesi e cattoliche (qui basterebbe l’esempio di Proust che nella Recherche traveste e sublima la propria condizione) e ogni libro è letto alla stregua di un reticolo relazionale come nel caso del capitolo dedicato a Frammenti di un discorso amoroso (’77) di Roland Barthes: il grande semiologo col tempo divenuto autobiografo è sorpreso nella sua sostanziale reticenza e nell’interdetto, scrive Molica Franco, di una «omosessualità non vissuta» e anzi specularmente abbacinata tra due apici, la violenza esibita e stilizzata di un Jean Genet o invece l’espressione asciutta e sommamente impudica di un Tony Duvert, con il risultato che proprio «Genet e Duvert rappresentano tutto quello di cui Barthes ha paura».
Paura e reticenza, senso di buio primordiale che Molica Franco analizza nel capitolo finale e più suo, dove il lessico secolare dell’omosessualità letteraria si intrama al decorso della vicenda personale e dunque al rapporto con le massime figure parentali, nel qual caso una madre presente e sempre soccorrevole, un padre dallo sguardo intransitivo, un fratello troppo presto perduto. È ciò che si potrebbe dire il romanzo addizionale di Molica Franco ed è, va da sé, un classico romanzo di formazione.
Sul Venerdì dell’8 dicembre 2023